Topolino fa tremila numeri, in fila dal ’49 ad oggi

Oggi in edicola la tremillesima copia del fumetto creato da Walt Disney

C’è chi, a fine gennaio del Settantacinque, si svegliò prima del solito per correre in edicola ancora in pigiama e acchiappare la sua bella copia del mitico numero mille di Topolino, fresco di stampa. Tra questi c’è chi ripeté la levataccia a fine marzo del Novantaquattro, per il numero duemila. Ecco, oggi ci risiamo e Topolino tremila può finalmente trovare il suo cantuccio insieme agli altri nella collezione, con tutti i dorsi rigorosamente gialli.

Tremila, ragazzi! Tremila messi in fila, uno accanto all’altro, dall’aprile del Quarantanove fino a oggi.
Per cominciare bene la giornata, la storia d’apertura ha un autore con gli occhiali dalla montatura blu e un ghigno simpatico tra i baffi e il pizzo. È Tito Faraci e sembra uscito da un fumetto pure lui, con quel suo passo ciondolante alla Pippo.
Capita, di ritrovar se stessi tra paperi e topi e forse è proprio questo il motivo del successo di tutto ciò. C’è chi si rivede in Eta Beta, chi in Archimede Pitagorico, chi si rispecchia in Basettoni, chi in Nonna Papera. Tu?

È sceneggiatore di prim’ordine, Tito Faraci, ma se dice in giro che fa il fumettista va sempre a finire che gli chiedono un disegno e lui, con la matita in mano, è quasi peggio di te. Perché non ci si pensa mai, ma un fumetto va scritto e descritto, prima di esser disegnato, stampato e finalmente letto e guardato, riletto e collezionato, con il suo pallino nero sul naso e i guanti ad avvolgere le quattro dita. E se a pagina sette Pippo si allaccia le scarpe, bisogna dirlo già a pagina uno, al disegnatore, che Pippo le aveva slacciate…

Con le parole Tito ci va a nozze: trova le frasi giuste da far accomodare nel balloon e non sono mai troppe o troppo poche. Aggiunge un «nel frattempo» qua e là e bada bene che il colpo di scena sia in alto a sinistra di una pagina di sinistra, che se invece finisce sulla pagina di destra, quella dispari, l’occhio sbircia sempre troppo presto e la sorpresa si sgonfia.
Tito pensa di esserlo lui, Topolino, e a quota tremila non si sente per nulla vecchio. Di più: per festeggiare fa spendere due nichelini a Zio Paperone e gli fa acquistare una copia; poi fa esclamare a Gambadilegno che il numero andrà a ruba! Ahr! Ahr! A Paperino, invece, fa borbottare uno «SGRUNT», che il più simpatico è lui, ma il nome al giornale lo ha dato quel tizio dalle orecchie paraboliche! In più il tremila è il numero fortunato del solito Gastone… A Pluto fa dire «WOOF!» e non gli serve abbaiare altro, mentre a Pippo fa borbottare che il suo numero di scarpe è il cinquanta, ma avendo solo due piedi gliene avanzano sempre quarantotto.

E forse alla fine è anche un po’ Topolino a essere Tito…
Scrive anche quando non ci sono parole, Tito. Magari giusto un «BOOOM!» o un «GULP» e nulla più, perché poi quello che lui sceneggia diventa magicamente un disegno, sulla tavola rigorosamente di sei riquadri, con Clarabella e Orazio che scivolano dal pennino del disegnatore. Infatti il fumetto si legge anche se non c’è scritto nulla, perché il suo lavoro si nasconde tra matite, inchiostri e colori.

Capita spesso che la matita sia quella di Giorgio Cavazzano. Capita anche sul numero tremila e tra i suoi bozzetti mi nasconderei volentieri anch’io: se gli chiedi un disegno, lui sì che con due tratti ti tira fuori un Paperoga o una Nonna Papera e può dire in giro di fare il fumettista.
Son cinquant’anni che Giorgio frequenta topi e paperi, Ezechiele Lupo e Qui, Quo, Qua senza accento: cominciò nella bottega di Romano Scarpa e oggi è ancora lì a inventare il mondo della nostra fantasia. Era già lì ben prima del numero mille e per il duemila nemmeno dovette farsi svegliare all’alba, avendone disegnato lui la copertina…

Son cinquant’anni che Giorgio frequenta anche chi sta dietro Topolino, o dentro, e spesso son conterranei suoi e di Tito, come Guido Martina, Giovanni Battista Carpi, Silvia Ziche, Silvano Mezzavilla e tanti altri, tanto bravi che al loro cospetto Paperinik e Super Pippo impallidiscono. O arrossiscono.
Un giorno gli capitò sul tavolo da disegno anche una sceneggiatura da far tremare i polpastrelli, scritta da Jerry Siegel, ideatore di Superman in persona: Clark Kent, all’anagrafe di Cartoonia. Pure lui protagonista sulle pagine così piccole e così grandi del Topolino italiano, per cui sceneggiò ben più di cento altre storie, volanti e fantascientifiche come piace a lui. E come piace a noi.

Pare quasi che Topolinia e Paperopoli siano più dalle parti di Milano e Venezia, che alla periferia di Burbank e piace pensare che sia proprio così. In fondo, che Amelia se ne stia sul Vesuvio non è certo un caso. E se a spasso negli inferi c’è Pippo a far da Virgilio accanto a quel topastro d’un Dante è un caso ancor di meno. E se davanti a casa trovi parcheggiata una roulotte…
Racconta, Giorgio, che il suo vicino era solito stazionare la propria, di roulotte, bellamente davanti a casa, nella posizione più ingombrante possibile. Lui, per vendicarsi un po’, pensò bene di metterci ad abitare quei tre furfanti della Banda Bassotti – tié – senza nemmeno chiedere aiuto a uno sceneggiatore. E da allora il loro covo è ancora lì dentro, mentre il vicino, dove sia non lo so.

Magari si è alzato all’alba anche lui, stamattina, per correre ancora in pigiama all’edicola all’angolo, acchiapparsi il mitico numero tremila di Topolino e poi appollaiarsi solitario su una panchina del parco a leggere tutte d’un fiato le storie, una dopo l’altra, da quella di Tito e Giorgio fino all’ultima. Poi la giornata può cominciare.
E ricomincia anche il conto alla rovescia: mancano mille uscite al numero quattromila, a occhio si festeggia nel luglio del duemilatrentadue. Qualcuno mi ricordi di puntare la sveglia!

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