Uscocchi, quando l’Adriatico era infestato dai pirati

I banditi del mare

«Banditi» è il tema di quest’anno di èStoria, a Gorizia, il IX Festival internazionale della storia che si chiude oggi. Molto si è parlato anche dell’aspetto marittimo del banditismo, la pirateria. Sia di quella di casa nostra, ovvero degli uscocchi nel Mare Adriatico, sia di quella classica caraibica, e pure di una meno conosciuta, ovvero dei pirati dell’Estremo Oriente.

Gli uscocchi sono popolazioni slave dell’interno dei Balcani sospinte verso la costa dalle invasioni ottomane, si insediano a Segna (Senj), poco a sud di Fiume (Rijeka), nel 1537 e operano nell’Adriatico per un’ottantina d’anni, prima di essere dispersi all’indomani della Guerra di Gradisca tra Venezia e gli Asburgo, nel 1615-17 (guerra che dagli austriaci viene non a caso chiamata “degli uscocchi”).

Gli uscocchi entrano a far parte del sistema della frontiera austriaca, sono sottoposti a un più o meno blando controllo dal parte dei funzionati asburgici e una parte di loro precepiscono anche un soldo versato dall’Hofkriegsrat di Graz. Compiono inscursioni terrestri contro i territori ottomani, e assaltano le navi che trasportano merci turche.

Man mano che passano gli anni il concetto di ciò che è lecito depredare si allarga, gli uscocchi cominciano ad abbordare navi veneziane, ragusee e papali prelevando le merci che appartenevano a mercanti ottomani o ebrei e se casualmente prendevano anche qualcosa che invece era di mercanti cristiani… be’, può succedere. Un po’ tutti li usano, quando fa comodo, a cominciare dai veneziani che prima di diventare i loro più fieri avversari li utilizzano in funzione anti turca. Lo stesso vale per gli Asburgo ai quali va bene avere qualcuno che infastidisce i turchi, ma che anche mette in discussione la supremazia veneziana nell’Adriatico, navigando e depredando in barba alle navi col leone di San Marco.

Quando la Serenissima fa la pace con gli ottomani comincia a vedere la presenza degli uscocchi come il fumo negli occhi, perché questi per compiere le incursioni terrestri contro i turchi violano il territorio della Dalmazia veneta, mentre quando depredano le navi fanno vacillare il controllo che Venezia dovrebbe esercitare sul mare per garantire la libertà di commercio. A loro volta gli uscocchi cominciano a considerare i veneziani nemici perché, seppure cristiani come loro, commerciano con i turchi. Inizia una guerra asimmetrica tra Serenissima e uscocchi che si concluderà solo quando interverranno con decisione i protettori austriaci. La Serenissima non riesce a venirne a capo perché utilizza contro i pirati i mezzi classici di una grande potenza, mentre questi ultimi si comportano come guerriglieri, fuggendo e sottraendosi al combattimento, quando riescono. In più occasioni se la filano sotto il naso dei veneziani affrontando il mare in tempesta che i sudditi di San Marco non osavano sfidare.

A Venezia non sanno più cosa fare per schiacciare questo noiosissimo insetto che continua a punzecchiare con tanta efficacia il traffico marittimo della Serenissima. C’è addirittura chi ipotizza di avvelenare un carico di vino (gli uscocchi, che non avevano terra da coltivare, si procuravano i viveri e il vino deprendandoli) in modo da farne strage, ma il progetto viene abbandonato (in altre occasioni Venezia aveva usato questa specie di antenato delle armi chimiche). Un ambasciatore inglese a Venezia riferisce inorridito di aver visto cinque teste barbute infilzate su picche messe a ornamento della Scala dei giganti, nel cortile di Palazzo Ducale: erano teste di uscocchi esposti al pubblico perché fossero riconosciute dai marinai che erano stati loro vittime (poiché chi portava una testa di uscocco alle autorità veneziane riceveva un premio, talvolta non si andava tanto per il sottile e si portava una testa qualsiasi, naturalmente dopo averla staccata dal corpo del legittimo proprietario, affermando che fosse di un uscocco).

La questione, come già detto, viene risolta dopo la guerra tra Venezia e l’Austria. A inizio Seicento gli Asburgo fanno la pace con gli ottomani e gli uscocchi non servono più. Le paghe arrivano sempre più saltuariamente e i pirati sfuggono totalmente al controllo (arriveranno a trucidare un governatore austriaco), ma Vienna lascia fare perché le fa comodo tenere i veneziani sulla corda. Questi ultimi muovono guerra, conquistano Gradisca, vicino a Gorizia, che rimarrà veneziana, ma alla fine del conflitto il trattato di pace di Madrid segna la fine definitiva degli uscocchi: verranno dispersi nell’entroterra e messi nell’impossibilità di piratare.

Lo storico scozzese Angus Konstam, autore di una storia della pirateria tradotta in italiano dalla Leg, ha spiegato quanto di sbagliato ci sia nell’immagine dei pirati caraibici tramandataci da Hollywood. Per esempio non erano vestiti con bandane e orecchini, li ha acconciati in quel modo un autore di libri per bambini di metà Ottocento che aveva dato ai pirati il look dei contadini spagnoli dell’epoca, evidentemente dall’aspetto piuttosto esotico. Non è vero che fossero crudeli, anzi: dopo aver ammazzato capitano e ufficiali, i pirati non torcevano un capello agli equipaggi perché tendevano ad arruolarli, cosa che accadeva con regolarità. E nelle ciurme pirata vigeva un’assoluta democrazia: capitano e quartiermastro (una sorta di vice) erano eletti, il bottino veniva diviso equamente, insomma l’esatto contrario delle regole – severissime – a cui si ispiravano le marinerie dell’epoca.

Un altro storico britannico, Stephen Turnbull (pure lui tradotto dalla goriziana Leg con il titolo I pirati dell’estremo Oriente) si è occupato di pirati coreani, cinesi e giapponesi fino al XVII secolo. Questi sì, invece, che erano piuttosto crudeli. Soprattutto i giapponesi, che ammazzavano le loro vittime a colpi di katana. Nel ruolo di vittime, nel Pacifico così come nell’Atlantico, si ritrovavano spesso gli spagnoli. La loro cattiva fama è tale che vengono arruolati dai vari sovrani locali che preferiscono pagarli per farli star tranquilli anziché ritrovarseli contro. E alla fine i terribili pirati giapponesi vengono addomesticati diventando le guardie del corpo dei re del Siam, della Cambogia e della Birmania.

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