Ius soli? Obbliga molti a dire addio alla madre patria

Si diffondono i permessi di soggiorno ma l’acquisto della cittadinanza rimane un calvario

«Per molti migranti è difficile “abbandonare” la madre patria», racconta Rossella P., 52 anni appartenente alla comunità filippina di Milano. «Lo è da un punto di vista emotivo perché spesso la famiglia e i parenti vivono là. Ma lo è anche sul piano burocratico, perché una volta rinunciato alla cittadinanza, diventa più difficile e costoso rientrare in patria».

Il Paese di Rossella, le Filippine, sono solo uno dei 68 Stati nel mondo che non offrono la possibilità di una doppia cittadinanza, insieme ad esempio a Cina e Ucraina, per citare alcuni dei Paesi d’origine delle comunità più numerose residenti in Italia. E se tra molti degli stranieri regolarmente residenti in Italia la via dell’acquisto della cittadinanza appare la più logica e la più desiderabile per stabilizzare la propria posizione, non necessariamente è così per tutti.

Eppure, il tema della doppia cittadinanza negata da alcuni Paesi non appare nel recente dibattito sullo ius soli, cui assistono senza diritto di parola milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia. Sono poco più di 5 milioni, secondo gli ultimi dati diffusi dalla Caritas relativi al 2011. Molti di loro risiedono nel Paese da diversi anni e guardano con speranza alla possibilità di stabilizzare la loro situazione. Ma la via dell’acquisto della cittadinanza non avvantaggerebbe necessariamente i figli nati dagli stranieri nel momento in cui i genitori scelgliessero di tornare in patria. Specie in un momento di crisi economica come quello attuale, in cui molti migranti si preparano a lasciare l’Italia.

Uno strumento alternativo alla cittadinanza italiana che non obbliga a rinunciare a quella paterna è il permesso per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno). Il documento è a tempo indeterminato e viene rilasciato agli stranieri che abbiano trascorso, regolarmente e senza interruzioni di rilievo, cinque anni in Italia, che abbiano un reddito minimo dimostrabile, un alloggio e che non siano considerati pericolosi (dal 2010 è stato previsto anche l’obbligo di superare un test linguistico). Introdotto nel 2007 da una legge che recepiva una direttiva europea del 2003, il permesso per soggiornanti di lungo periodo si è diffuso nel corso degli anni. Secondo gli ultimi dati del ministero degli Interni, su quasi 3 milioni e 700 mila extracomunitari regolari, il 52% ha il permesso.

A fronte di questo buon risultato, risalta l’inefficienza della legge sull’acquisto della cittadinanza. Nel 2011, secondo i dati provvisori della Caritas, sono state solo 56 mila le acquisizioni di cittadinanza italiana su una platea di centinaia di migliaia di stranieri che avrebbe ormai maturato il diritto di richiederla. Costi, difficoltà burocratiche e tempi lunghi sono spesso gli ostacoli maggiori. «L’attesa – spiega l’avvocato Bianco, esperto di diritto dell’immigrazione – è in media di altri quattro anni, dopo che si sono maturati i requisiti e si è depositata la domanda. Spesso si arriva addirittura a sei anni e quasi mai si rispetta il termine di legge, che sarebbero 730 giorni. La domanda deve passare al vaglio dei diversi controlli eseguiti dagli uffici della Prefettura del luogo di residenza dove la stessa viene accolta, dalla Questura competente, dal ministero dell’Interno, dal Consiglio di Stato per ritornare infine alla Prefettura che notificherà il decreto di concessione di cittadinanza. In questi passaggi è facile che la domanda si blocchi in attesa dei “pareri necessari” e così i tempi si allungano a dismisura».

Se lo Stato italiano ha fatto i “compiti a casa” per quanto riguarda il permesso per soggiornanti di lungo periodo, non altrettanto si può dire sulla legge che disciplina la cittadinanza. L’esigenza di semplificare e sveltire le procedure è avvertita da tutti gli operatori del settore. E, al di là di ogni questione ideologica sullo ius soli, trovare risposta alla domanda di integrazione che viene dalle seconde generazioni di immigrati è – come più volte sottolineato anche dal Presidente della Repubblica – una urgenza del Paese. Spesso sono infatti i più piccoli a pagare sulla propria pelle queste lacune dello Stato. «Io e mio marito da vecchi torneremo nelle Filippine – racconta ancora Rossella – quindi non vogliamo prendere la cittadinanza italiana. Ma mio figlio, che da anni fa qui le scuole e parla meglio l’italiano del filippino, ha il suo futuro in Italia e voglio che prenda la cittadinanza italiana». Si potrà fare qualcosa per evitargli un calvario lungo 16 anni?

Twitter: @TommasoCanetta

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