“Hollande, fai le riforme o farai la fine dell’Italia”

Lo chiede l’Europa (e la Merkel)

«La Francia ha un problema di competitività. Ed è il maggiore di tutti». A dirlo senza giri di parole è stato il presidente francese François Hollande durante l’ultimo bilaterale con la Germania. E anche il cancelliere tedesco Angela Merkel è convinto della stessa cosa. Nemmeno il cuore della zona euro è immune alla crisi e al rinnovamento che occorre all’intera area. E Parigi rischia la sindrome dell’Italia, fra alto debito, bassa crescita e un sistema economico poco produttivo e poco competitivo.

Non esiste un Paese senza problemi. L’eurozona di oggi è fatta così. Ma la cristallizzazione portata dalle misure introdotte dalle banche centrali di mezzo mondo continua a funzionare. È questo il momento per adottare le riforme che servono. Lo ha detto la Merkel, parlando a Hollande. Lo ha ribadito il presidente francese. Il problema è che la Francia si sta italianizzando. O meglio, è già così. Per questo occorre quanto prima che l’Eliseo introduca riforme al mercato del lavoro e al sistema previdenziale. Proprio come l’Italia.

La Commissione europea ha dato a Parigi più tempo per raggiungere i propri obiettivi di bilancio. In altre parole, per rientrare dentro i parametri del Fiscal compact, che vedono il limite del rapporto deficit/Pil al 3% e quello del rapporto debito/Pil al 60 per cento. Il primo valore sarà toccato solo nel 2015, quando il deficit sarà al 2,8% del Pil. Per l’anno corrente sarà del 3,9%, mentre sarà del 3.6% per il prossimo anno. Un premio che Bruxelles ha voluto dare alla Francia, ma che deve essere preso per quello che è: un modo per prendere tempo al fine di adottare le riforme strutturali in grado di mettere in sicurezza il Paese.

Secondo Hollande c’è un modo su tutti per evitare che la Francia entri in una spirale difficile da gestire. «Bisogna riformare il sistema pensionistico già nell’anno per abbassare il deficit pubblico», ha spiegato Hollande. Il quadro dentro cui si muove l’Eliseo non è rassicurante. Le stime della Commissione europea, aggiornate poche settimane fa, vedono un Pil fermo, +0,1% nel 2013, dopo un poco entusiasmante 0,0 per cento. Solo il prossimo anno ci sarà un rimbalzo, quando il Pil crescerà dell’1,1 per cento. Non è sotto controllo il deficit, o almeno non ancora, e non è nemmeno sotto controllo il debito pubblico, che continuerà a salire: dall’85,8% del Pil segnato nel 2011 si passerà al 96,2% del Pil che sarà toccato nel prossimo anno. In aumento anche il tasso di disoccupazione, dal 9,6% del 2011 al 10,9% del 2014. Rimarrà invece invariato il tasso di risparmio delle famiglie: sempre intorno al 15,5% del reddito disponibile. Cifre che son superiori al tasso italiano, compreso fra l’11,4% del 2012 e il 12% del 2014.

La situazione della Francia non deve essere sottovalutata. Quando nel maggio 2011 cominciarono le tensioni intorno a Italia e Spagna, gli investitori più aggressivi avevano già iniziato a guardare verso l’Eliseo. Deficit e debito in ascesa, crescita anemica (poi sfociata in una recessione tecnica), forte esposizione bancaria su Italia e Spagna, significativi gap di produttività e competitività, oneroso apparato statale e obsoleto sistema previdenziale: il timore era che dopo Roma e Madrid potesse esserci Parigi al centro della sfiducia degli operatori.

Le cose poi non sono andate così. E il merito non è certamente né di Nicolas Sarkozy, né di Hollande. Anche in questo caso il merito è della Banca centrale europea (Bce). Tramite la nascita dello scudo anti-spread rappresentato dalle Outright monetary transaction (Omt), lo speciale programma di acquisto di bond governativi, si è creata una rete di protezione capace di includere Parigi. Come spiegato da Morgan Stanley, il giovamento è arrivato per tutti, ma un poco di più per la Francia, che è stata risparmiata dalla fase più virulenta della crisi. «La Francia è stata solo sfiorata dalla fase più acuta della crisi, ma questo non significa che non debba introdurre riforme per bilanciare gli squilibri interni», scriveva a marzo Goldman Sachs, facendo leva su un modello di sviluppo economico tanto oneroso quanto poco remunerativo nel lungo periodo.

Nel novembre 2012 il settimanale britannico The Economistattaccò duramente la Francia. Con un lungo report sul Paese, la bibbia dell’economia spiegò perché Parigi è una mina vagante all’interno della zona euro. La reazione dei francesi fu pesantissima. Su Londra, patria del settimanale, e sulle ragioni di quell’attacco si disse di tutto e di più. Eppure, l’Economist non aveva torto. Come ha ribadito ancora due settimane fa Société Générale, il governo di Hollande non può lasciare nulla al caso. «È facile che siano mancati gli obiettivi di bilancio sia per l’anno in corso sia per il successivo», afferma la banca transalpina. Eppure, il Tesoro non farà alcuna revisione. Agire con gli spazi di manovra sempre più ridotti, e lo dimostra il caso italiano a cavallo di 2011 e 2012 con l’esperienza del governo di Mario Monti, non aiuta. La prima operazione del governo per ribilanciare i conti e cercare di trovare risorse per le riforme, è quella più semplice: alzare le imposte. È stato fatto in Italia, dove si continua a farlo. È stato fatto in Francia, dove si continua a farlo. E senza l’incentivo più forte di tutti, ovvero la pressione dei mercati finanziari, le riforme saranno o all’acqua di rose o posticipate a data da destinarsi. Un déjà vu.

Il ministro delle Finanze Pierre Moscovici non ha dubbi. La Francia non ha bisogno di essere annoverata fra i malati d’Europa perché ha iniziato un percorso virtuoso di consolidamento fiscale, unito a riforme strutturali. Moscovici lo ripete da mesi, tranquillizzando investitori e istituzioni. I problemi rimangono. La crescita anemica, unita a un sistema centrale che assorbe risorse su risorse e una significativa chiusura di certi mercati interni, pone Parigi in una situazione di vulnerabilità rispetto agli shock che ancora si possono presentare all’interno della zona euro. Regge ancora il sistema bancario, nonostante le difficoltà sia nel periodo dopo il collasso di Lehman Brothers sia dopo il congelamento dei mercati interbancari fra 2011 e 2012. Il costo di accesso al credito non è un problema per le imprese francesi, che possono contare ancora su un basso livello di tassi d’interesse retail. Il dilemma semmai non è puramente finanziario. È capire in che modo Parigi possa evitare di diventare Roma nel medio-lungo termine. E su questo punto né Hollande né Moscovici sembrano avere una risposta.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria 

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