Il Pd e la sinistra malata di libidine della sconfitta

Basterà Renzi, se davvero si candiderà alla segreteria, per cambiare il Pd?

Per decenni si è sempre detto e pensato che uno dei problemi strutturali della politica italiana fosse l’assenza di una destra “moderna ed europea” che esercitasse il ruolo moderato e liberale tipico delle grandi tradizioni della democrazie occidentali. Tutto vero, ma adesso, nelle convulsioni poco edificanti che attraversano quei partiti della recente “non vittoria” elettorale, c’è da cominciare a chiedersi se una simile assenza non arrivi ad interessare soprattutto la sinistra.

Si è colto poco nelle ultime circostanze, anche perché ogni giorno non manca un motivo di sconcerto, una questione controversa nella quale il Partito Democratico vive le sue ormai ordinarie convulsioni. Ma se appena si riflette con animo non prevenuto ci si rende conto, ad esempio, di quanto penalizzi in termine di immagine e di credibilità il recente e micidiale “combinato disposto” delle due proposte avanzate in contemporanea da due autorevolissimi esponenti del Pd, e cioè da un lato l’ineleggibilità del Cavaliere e dall’altro la legge sui partiti politici che escluderebbe i movimenti dalla vita politico-parlamentare. Come a dire: visto che perdiamo sempre, cerchiamo di squalificare in partenza i nostri avversari più pericolosi (Berlusconi e Grillo) e, impedendo loro di partecipare al voto politico, magari finalmente riusciremo a vincere le elezioni, restando da soli alle urne.

Per dar corso ad una straordinaria e concorrente pensata del genere ci volevano due autentici “geni” della politica democratica e cioè l’ex capogruppo al Senato Anna Finocchiaro e il suo successore Luigi Zanda. D’altro canto si tratta di due politici navigati e soprattutto particolarmente “credibili” per il largo consenso ottenuto dai cittadini elettori.

Infatti la senatrice Finocchiaro (ormai alla settima legislatura) detiene un invidiabile record. Quello cioè del risultato più negativo in assoluto per la storia del suo partito, quando si candidò a Governatore della sua Regione, la Sicilia. E la vicenda di Zanda è ancora più istruttiva. Infatti entrò in Senato nel 2003, alle elezioni suppletive del collegio di Frascati, dopo la morte di un senatore della Margherita. Zanda, figlio dell’ex capo della polizia, il sardo Efisio Zanda Loy, era come il padre molto legato a Cossiga. E fu proprio Cossiga a scongiurare a Berlusconi il piacere personale di non presentargli nessuno contro in quel collegio. Il centro-destra per “errori burocratici” non ebbe un candidato e il buon Zanda, rimasto solo, venne trionfalmente eletto con l’enorme cifra del 6,7 % dei voti dei cittadini.

Con un tale oceanico consenso popolare (una seccatura poi eliminata con il “Porcellum”, che fa nominare i parlamentari dalle segreterie dei partiti) i due hanno prosperato nel potere, giungendo a ruoli sempre più rappresentativi fino al “colpo di genio” delle attuali iniziative. Ma si rendono conto i maggiorenti e i simpatizzanti del Pd (già squassato di suo) del messaggio devastante che arriva al numeroso elettorato d’opinione, né pregiudiziale né militante? E cioè che la strategia del preventivo “cartellino rosso” contro i più robusti avversari politici porta con sé un significato terribile: ovvero squalificare in partenza i competitori democratici vuol dire ammettere dalla radice che gli altri “sono più bravi” (non solo nel consenso, ma magari anche nella politica) e quindi vanno tolti di mezzo prima del voto…

E’ la spia questa di un malessere così profondo da apparire insondabile. E in ogni occasione traspare uno smarrimento collettivo che fa rinchiudere per riflesso condizionato nel conservatorismo più immobile. Ultimo caso l’ipotesi del presidenzialismo di questi ultimi giorni. Per un partito che si definisce “del cambiamento”, l’onda della modernità che segnala una direzione di marcia popolarmente sentita imporrebbe senza un attimo di incertezza di cogliere la palla al balzo, di impossessarsi dell’argomento, e semmai di “marcarlo” con l’impronta della propria identità culturale e politica. Ma c’è una identità ? Oppure il balbettìo confuso che accompagna anche questa vicenda della riforma presidenziale non trasmette drammaticamente l’antico vizio di “perdere l’autobus della storia”. D’altra parte anche la foto di gruppo della neonata segreteria Epifani segnala, nel “tutti dentro” secondo le quote millesimali del condominio interno, la semplice autoreferenzialità della sopravvivenza.

E piuttosto, mentre si trastulla con simili giochetti, la sinistra non manifesta né una parola né un’idea sulle reali riforme sempre più indispensabili: come arginare il “mostro burocratico” che succhia l’ultima linfa vitale al popolo dei produttori, come aggredire la vergognosa piramide degli sprechi e dei privilegi delle corporazioni statali, come intervenire con il bisturi nel marcio della Pubblica Amministrazione, che è la fonte primigenia della dilagante corruzione.

Forse, se crede, Luca Telese (che li conosce meglio) può tentare di spiegare questa sconcertante sequela di autogol, per cui la sinistra non vive neanche più la sconfitta come una vocazione, ma ormai addirittura come una vera e propria “libidine”…
  

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