I conti italiani sotto la lente del Fondo monetario

Mentre l'attenzione è sul Consiglio Ue

Mentre Enrico Letta si dichiara fra i vincitori dell’ultimo Consiglio europeo, l’Italia sta giocando una partita ben più importante. Il campo di gioco sono le finanze pubbliche e il sistema finanziario interno. Gli attori sono due: da un lato l’Italia, dall’altro il Fondo monetario internazionale (Fmi). È infatti in corso la verifica periodica dello stato economico-finanziario del Paese. Le pressioni sono tante. L’attività di lobbying istituzionale era iniziata ancora prima che i funzionari del Fmi mettessero piede a Roma. L’obiettivo dell’Italia è uno: evitare che si perda l’ottimismo guadagnato finora.

Nella migliore delle ipotesi, ci sarà solo una revisione delle stime di crescita del Pil, ovviamente al ribasso. Nella peggiore, una raccomandazione a nuove misure di consolidamento dei conti pubblici, specie dopo la chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta dall’Ue nel 2009. Le variabili sono però tante. Il giro istituzionale dei tecnici del Fmi, guidati da Kenneth Kang e coadiuvati da Lusine Lusinyan, toccherà Tesoro, Banca d’Italia e Palazzo Chigi, più le diverse authority di vigilanza. Lo scopo è comprendere fino a che punto sono sane le finanze pubbliche italiane, anche dopo le recenti misure a sostegno dell’economia, come il pacchetto per contrastare la disoccupazione giovanile.

«Un po’ di nervosismo c’è sempre, ma questa volta un po’ di più», dice a Linkiesta un funzionario del Tesoro. Il motivo, nonostante gli inviti alla calma del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, è chiaro. Il rinvio dell’aumento dell’Iva e la sospensione della rata dell’Imu rischiano di causare uno shock fiscale entro fine anno, capace di rallentare la ripresa dell’economia. Quindi le vie sono due: o si trova un’adeguata copertura finanziaria o c’è il pericolo che l’uscita dalla recessione possa essere più lunga delle aspettative. «I primi colloqui sono andati bene, anche se la debolezza economica del Paese non dipende solo da cause interne, ma dalla congiuntura globale», dice il funzionario. Un elemento noto al Fmi.

Il capitolo che preoccupa di più il Fmi, spiegano fonti governative italiane, è quello relativo al Financial sector assessment program (Fsap). Il controllo della salute del sistema finanziario, mai come quest’anno, è cruciale per capire se le banche italiane potranno sostenere la ripresa allentando il credit crunch. Il timore è che la restrizione del credito derivi da una sottocapitalizzazione non ancora emersa dai bilanci ufficiali. Se è vero che la European banking authority (Eba), l’authority comunitaria di sorveglianza bancaria, non ha evidenziato particolari esigenze in termini di capitali, è altrettanto vero che l’istituzione di Washington vuole vederci chiaro.

Già nel luglio 2012 il Fmi aveva messo in guardia l’Italia per via della vulnerabilità dei suoi istituti bancari. Nel corso della verifica sulla resistenza sistemica, il Fmi non aveva usato mezzi termini: «Le banche italiane devono rafforzarsi, sono troppo esposte agli shock». Un concetto reiterato nella seconda parte dell’anno. E anche nello scorso marzo, quando Washington ricordò che nonostante le banche italiane avessero resistito meglio alla crisi rispetto alle compagini europee, erano ancora elevati diversi rischi. Colpa della connessione, amplificata fra 2011 e 2012, fra sistema bancario e debito sovrano. In altre parole, gli istituti bancari italiani si sono riempiti di bond governativi italiani per compensare la debolezza della domanda straniera. Secondo gli ultimi dati di Reuters Datastream, la quota di debito pubblico detenuta dalle banche italiane è pari al 45% dei titoli circolanti. Il resto è diviso fra stranieri e Banca centrale europea (Bce), che ha ancora in pancia i circa 103 miliardi di euro acquistati tramite il Securities markets programme (Smp). Uno scenario giapponese, fatto di debito detenuto internamente, che non poco preoccupa i tecnici del Fmi. Specie considerando perché il debito continua ad aumentare.

La tegola più spinosa per Tesoro e governo è però un’altra. Dopo le rivelazioni di Repubblica e Financial Times, i riflettori sono puntati anche sui contratti derivati sottoscritti dal Tesoro negli anni passati. O meglio, è da chiarire se e come queste operazioni potranno avere un impatto sui conti italiani. Come spiegano fonti governative italiane, «non ci sono problemi di alcun tipo». Le stesse parole pronunciate da Letta a margine del Consiglio europeo. Secondo Tesoro e Palazzo Chigi è già un capitolo chiuso. Non è detto che sia lo stesso anche per il Fmi.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria 

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