Via ai test Invalsi: più domande aperte e meno trucchi

A maggio e giugno 2,2 milioni di studenti sotto esame

In Italia si aggira lo spettro di un esame che fa più paura ai docenti che agli alunni. Si tratta del test Invalsi, la prova nazionale di italiano e matematica che nei prossimi due mesi coinvolgerà 2,2 milioni di studenti. Cominciano le seconde e le quinte elementari, rispettivamente il 7 e il 10 maggio, seguite dalle prime medie il 14 maggio e dalle seconde superiori il 16. Il 17 giugno sarà la volta delle terze medie e in questo caso il voto del test peserà anche sull’esito dell’esame finale per un sesto.

Nato 10 anni fa, l’Invalsi – ente soggetto alla vigilanza del ministero dell’Istruzione – ha soprattutto lo scopo di verificare le conoscenze degli studenti e la qualità complessiva dell’offerta formativa. Lo strumento principale sono appunto i test nazionali che, essendo uguali per tutte le classi in tutte le Regioni, consentono di valutare oggettivamente i livelli di apprendimento degli studenti e di fare eventuali comparazioni. Ma più che gli studenti sono gli insegnanti che temono di essere valutati con uno strumento che ritengono rozzo e inadeguato.

I test per esigenze di rapidità nella correzione e di oggettività nella valutazione sono in gran parte a crocette. Di qui le critiche di nozionismo e di banalizzazione dell’insegnamento. I sindacati di base (Cobas, Usb, Cub e Unicobas) della scuola, che hanno indotto scioperi mirati nei giorni delle varie prove Invalsi, criticano nella loro nota «l’idea di scuola tutta schiacciata sulla presunta valutazione, secondo i catastrofici criteri della scuola-azienda, finalizzata a fornire l’istruzione come se fosse una qualsiasi merce in compra-vendita». E non sono i soli a protestare, anche se gli unici a scioperare.

«Il problema – dichiara Annamaria Gilberti, dirigente del Miur esperta del servizio di valutazione – è il clima generale di sfiducia che si respira nella scuola italiana, e non solo nei confronti del Ministero e dei vari governi. Spesso i presidi e gli insegnanti temono che dando pubblicità a eventuali esiti negativi dei test questi vengano usati strumentalmente da certe scuole a danno di altre. O ancora i docenti temono di essere valutati male dai genitori se i propri studenti non ottengono buoni risultati, e magari sbattuti in prima pagina dai quotidiani locali per qualche esito clamoroso. C’è ancora una scarsa comprensione di qual è il ruolo dell’Invalsi e di come vadano interpretati i risultati. Più che l’esito della singola prova l’attenzione andrebbe data agli eventuali miglioramenti o peggioramenti nel corso del tempo».

Ma le diffidenze restano e, oltre alle proteste a volte clamorose di insegnanti che si rifiutano di consegnare le prove o che invitano gli studenti a «bigiare» il giorno del test, si sono registrati vasti fenomeni di truffa. Si tratta del così detto fenomeno del «cheating», cioè professori che lasciano copiare gli studenti o addirittura che suggeriscono loro le risposte. Grazie a un sistema di rilevazioni statistiche è possibile individuare il fenomeno e se sui singoli casi, come spiega la professoressa Gilberti, «sono possibili errori o spiegazioni alternative», sui grandi numeri non si sbaglia. Così nel 2009 era ad esempio emerso che i risultati preliminari che davano voti migliori agli studenti del Meridione rispetto a quelli del nord erano viziati da una percentuale di «cheating» del 20% al Sud – con punte del 30% in Sicilia, Campania e Calabria – contro il 2% del Nord.

«Contro questo fenomeno – spiega ancora la professoressa Gilberti – è stato previsto l’invio di osservatori a campione. Ma più che altro si è elaborato un sistema per scorporare dai risultati finali quelli viziati dal “cheating”». Nel corso degli anni i test Invalsi sono andati affinandosi, per rimediare di volta in volta alle problematiche che emergevano. Tra le novità di quest’anno ad esempio c’è un diverso conteggio dei punteggi ottenuti dagli studenti immigrati. Già negli anni passati i loro voti venivano considerati in maniera particolare rispetto a quelli degli studenti autoctoni, ma da quest’anno si è differenziata la posizione degli immigrati nati in Italia da quelli arrivati successivamente, e si è deciso di non prendere in considerazione per gli esiti finali della valutazione il risultato ottenuto dai ragazzi immigrati inseriti nel sistema scolastico da meno di un anno.

Altra novità, pensata per rispondere in parte alle critiche che vengono rivolte al test, è la diminuzione in percentuale delle domande a crocette e l’aumento di quelle aperte. Il commissario straordinario dell’Invalsi, Paolo Sestito, ha spiegato che «le prove stanno enfatizzando sempre di più le competenze più che le semplici conoscenze scolastiche. Stimoli cognitivi e non quiz nozionistici. Non si vuole offrire un metro di giudizio del singolo alunno ma la finalità è sempre dare una descrizione del sistema scolastico complessivo. Nessun ragazzo sarà “marchiato” nel suo percorso sui banchi». La diminuzione delle domande a crocette può arrivare solo fino a un certo punto tuttavia, visto l’aumento dei tempi – e quindi dei costi – della correzione con il maggior ricorso alle domande aperte.

A livello di sperimentazione quest’anno partono i test anche per le quinte superiori. Secondo i piani dell’Invalsi la sperimentazione dovrebbe andare avanti per due anni per poi arrivare a una prova nazionale nel 2015. A livello di dibattito si discute se sia opportuno o meno che questo test prima o poi entri a far parte delle prove di maturità, o comunque abbia un peso sull’esito finale. I favorevoli sottolineano come nel sistema attuale, con la terza prova lasciata all’autonomia dei singoli istituti, ci siano enormi disparità di giudizio nei confronti degli studenti. I contrari fanno però notare che, inserendo una prova uguale per tutti alla maturità, sarebbe praticamente impossibile mantenere la percentuale dei promossi al di sopra del 90%.

In una scuola dove gli studenti, e i genitori, sono interessati più al voto che all’apprendimento, in cui gli stessi insegnanti sono più preoccupati di far fare bella figura ai propri alunni che non di valutarne gli effettivi miglioramenti, non ci si deve stupire che la volontà di livellare verso l’alto gli standard non trovi nessun padre politico.

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