Renziani, anatomia di una corrente alla sfida per il Pd

Alla vigilia dell’Assemblea nazionale del Pd

«Noi non siamo una corrente». Era il 5 novembre del 2010, e uno sbarbato Matteo Renzi, più giovane e pimpante di oggi, sindaco di Firenze da poco più di un anno, annunciava ai microfoni di SkyTg24 il primo appuntamento, a cui prese parte anche Pippo Civati. Si chiamava «Prossima Fermata Italia», e il giovane fiorentino metteva i primi tasselli di quello che poi avrebbe caratterizzato il renzismo. Sono passati tre anni e mezzo e siamo alla vigilia dell’Assemblea nazionale del Partito democratico che dovrà decidere come risolvere il nodo del post-Bersani e portare il partito al congresso.

Quello di Renzi, inaugurato con «Prossima Fermata Italia», era – a detta del sindaco di Firenze – un modo diverso di intendere e fare politica perché «noi non ci riuniamo per parlare male di far politica, ma per parlare di idee e speranze per l’Italia che vogliamo fare domani, questioni concrete come la banda larga, l’ambiente, innovazioni tecnologiche».

Ma gli anni passano, e il teorema «noi non siamo una corrente» è soltanto un ricordo delle kermesse alla Stazione Leopolda. Del resto oggi i renziani si muovono con il passo felpato di una vero e proprio gruppo. Li vedi parlottare in Transatlantico a gruppi di tre o quattro, e si muovono indipendentemente dai compagni di partiti del Pd, forti della posizione acquisita dal leader. Non seguono schemi prefissati, e riconoscono come unica guida «Matteo». Sì, lo chiamano per nome, e può essere soltanto questa la vera novità. Perché ai tempi della democrazia cristiana, un peones andreottiano non avrebbe mai sognato di poter chiamare il capocorrente «Giulio». Semmai «presidente del Consiglio», «Ministro», o, semplicemente, «Senatore».

La corrente dei renziani è costituita da una cinquantina di parlamentari, e, alla maniera dei democristiani, i fedelissimi del sindaco di Firenze sono suddivisi in sottogruppi. Il primo cerchio magico comprende i cosiddetti «toscani»: Dario Nardella, ex vice sindaco di Firenze, Luca Lotti, Simona Bonafé e Andrea Marcucci. I quali rappresentano i duri e puri del cosiddetto renzismo, e chiedono che «Matteo» faccia una battaglia all’interno del partito, o, forse sarebbe meglio dire, eserciti un’opa su Largo del Nazareno, la sede del Partito democratico. Mentre gente come Matteo Richetti, ex consiglio regionale dell’Emilia Romagna, e approdato all’entourage dell’ex rottamatore in occasione del Big Bang del 2011, da settimana ripete ad oltranza che «il Partito democratico non c’è più» ed evoca un movimento del sindaco di Firenze indipendente dal Pd. «Solo una suggestione» rispondono alcuni fedelissimi di Renzi. Del resto «Matteo ha detto più volte che non intende andar via dal Pd». Ma Richetti, stando ad una fonte de Linkiesta, non avrebbe digerito il doppio «no» di Renzi alla Presidenza dell’Anci e alla Presidenza del Consiglio, quando sembrava essere spinto anche da Napolitano.

Discorso a parte meritano i veltronian-renziani, coloro che vogliono un «Matteo» che torni a parlare alla maniera del Veltroni dello spirito del Lingotto. Fra questi si annoverano Paolo Gentiloni, sconfitto alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Roma, l’ex radicale Roberto Giacchetti, e il senatore Giorgio Tonini. E fra le sottocorrenti del renzismo c’è anche anche quella dei prodiani, guidata dal parlamentare Ernesto Carbone. Battitore libero fra le truppe del sindaco fiorentino c’è anche il presidente del consiglio regionale delle Marche Vittoriano Solazzi, uno che ha un rapporto di stima reciproca con «Matteo» e lo starebbe spingendo per strappare dal Partito democratico.

Ma nonostante le sottocorrenti, i parlamentari di rito renziano rispondono senza se e senza se alla chiamata del «Capo Matteo». «Una sintesi si trova sempre», spiegano. Del resto tanti di essi provengono da partiti centristi, come ad esempio la Margherita, dove la mediazione e la sintesi scorrono nel sangue. Ecco perché non trapelano mai litigi. Ed ecco perché sono una vera e propria «corrente» che ricorda quella che fu la Prima Repubblica.

E, in occasione del disegno di legge presentato ieri sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, l’hanno dimostrato. Compatti in sala stampa a Montecitorio hanno illustrato la proposta di legge. Ma alla domanda «siete o non siete una corrente?» non hanno saputo rispondere.

@GiuseppeFalci 

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