I giornalisti non rischieranno più il carcere (forse)

Domani in commissione Giustizia l’esame dell’ennesima proposta

Niente carcere per i giornalisti. Martedì 4 giugno la commissione Giustizia della Camera inizierà l’esame di una proposta di legge epocale. Una riforma del codice penale e della legge sulla stampa finalizzata ad abolire le pene detentive per gli autori del reato di diffamazione a mezzo stampa. Non è la prima volta che politica cerca di cambiare il sistema. Da anni il Parlamento tenta invano di coniugare libertà di stampa e tutela dei diritti delle persone oggetto di diffamazione. Adesso a riprovarci è Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia.

Il testo è stato presentato solo a metà maggio. Un progetto di legge che non depenalizza il reato di diffamazione a mezzo stampa, ovviamente, ma ne elimina l’anacronistica pena detentiva. Una battaglia condivisa anche da altri deputati, che nelle scorse settimane hanno depositato documenti simili (dal capogruppo del Centro democratico Pino Pisicchio alla Pdl Mariastella Gelmini)

Eliminato il carcere, a cosa va incontro un giornalista che diffama? A una pena pecuniaria, anzitutto. Ma anche all’interdizione dalla professione fino a sei mesi, se recidivo. La proposta di legge prevede un tetto massimo al risarcimento del danno non patrimoniale in via equitativa. Una novità «al fine di ridurre» così spiega la proposta di legge «l’eccessiva discrezionalità del magistrato nel determinare la somma da risarcire». In caso di diffamazione per mezzo della stampa si rischierà una multa pari a 30mila euro. 

Ma la proposta di legge Costa è anche altro. Il documento modifica la legge sulla stampa del 1948, ampliando i confini della norma fino al web. E in particolare ai «siti internet aventi natura editoriale». Accresciuto anche l’ambito applicativo dell’istituto della rettifica. Ai giornalisti sarà vietato rispondere alle dichiarazioni dei soggetti, così dice la legge sulla stampa «a cui siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità». Basta controrepliche. Le dichiarazioni di chi si sente diffamato, più o meno correttamente, dovranno essere pubblicate tempestivamente e «senza commento». Un aspetto che potrebbe creare più di qualche problema.

Per la prima volta, poi, la rettifica sarà estesa anche alla stampa non periodica. È il caso dei libri di approfondimento e inchiesta. Nel caso si rendessero necessarie, le dichiarazioni o rettifiche dovranno essere pubblicate entro sette giorni su «non più di due quotidiani a tiratura nazionale». Testate scelte dalla parte offesa. 

L’articolo 3 del testo tutela invece i giornalisti. Una modifica al codice di procedura penale prevede una sanzione pecuniaria in caso di querela temeraria. Una norma di buonsenso, «volta a ridurre il rischio di querele presentate solamente come forma di pressione psicologica in vista di un risarcimento civile».

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