Weidmann è certo: «L’austerity può aiutare la crescita»

Deutsche Bank avverte: «Francia e Germania non immuni»

Ancora una volta, la Germania ricorda al resto dell’eurozona che non si esce dalla crisi senza sacrifici. Al contrario, l’imperativo è quello di continuare con il consolidamento fiscale, che deve però essere unito a misure di crescita economica senza la creazione di nuovo debito. Questa volta è il numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann, a rammentarlo.

«Non c’è e non ci deve essere un conflitto fra il consolidamento fiscale e la crescita». Con queste parole, Weidmann ha spiegato oggi che la via intrapresa negli ultimi due anni dagli Stati dell’eurozona deve continuare. Nello specifico, occorre che sia l’austerity portata avanti tramite tagli strutturali alla spesa pubblica, gli unici che secondo la Bundesbank possono essere funzionali alla ripresa economica. Non è tutto. Grazie al mix delle attuali politiche monetarie, tanto straordinarie quanto necessarie, della Bce e al consolidamento fiscale, è possibile che lo scenario finanziario all’interno dell’area euro possa migliorare ancora. Fiducia e bassi tassi d’interesse dei bond governativi: ecco i due principali benefici che l’austerity potrebbe portare nel lungo periodo, secondo Weidmann.

Spesso criticato per le sue posizioni forse troppo dogmatiche, il banchiere centrale tedesco ha però ragione su almeno due punti. Il primo è che gli Stati membri della zona euro non possono pensare di tornare ai livelli di spesa pre-crisi. Il bengodi vissuto fra la seconda metà degli anni Novanta e il 2009, l’anno dopo il crac di Lehman Brothers, deve essere dimenticato. Ne è convinta anche la banca statunitense Goldman Sachs, che recentemente ha criticato le posizioni intraprese da alcuni governi dell’eurozona. Troppo blande le misure di contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, specie nella congiuntura odierna. L’imposizione dettata dalle necessità, non tanto da enti superiori come buona parte del complottismo di questi anni ha detto, è quella di rivedere i singoli capitoli della spesa pubblica dei singoli Stati membri, al fine di ridurre sprechi e liberarsi da un modello di crescita economica spesso basato solo sull’indebitamento. Allo stesso tempo, l’attuale politica monetaria espansiva condotta da Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan non potrà durare in eterno. Ne sono consapevoli gli investitori, che stanno sfruttando l’attuale quadro per ottenere il massimo del profitto possibile, ma non ne sono consci i governi. È per questo che Weidmann, ma non solo lui, stanno spingendo per una crescita più sostenibile che in passato.

I concetti esplicitati oggi dal capo della Bundesbank non devono sorprendere. Sono gli stessi che il presidente della Bce, Mario Draghi, sta continuando a ripetere da quando si è insediato all’Eurotower. I governi devono fare la loro parte nel ripensamento delle attuali politiche economiche. In altre parole, di fronte a una zona euro sempre più frammentata, occorre uno sforzo comune per superare le divisioni fra il cuore e la periferia. L’euro a due velocità la cui nascita è stata amplificata dalla crisi dell’eurozona può (e deve) essere superato tramite un ripensamento dei sistemi di oggi. Parlando alla Luiss di Roma lo scorso 6 maggio, Draghi spiegò infatti che il modello di welfare adottato dai governi della zona euro ha contribuito a superare buona parte della crisi, ma deve comunque essere «adeguato ai mutamenti richiesti dalle dinamiche demografiche e dal nuovo competitivo globale». L’eurozona non è più il centro del mondo. Al contrario è un continente vecchio, e in costante invecchiamento, che fatica a restare al passo con Asia e Stati Uniti. Ecco il motivo delle raccomandazioni della Bce. Senza un ripensamento generale, è difficile che si possa uscire in fretta da una crisi strutturale nella quale le singole crisi di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna hanno rappresentato solo dei focolai. Del resto, come spiegato da Deutsche Bank a fine 2012, nemmeno Francia e Germania sono immuni dal consolidamento fiscale. E per uscire dalla crisi ci possono anche essere soluzioni estreme. «Nel lungo termine dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un default è un elemento chiave per la disciplina di mercato», ha detto Weidmann.

La Bce ha messo a disposizione gran parte delle armi a sua disposizione. Dalle Long-term refinancing operation (Ltro) ai tagli del tasso d’interesse di rifinanziamento, passando per le sforbiciate al tasso sui depositi, che potrebbe presto essere negativo al fine di combattere il credit crunch. La liquidità non manca e la fiducia degli investitori stranieri sta tornando, come dimostrano gli ultimi dati sui Money market fund (Mmf) statunitensi. Il problema principale è che, fino a quando i governi della zona euro non riusciranno a superare gli interessi politici particolari al fine di rinnovarsi, la crisi morderà ancora. E ogni volta lo farà in modo sempre più violento.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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