Il primo cancelliere ebreo in Germania, in un romanzo

Per l’autore «è doloroso ammettere che il neonazismo sia ancora un problema»

 “Cosa accadrebbe se un candidato ebreo si trovasse a correre in campagna elettorale per diventare cancelliere?”. Nel suo romanzo di debutto, il giornalista americano David Crossland, da dieci anni corrispondente in Germania, risponde a questa domanda. Il risultato è un thriller fantapolitico che denuncia tabù e tic della società tedesca contemporanea con almeno due forti connessioni con l’attualità: le imminenti elezioni federali a settembre e il processo contro la cellula neonazista NPD che si svolge a Monaco.

Nel primo capitolo di The Jewish candidate (Peach Publishing, dalla scorsa settimana disponibile in ebook, cartaceo da luglio) Frank Caver, reporter della testata fittizia London Chronicle, viene mandato a coprire quella che si presenta come la campagna elettorale del secolo: per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale e l’Olocausto, Rudolf Gutman, un candidato ebreo potrebbe essere eletto cancelliere, e liberare così una volta per tutte il paese dai fantasmi del passato. Più avanti però, le sue aspirazioni e quelle di parte del paese si scontrano con la figura di Hermann von Tjetjen, brillante leader neonazista del Free National Party, che trama una cospirazione per uccidere il candidato, usando denaro e contatti di anziani ex-SS per pagare un killer professionista. Avvisato da una segnalazione off the record Caver inizia un lungo percorso per confermare il suo scoop che è anche una lotta contro il tempo, verso il gran giorno elettorale.

Potrebbe un candidato ebreo veramente presentarsi alle elezioni? Secondo David Crossland, «in teoria, è concepibile che un candidato ebreo venga eletto come cancelliere. Ovviamente ci sono alcuni ostacoli: ci sono pochi deputati ebrei e pochi politici, fatta eccezione per il sindaco di Francoforte», spiega in un’intervista con Linkiesta. Si aggiunge che la comunità ebraica è piuttosto piccola, anche se in aumento in particolare a Berlino, e che «non vedo molti ebrei ricoprire attualmente ruoli pubblici rilevanti in Germania». Ma ad essere obiettivi, il tabù si può estendere ad altri gruppi: «è probabile che se si chiedesse direttamente ai cittadini, risponderebbero di avere più difficoltà con un candidato musulmano».

L’intenzione dichiarata dell’autore era quella di criticare «fenomeni che ho potuto osservare durante i più di dieci anni che lavoro da Berlino come corrispondente. Il neonazismo, gli attacchi razzisti. Credo che la Germania non abbia fatto abbastanza per combattere contro a tutto ciò». Secondo l’autore il paese ha permesso che i movimenti neonazisti aumentassero e si estendessero in parti spopolate della Germania est.

Nonostante i giornali abbiano denunciato continuamente le piaghe sociali che affliggevano queste zone dopo la riunificazione, lo stato non ha mai fatto nulla per fermare l’espansione dell’estremismo di destra. A questo si aggiunge, secondo Crossland, che i cittadini cresciuti nell’Est «non sono stati adeguatamente educati riguardo al passato del paese. Nella Germania comunista, veniva semplicemente detto ai giovani “siamo antifascisti e tutto ciò non ha nulla a che vedere con noi”. Diversamente, nell’Ovest la elaborazione di questi fatti iniziò da subito. Nelle scuole ai bambini veniva insegnato che c’era stata una responsabilità nazionale nel nazismo e nell’Olocausto». La mancanza di lavoro e di prospettive divenne la realtà di molte zone orientali dopo la caduta del Muro, dove gli immigrati diventarono capri espiatori.

Questo è il contesto sociale. Nei primi anni Novanta, ci furono poi i primi attacchi neonazisti. A Rostok-Lichtenhagen, per esempio, dove gli estremisti incendiarono un dormitorio di rifugiati politici, di fronte all’inazione della polizia, e in mezzo a 3mila spettatori che applaudirono ed impedirono ai pompieri di raggiungere l’edificio. E ancora, nel 1993, quando fu incendiato l’appartamento di una famiglia turca, causando cinque vittime. «In queste occasioni, ci fu certo clamore iniziale, ma poi nulla. Non si fece nulla, quando invece ci sono iniziative concrete che si potrebbero mettere in pratica», denuncia Crossland. Organizzazioni giovanili, gruppi democratici e antirazzisti, devono essere fondati e finanziati per creare più informazione. Inoltre la polizia dev’essere preparata meglio di fronte a queste situazioni.

L’incapacità della polizia tedesca di contenere la violenza neonazista è apparsa chiara nel caso più recente della cellula terrorista Resistenza Nazionalista, NSU. Per dieci anni, i tre membri del gruppo neonazista hanno continuato ad assassinare cittadini stranieri su tutto il territorio tedesco senza destare alcun sospetto. Nelle indagini, la polizia ha seguito piste sbagliate, anche a causa dalla connivenza di settori deviati dei servizi segreti che avrebbero occultato informazioni vitali.

Come si spiega che la Germania spenda enormi energie nell’elaborare il proprio passato e assumere la colpa e la responsabilità dei crimini del nazismo, ma poi permetta che all’interno cresca e proliferi quello che viene ora chiamato “razzismo strutturale”? «C’è un senso di fatica nei confronti dell’Olocausto, dopo decenni di ammissioni di colpe, risulta difficile per il paese ammettere che ora c’è un nuovo problema con il neonazismo. Un altro problema è poi che molte persone non si sentono minacciate dai neonazisti perché comunque non saranno mai oggetto dei loro attacchi. La Germania ha fatto molto per espiare le sue colpe: continua a pagare miliardi di risarcimenti, e reitera infinitamente il suo appoggio a Israele… In questo contesto, dover riconoscere che il neonazismo è ancora un problema è doloroso».