Tra Imu e lavoro nel Pd si litiga sul segretario

La bussola politica

Settimana complicata quella che si apre oggi, il Pd che torna a stendersi sul lettino dell’analisi psico-politica, che deve scegliersi un segretario, ma ovviamente non sa come fare: essere o non essere un partito aperto che si affida le primarie? E poi i tormenti del giovane Letta, l’Imu da restituire, i conti da rispettare, lo ius soli con le contorsioni della destra, e quell’ingombrante figura che si staglia ambigua all’orizzonte: ci si può fidare di Silvio Berlusconi?

Nel Partito democratico la guerra generazionale non è finita, malgrado le perdite, malgrado l’indebolimento di tutte le forze in campo, malgrado nessuno degli eserciti che si sono fronteggiati fino a ieri, fino alle dimissioni di Pierluigi Bersani e dell’intero gruppo dirigente, sia in fondo così voglioso di versare dell’altro sangue. I giovani, rampanti e finora quasi vincitori, si agitano, sono provati ma non mollano, sentono l’obiettivo del potere a portata di mano, intuiscono che ormai basterebbe quasi stendere il braccio per agguantare l’agognata mela, e dunque per questo non arretrano di un passo né abbassano le pretese.

Nei volti dei due aspiranti segretari, Gianni Cuperlo e Guglielmo Epifani, i ragazzi emergenti del partito che si chiamano Matteo Renzi ma anche Stefano Fassina scorgono le ben note sembianze di Massimo D’Alema e di Bersani, della vecchia guardia mai doma che ripropone all’infinito sé stessa, le sue logiche e i suoi antichi conflitti. Non è chiaro chi correrà davvero per la leadership, non si sa neppure come sarà eletto il nuovo segretario, né tanto meno appare chiaro se il nuovo capo sarà pro tempore, a scadenza, poco più di un reggente, o se invece sarà individuata subito una forte e legittimata guida politica.

Sabato si riunisce l’assemblea nazionale, l’organo in cui solitamente esplodono con fragore tutte le psicosi del partito. Come ne uscirà il Pd, tutto intero o a pezzi? In politica il conflitto di solito fortifica, purché lo scontro produca delle decisioni, dei cambiamenti percepibili. Sarà così, o il Pd ne uscirà male, con uno stanco compromesso buono soltanto per tirare avanti ancora un po’, sempre più logoro e privo di visione? Chissà. La riunione di sabato non interessa solo l’individuazione delle regole per la scelta di un nuovo segretario, ma è un tornante della storia del partito, sospeso tra morte e rigenerazione, ed è pure un passaggio decisivo per le sorti del fragile governo di Enrico Letta di cui il Pd è primo azionista. Se si logora il Pd, si logora anche il governo delle larghe intese e non sarà certo Silvio Berlusconi a evitare che la situazione precipiti verso nuove elezioni che lo vedrebbero largamente vincitore di fronte allo sbriciolamento del centrosinistra.

Dunque la navigazione non è semplice nemmeno per il neo presidente del Consiglio Letta. In primo luogo deve gestire la sgangherata promessa elettorale del Pdl sulla restituzione dell’Imu e deve pure fronteggiare le tensioni che a destra sta provocando il lavoro di Cecile Kyenge, il ministro dell’Integrazione che, coerente con la sua biografia, spinge per l’introduzione dello ius soli: la cittadinanza a chi nasce in Italia anche se da genitori stranieri. Ma i problemi con il partito di Berlusconi, in realtà, appaiono risolvibili, il Pdl è pronto a nicchiare su tutta la linea e ha già assunto un atteggiamento ondivago, ambiguo, che alcuni interpretano come la resipiscenza politica del Cavaliere diventato improvvisamente statista, mentre altri spiegano ricorrendo alle categorie più classiche e maliziose della furbizia e della tattica: Berlusconi aspetta, non farà mai cadere il governo, nemmeno di fronte a eventuali nuove condanne in Tribunale, perché non gli conviene, gli basta aspettare che sia la sinistra a implodere trascinando giù con sé anche le larghe intese e l’esecutivo della coppia Letta-Napolitano.

Chi si aspettava che questa sarebbe stata la settimana d’avvio del processo di riforme ambiziosamente enunciato da Letta nel suo discorso di insediamento resterà deluso. La Convezione, la famosa bicameralina, è al palo, impaludata nella guazza di polemiche che si sono scatenate intorno alla possibilità che la presidenza della nuova commissione potesse essere affidata al Caimano Berlusconi. E insomma, tra le difficoltà nella rimodulazione dell’Imu, il pantano delle riforme, e la rissosità della coalizione, le priorità del governo Letta appaiono oggi un po’ più lontane di quanto non lo fossero la settimana scorsa. Gli obiettivi sono ambiziosi: mettere fine all’austerità, tenere testa alla cancelliera Merkel e introdurre riforme strutturali. Ma circondato da una politica impazzita e poggiato sui due instabili pilastri di Pd e Pdl, Letta rischia di avverare le infauste previsione del Financial Times che del suo governo ha scritto: «Fingerà di porre fine all’austerity, si spaventerà di fronte ad Angela Merkel e rimarrà invischiato nei meandri delle riforme strutturali». 

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