Il re della sanità lombarda dal Psi al San Raffaele

Giuseppe Rotelli tra ospedali e giornali

Classe ‘45, imprenditore della sanità privata. Guai a chiamarlo “re delle cliniche”. Intellettuale più che padrone, Giuseppe Rotelli – fino a un mese fa il principale azionista non sindacato del Corriere della Sera – era malato da tempo. Giurista, di estrazione socialista, amico dello storico presidente della Lombardia Piero Bassetti – fu tra i saggi che a metà anni ’70 scrisse il piano sanitario regionale, all’epoca il responsabile Psi per le politiche sanitarie era Bettino Craxi – poi di Giovanni Bazoli, power broker indiscusso di Intesa Sanpaolo che gli è stato vicino fino all’ultimo, non solo finanziariamente. Una ventina di strutture tra Lombardia ed Emilia Romagna, 4mila posti letto e quasi un miliardo di fatturato, il 15% di quello del comparto dell’intera Lombardia. Punto di partenza dell’ascesa l’Istituto di cura Città di Pavia e il Policlinico di San Donato, ereditati dal padre scomparso prematuramente, a inizio anni ’80. Padre che, per inciso, aveva lavorato al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Proprio in virtù del piano redatto con Valerio Onida e Franco Bassanini, attuale presidente della Cassa depositi e prestiti, Rotelli si trovò in pole position quando l’allora neo governatore Roberto Formigoni, correva l’anno 1997, varò la legge che riformò il sistema della sanità lombarda, introducendo il sistema dell’accreditamento e dei Drg e parificando di fatto ospedali pubblici e strutture private. Esperienza che poi gli valse il ruolo di consulente, tra gli altri, dell’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia. Un vantaggio mica da poco, poter scrivere le regole del settore dove si opera. Peraltro abbondantemente finanziato dal pubblico.

Imprenditore della sanità, si diceva. Nel 2008, dopo la vittoria trionfale di Berlusconi alle elezioni, Rotelli pubblica un intervento/manifesto sul Sole 24 Ore nel quale spiega che «per la Sanità è tempo di iniziative serie e concrete, dopo un lungo periodo di chiacchiere ispirate a visioni ideologiche e propagandistiche». Ovvero la trasformazione degli ospedali in società per azioni, oltre al loro rinnovamento in project financing. Guarda caso due anni dopo, nel gennaio 2010, arriva la legge che consente agli ospedali pubblici di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Il salto vero, però, risale ad una decina di anni prima. Grazie all’intermediazione di Mediobanca – di cui Salvatore Ligresti era amministratore –, in seguito al rogo mortale all’Ospedale Galeazzi, comprò dal fratello dell’ingegnere di Paternò (Antonino) cinque ospedali, tra cui le cliniche Madonnina e Città di Milano. L’affare fu caldeggiato da Vincenzo Maranghi, l’erede di Cuccia con cui strinse una solida alleanza negli anni ’90. Da quel momento il gruppo di Rotelli diventa via via un impero sanitario, con salde entrature politiche e finanziarie. Il primo imprenditore privato del ramo in Italia. 

La passione per l’editoria non poteva mancare al carnet di un uomo di cultura liberale, che collezionava quadri del ‘600 e ‘700 lombardo. Prima con il coinvolgimento nell’avventura de La Voce di Indro Montanelli, quotidiano fondato dopo le dimissioni dal Giornale in polemica con Silvio Berlusconi, e poi con l’avventura nel Corriere della Sera. Un intervento “di sistema” orchestrato tramite la finanziaria Pandette Spa – gestita assieme ai commercialisti Strazzera – nato dalle ceneri del tentativo di scalata dell’estate 2005 da parte di Stefano Ricucci e che ne fa il secondo azionista con l’11% tra azioni e opzioni d’acquisto del Banco Popolare. L’ulteriore 5% è datato aprile 2012, quando rileva le azioni dell’immobiliarista Toti. I rumors dell’epoca raccontano che è sempre Intesa Sanpaolo, azionista sindacato del Corriere, ad agevolare l’operazione. 

È sempre Ca de’ Sass ad aprire il portafoglio con una fidejussione quando Rotelli conquista il San Raffaele, l’anno scorso, sborsando 405 milioni (prendendosene altri 300 di debiti) ma soprattutto sconfiggendo la cordata Ior-Malacalza fortemente sponsorizzata dal Cardinal Bertone ma osteggiata dall’allora presidente della banca vaticana (Ior), Ettore Gotti Tedeschi, preoccupato della pericolosa trasformazione in merchant bank dell’istituto con sede nel Torrione Niccolò V. Alla fine la spunta proprio Rotelli, sponsorizzato fin da subito da Mario Cal, ex vicepresidente del San Raffaele. Un nuovo padrone visto con preoccupazione dai dipendenti della struttura, che temevano la trasformazione in “prestazionificio”. Più prestazioni fornisci, più vieni remunerato – attraverso il meccanismo dell’accreditamento –  dalla finanze regionali.

Con la scomparsa di Rotelli, la liquidità accumulata dal ramo sanitario del gruppo non sarà più utilizzata per sostenere una posizione forte nell’azionariato del Corriere, a lungo accarezzata dal giurista-imprenditore pavese. La diluizione, una volta chiusa l’operazione straordinaria di ricapitalizzazione, sarà infatti di minoranza (intorno al 4,15%). Nei giorni scorsi si è fantasticato su chi avesse comprato i diritti d’opzione messi sul mercato dalla famiglia Rotelli, proprio oggi è arrivata una risposta tramite una nota ufficiale del Lingotto: la Fiat di John Elkann post aumento avrà poco più del 20% di via Solferino. Per una famiglia Rotelli che si ridimensiona, c’è un’altra famiglia che punta al controllo del principale quotidiano italiano. In ogni caso, sarà il de profundis del salotto buono.

Twitter: @antoniovanuzzo
 

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