Opportune et importuneRatzinger torna in Vaticano, inizia l’era dei due papi

Benedetto XVI era partito il 28 febbraio

L’ultimo tratto del cammino di Benedetto XVI sta per compiersi. Il Papa emerito torna tra le mura vaticane, nel «recinto di Pietro», per usare la sua stessa espressione quando, il 28 febbraio scorso, al tramonto di un giovedì di Quaresima, si è congedato dal mondo. Andrà ad abitare nel monastero Mater Ecclesiae, comunità orante nel cuore di quel Vaticano dove pure grano e zizzania si mescolano inestricabilmente come nel libero campo della vita. «Scopo specifico di questa comunità», recita l’atto che istituì il monastero per volontà di Giovanni Paolo II, «è il ministero della preghiera, dell’adorazione, della lode e della riparazione. Per essere così preghiera orante nel silenzio e nella solitudine, a sostegno del Santo Padre nella Sua quotidiana sollecitudine per tutta la Chiesa».

Comincerà tra quelle mura, edificate sul sangue di Pietro apostolo e cuore pulsante di una cristianità che per secoli ha irradiato in Occidente cultura e arte, carità e pensiero, templi e università e che ora sembra irrimediabilmente finita, la coabitazione, che non ha precedenti nella millenaria storia della Chiesa cattolica, con papa Francesco, il pontefice argentino scelto «alla fine del mondo».

Forse i due si vedranno, nel segreto dell’intimità, per parlare, confidarsi e pregare avendo entrambi, sia pure in maniera completamente diversa, il gravoso compito di «confermare nella fede» coloro che gli sono stati affidati. Con il pontificato attivo, Francesco, con la preghiera, Benedetto, balsamo prezioso, per chi crede, e non meno utile per guarire le ferite di una Chiesa smarrita nel cuore di un’umanità stanca. In una veglia pasquale di qualche anno fa Ratzinger, con toni accorati e commossi, accennò a «quanta compassione» Gesù sta forse provando per il gran disorientamento dell’epoca attuale.

Forse, con l’incoraggiamento e i consigli discreti del predecessore, papa Francesco vorrà riprendere tra le mani quel progetto a cui Ratzinger ha lavorato per tutto il pontificato: scrivere un’enciclica sulla fede nella profonda convinzione che la crisi della Chiesa e del cristianesimo oggi sia una crisi di fede e non delle strutture. La bozza, redatta dai teologi che lavorano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger l’ha consegnata nella mani di papa Francesco durante l’incontro del 24 marzo scorso a Castel Gandolfo dicendogli di decidere cosa vorrà farne.

A chi lo “richiamava” ad altri compiti, più burocratici e d’apparato, Benedetto ha sempre ribadito, con le parole e i gesti, che suo compito era quello di annunciare al mondo che la fede ha un fondamento razionale nel quale ognuno, al di là della personale adesione nel Dio fattosi uomo in Cristo, può riconoscersi. Mentre al suo fianco si consumavano lotte intestine, intrighi di potere, cordate di interessi opachi egli s’è fatto pellegrino nel deserto del mondo. «Io penso», confidò una volta al suo biografo Peter Seewald, «che Dio, visto che ha fatto papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione».

Ora che con il nuovo pontificato s’affastellano analisi sociologiche da parte dei soliti noti, si fanno confronti, si scrutano i numeri per capire quanto seguito abbia il Papa – come se la fede potesse essere ridotta a statistica! – risuona ancor più luminosa la lotta, a volte solitaria, di quest’uomo di Dio che ha gridato al mondo che la fede è per molti ma non per tutti e che sempre la Chiesa quando annuncia Cristo non attira folle ma solo piccoli gruppi perché, come confessò un marxista come Ernst Bloch nel suo Ateismo nel cristianesimo «Gesù fu l’avvento di un uomo che inverte i valori del mondo presente». Presente storico: li inverte. Sempre, anche qui ed ora. D’altra parte, non è forse questo, parola di Vangelo, il destino dei cristiani? Essere lievito nella pasta, dei piccoli magari poveri “granelli di senape”? Se il riconoscimento del diritto naturale come terreno d’incontro per dialogare e costruire con chi non crede una nuova civiltà è stato uno dei punti su cui ha più insistito Benedetto XVI nel suo pontificato, assumendo quasi il ruolo di defensor civitatis, altrettanto chiaro il papa emerito lo è stato annunciando che il tramonto della cristianità – soprattutto in Occidente – non è certo il tramonto del cristianesimo e di quella scommessa su Cristo che, per pochi o tanti che sia, in ogni tempo si rinnova.

Una visione che egli nutriva già nel lontano 1969 come dimostrano queste parole straordinariamente attuali: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Allora la gente vedrà quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto». (Joseph Ratzinger, 24 dicembre 1969: conclusione del ciclo di lezioni radiofoniche presso la Hessian Rundfunk, ripubblicati nel volume Faith and the Future, editore Ignatius Press).

Il rumore dell’elicottero che lo riporterà in Vaticano, in una scena che nessun regista o scrittore aveva neanche mai immaginato, avrà forse il compito di ricordare alla coscienza della Chiesa e del mondo il tesoro di insegnamenti, suggellati dall’atto umile della rinuncia, di questo pontefice e che riecheggiano nella domanda che Cristo rivolse ai suoi discepoli dopo aver sentito il brusio della folla di Gerusalemme che non accettava i suoi insegnamenti: «Volete andarvene anche voi?».