Renzi? Un Machiavelli superdemocristiano

Il sindaco di Firenze e la forza delle contraddizioni

Matteo Renzi vuole raccogliere con il retino tutta la schiuma prodotta dal Pd agitato e confuso per la promiscua convivenza con Silvio Berlusconi. Osserva Guglielmo Epifani che inciampa sul palco di una manifestazione pubblica, che si lussa un polso, e intuisce che non è lì, in quel grigiore un po’ sfortunato e scomposto, che si trova il suo vero avversario, quello che invece adesso abita Palazzo Chigi e di nome fa Enrico Letta. E dunque il sindaco ragazzino è in campagna elettorale. Gira l’Italia presentando il suo libro, prepara interviste televisive e titoli sui giornaloni, tutti pronti a ingrossare il vento di fronda che ancora discontinuo e disordinato spira contro le larghe intese. Di libri ne ha scritti tre in due anni, l’ultimo si intitola Oltre la rottamazione, ed è più di un programma, è piuttosto lo strumento, la scusa, per battere la penisola, palmo a palmo, città per città, sezione per sezione.

Ma Renzi non vuole gareggiare per la segreteria, dice che «se facessi una campagna elettorale per diventare segretario sembrerebbe che sono solo interessato a sedermi su una poltrona», e si schermisce quando invece non sarebbe necessario. Così prende forma una strategia dell’ambiguità, insieme antica e moderna, un po’ democristiana e un po’ furba, in definitiva molto italiana; naturale per un Paese che non ama le situazioni nette ma predilige gli arabeschi, la terra di Machiavelli e non di Lutero. Renzi si candida ma non si candida, è contro le larghe intese ma non vuole creare problemi al governo, «voglio dare una mano ma non si può stare al rimorchio di Berlusconi», è nella maggioranza ma anche no. È diventato un ossimoro.

Renzi capisce che tutto il tramestio della Fiom scatenata, della base in rivolta, tutto il marasma che ribolle nella fortezza sguarnita del Pd, ogni riflesso antiberlusconiano, ogni minaccia di incandidabilità al Cavaliere, persino una carezza a Nichi Vendola o a Beppe Grillo, tutto può far da propellente per la sua presa del potere. Così dice che «l’Imu è una cambiale che si paga all’accordo con il Cavaliere». Strategia elusiva, però, affermata e negata, composta di marce indietro e accelerazioni, più di curve che di rettilinei. Giura di essere “leale con Letta”, ma poi aggiunge, serpigno e contraddittorio: «Io con Berlusconi ci ho pubblicato un libro, loro ci hanno fatto un governo, e non so chi è messo peggio». E dunque mette una distanza, tra “io” e “loro”. “Io” che rottamo, o che forse non rottamo più, e “loro”, quelli che governano con il Caimano, lo stesso mostro infrequentabile che pure solo Renzi in passato ha avuto il coraggio di incontrare, proprio ad Arcore, sfidando il senso comune della sinistra pavloviana. E non si capisce perché mai questo giovane leader emergente si sia affidato proprio adesso alla trama polverosa, al tratto ambiguo, al volto duplice, per rinunciare a una battaglia combattuta alla luce del sole come ai tempi delle primarie. «Sì, voglio fare il leader del partito e sfido tutti. Questo governo è una boiata pazzesca».

Sembra il destino dell’Italia politica, l’eterno ritorno dell’uguale, le guerre restano fredde, le lotte si consumano dietro le quinte, mai in pubblico e sul proscenio. In Italia il potere si agguanta con asimmetrie e giochi di prestigio, contano soprattutto le furbate. E così l’ambiguità diventa il tratto dei rapporti di Renzi con il suo unico vero avversario, Enrico Letta. Lo incontra a Palazzo Chigi, gli stringe la mano e gli dà una pacca sulle spalle. «Io sono con te», lo rassicura sorridendo. E l’altro forse gli crede, forse no, ma il presidente del Consiglio ha bisogno di una tregua, di tempo, e poi teme l’energia di questo suo giovane compagno di partito.

E dunque anche Letta fa suo il principio dell’ammuina che è antica ginnastica democristiana, troncare sopire, sopire troncare, nella segreta speranza, poi, col tempo, alla fine, chissà, di poter invece stroncare. Ma all’ombra, mai al sole. Così in privato si fa accarezzare e blandire da Renzi, ma come Otello con Jago diffida fidandosi del suo amico/nemico, “costui è onesto fino all’incredibile; e conosce con spirito sagace, tutte le facce dell’umano agire”. Mentre l’altro lo vede protetto dal Quirinale, ancora forte, temibile, necessario ad equilibri superiori voluti in Europa. Ma come Jago, anche Renzi ordisce la sua tela di dissimulazione, «oggi lo Stato ha bisogno di lui, e, pur volendo, non può sbarazzarsene senza rischi alla propria sicurezza. Sicché, per quanto io possa detestarlo più delle pene dell’inferno, pure, date le circostanze del momento, mi tocca inalberare la bandiera d’un apparente attaccamento a lui, ch’è però sol per finta». È convinto, lo ha detto, che Letta sia diventato premier “grazie a una scorciatoia”. Sorgi, vendetta, di fondo alla tua nera spelonca.

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