Anche se garantite le banche non fanno le banche

Zero rischi con i soldi degli italiani

«Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare», diceva lo scrittore portoghese José Saramago. Le banche lo stanno rimandando da tempo, grazie ai cittadini italiani. Sebbene esista da vent’anni, l’attenzione di politica e istituzioni per il Fondo centrale di garanzia del ministero dello Sviluppo Economico è relativamente recente. Prima il comitato di saggi istituito da Giorgio Napolitano, poi Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, nelle ultime Considerazioni finali, ne hanno chiesto l’ampliamento. Con il “decreto del fare”, Fabrizio Saccomanni da ministro dell’Economia ha spinto per la revisione dei criteri d’accesso. Anche Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, ha sottolineato l’importanza di un suo rafforzamento.

Nato per garantire l’accesso al credito alle startup o alle Pmi non bancabili – cioè con rating interno troppo rischioso – il Fondo si è trasformato in uno strumento utile alle banche per liberare capitale. La parola magica è “ponderazione zero”: per la parte dell’esposizione a garanzia diretta e controgarantita “a prima richiesta” dallo Stato italiano, e quindi da tutti noi, gli istituti di credito sono sollevati dall’onere di allocare capitale a copertura del suddetto credito. Teoricamente, il meccanismo dovrebbe comportare minori tassi su fidi e mutui. In pratica non è così. Per un motivo piuttosto banale: nei regolamenti di funzionamento del Fondo non c’è nessun obbligo di tal genere.

Domani il comitato di gestione del Fondo di garanzia si riunirà per recepire le disposizioni comunitarie sulla trasparenza, in base alle quali gli istituti sono tenuti a indicare se la stampella pubblica serve a erogare nuovo credito o a gestire l’esistente, e se essa ha o meno un impatto sul pricing. Un passo in avanti che non basta. Allo stato attuale non si conosce né il rating né il tasso a cui la banca concede credito controgarantito, dati che attualmente il comitato sta elaborando assieme alla Banca d’Italia. I numeri disponibili al pubblico sul sito del Fondo sono parziali e datati: gli ultimi si riferiscono a maggio 2012. I dati aggiornati all’aprile 2013, che Linkiesta ha potuto consultare (vedi tabella sotto), evidenziano 16.774 operazioni accolte, per un volume di finanziamenti pari a 2,4 miliardi e un importo garantito di 1,4 miliardi di euro. In aumento sul 2012 gli importi garantiti e finanziati: «145.300 euro il finanziamento medio nel primo quadrimestre del 2013, a fronte di un valore di 123.400 euro relativo al primo quadrimestre del 2012. Allo stesso modo il garantito medio nel primo quadrimestre del 2013 si attesta intorno a 84.300 euro, a fronte di un valore per il 2012 di 60.500 euro», si legge nei documenti.

Fonte: Fondo centrale di garanzia

Claudia Bugno, presidente del comitato dal 2009, assicura a Linkiesta: «L’obiettivo del Fondo è utilizzare delle leve per agevolare le imprese non bancabili come le startup, che non hanno uno storico dei bilanci o l’imprenditoria femminile. Soltanto il 10% del totale controgarantito è riferibile a medie imprese, la stragrande maggioranza riguarda piccole o micro imprese che non hanno garanzie reali». «Nel 2013», spiega ancora Bugno, «sono aumentate le banche che lo stanno utilizzando per garanzia diretta». Il decreto del Fare ha innalzato l’ammontare da 1,5 a 2,5 milioni e la copertura fino all’80%, mentre la dimensione dovrebbe raddoppiare da 2 a 4 miliardi, con una leva fino a 40 miliardi. 

Eppure né Zanonato né Saccomanni si sono ancora posti il problema del “tasso calmierato”, peraltro di non semplice soluzione perché ogni singola operazione – questa l’obiezione lato banche – è storia a sé. Se all’interno del comitato è in fase avanzata la riflessione sulla congruità del criterio mol/fatturato, sul fronte tasso d’interesse (essendo la garanzia statale) sono il dicastero di via Veneto e quello di via XX Settembre a dover dare un imput per la modifica dei criteri. È un’urgenza, alla luce del consueto giochino degli istituti sulle garanzie “a prima richiesta”. Esempio: una banca concede un fido di 100mila euro a una piccola società, a fronte di una garanzia all’80 per cento. Se la società in questione va in default, la banca può escutere subito 80mila euro senza aspettare che porti i libri in Tribunale. Risultato: non solo si risparmia capitale, ma non si è costretti a iscrivere il 100% della posizione dell’impresa nel novero dei crediti dubbi.

L’impatto del fondo di garanzia gennaio-aprile 2013

Il discorso non vale per i Confidi, i quali possono a loro volta controgarantirsi presso il dicastero di via Veneto. In questo caso, oltre alla ponderazione dell’esposizione al 20% per gli istituti di credito, i Confidi generalmente consentono ai propri associati di spuntare un tasso calmierato. Andrea Bianchi, direttore generale presso Artigianfidi Lombardia, osserva: «Quando le banche richiedono la garanzia su esposizioni a tripla A non lo fanno per stemperare il rischio, ma per abbattere il consumo di capitale». Una distorsione che, per Bianchi, deriva parzialmente dalla «macchinosità del processo di rimborso in caso di default, che è lungo, complicato e con rischi legati a possibili vizi di forma». Un tema, quello dell’ecessiva burocratizzazione del Fondo, riconosciuto anche dal Comitato di gestione e pericoloso nel momento in cui, causa crisi, aumentano le richieste di liquidazione delle perdite.

Ambra Redaelli, presidente di Piccola Industria Lombardia, ha una proposta per evitare il risk transfer sulle spalle dei cittadini e contemporaneamente scontare via tasso il mancato assorbimento del capitale da parte degli istituti di credito: utilizzare le medesime norme che regolano il Fei, il Fondo europeo per gli investimenti. Dice Redaelli: «Ogni sei mesi gli ispettori comunitari verificano a) che lo strumento europeo sia servito ad erogare nuovo credito e b) che i clienti abbiano vantaggi tangibili attraverso un pricing dedicato. In altre parole, il saldo sulla posizione della clientela deve essere attivo». L’idea è passare da un aiuto alle banche a una dote per le imprese, mettendo gli istituti in concorrenza tra loro. È lo stesso meccanismo dei Poin (programmi operativi interregionali europei) che consentono di “prenotare” la garanzia e scegliersi l’intermediario.

Distribuzione geografica delle domande accolte a gennaio-aprile 2013

Alla vigilia della due giorni dell’Abi dedicata a Basilea III, le cui regole sul cuscinetto di capitale anti shock esogeni hanno scatenato una corsa alla compliance, una buona moneta di scambio potrebbe essere la vexata quaestio della deducibilità fiscale delle sofferenze in diciotto anni. Il numero uno dell’associazione dei banchieri, Antonio Patuelli, lo ha chiesto qualche giorno fa all’assise di Confindustria Ferrara. Giusto eliminare una legislazione penalizzante rispetto ai competitor, in cambio però della reintroduzione del rischio nell’attività bancaria, un’attività imprenditoriale – troppo spesso lo si dimentica – come tutte le altre.

Twitter: @antoniovanuzzo

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