La Fed alle prese con l’idea dell’exit strategy

La sfida della liquidità globale

Ancora una volta, la stabilità dei mercati finanziari passa attraverso le decisioni della Federal Reserve, la banca centrale statunitense. Oggi è infatti iniziata la riunione del Federal open market committee (Fomc), che si concluderà domani. Bisogna dirlo subito: è possibile che ci sia un rallentamento del Quantitative easing (Qe) finora adottato. Ed è proprio questa la mina vagante che impaurisce gli investitori.

Le scelte di Ben Bernanke, numero uno della Fed, sono destinate a influenzare la politica monetaria globale. È stato lui a lanciare il Quantitative easing nel mondo devastato dai mutui subprime. È stato lui a continuare con l’espansione monetaria quando tutti guardavano ad altro. Ed è stato soprattutto Bernanke a difendere il suo operato portando a supporti i dati. L’economia americana, secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), crescerà dell’1,9% nell’anno corrente, per poi crescere del 2,7% nel 2014 e del 3,5% nel 2015. L’inflazione sarà sotto controllo, compresa fra un tasso dell’1,8% previsto per il 2013 e un tasso del 2,2% stimato per il 2017. In calo, invece, il tasso di disoccupazione: dall’8,1% fatto segnare nel 2012 si scenderà fino al 5,4% nel 2018. Numeri che possono lasciar intravedere un tiepido ritracciamento nella politica monetaria. Magari a cominciare proprio da questa riunione del Fomc. «I segnali sono incoraggianti, ma bisogna essere cauti, dato che si può correre il rischio di provocare gli effetti opposti a quelli sperati», ha scritto Bank of New York Mellon la scorsa settimana. La fiducia degli investitori è ancora bassa, infatti. Anche a causa della precaria situazione dell’eurozona, impegnata in un consolidamento fiscale che sembra essere sempre più complesso.

Il timore che possa esserci un rallentamento del Qe americano è reale. Del resto, Bernanke è stato chiaro in più occasioni. «L’attuale politica monetaria della Fed è straordinaria e come tale deve essere percepita», disse oltre tre mesi fa. Parole che tradotte nel gergo degli operatori finanziari significano che il Qe non durerà in eterno, ma si baserà sui dati macroeconomici di volta in volta. Un concetto chiaro e ripetuto più volte, ma che non è concepito come un pericolo fino a quando gli investitori non comprendono che la Fed non scherza sull’exit strategy.

In un mondo il cui l’allentamento quantitativo, o per dirla all’americana il Quantitative easing, è diventato la prassi, è difficile comprendere come potranno reagire gli investitori una volta che questo strumento, del tutto straordinario, sarà ritirato. Cautela è la parola d’obbligo, dato che gli investitori sono ancora dipendenti dall’enorme mole di liquidità erogata dal 2007 a oggi. Se prima l’obiettivo era quello di ridare fiducia nei mercati interbancari intimoriti dalla profondità della bolla legata al mercato immobiliare americano e, più precisamente, ai mutui subprime. Col tempo, la Fed ha cercato di stimolare l’economia americana al fine di farla ripartire dopo gli shock. Obiettivo riuscito, secondo tanti. Il problema è che dal 2007 a oggi sono stati lanciati tre diversi round di Qe: il primo nel novembre 2008, dopo il collasso di Lehman Brothers; il secondo nel novembre 2010, quando annunciò di voler comprare Treasury per 600 miliardi di dollari; il terzo nel settembre 2021, quando furono decisi acquisti mensili per 40 miliardi, quota poi innalzata a 85 miliardi di dollari.

Cosa succederà nelle prossime 24 ore è ancora poco chiaro. Ma secondo John Greenwood, capo economista di Invesco, la Fed non deve dimenticarsi di un aspetto fondamentale: deve saper comunicare al meglio le proprie decisioni, in modo da non turbare gli operatori. Per la serie, poche parole, ma chiare e non fraintendibili. E secondo Greenwood ci sono quattro possibilità per iniziare l’exit strategy: «Si potrebbero alzare lentamente i tassi di interesse; si potrebbero effettuare operazioni di reverse repo; si potrebbe aumentare il coefficiente di riserva e infine potrebbero lasciar ridurre, maturare, gli asset che hanno acquistato oppure potrebbero venderli sul mercato». Tutte operazioni che però devono essere comunicate nel migliore dei modi possibili. A credere nell’avvio del ritiro graduale della liquidità da parte della Fed sono anche Goldman Sachs e Morgan Stanley. Le due banche americane ritengono infatti che i tempi siano maturi per un graduale drenaggio.

Nonostante i timori di un fine tuning della Fed, Wall Street continua a credere che non ci saranno cambiamenti nell’attuale politica monetaria. Sia Dow Jones sia S&P 500 hanno aperto in positivo. Un risultato non scontato, specie considerando l’incertezza intorno alla riunione del Fomc. A patirne potrebbe essere anche il Giappone che pochi mesi fa ha introdotto l’Abenomics, che fra le sue misure comprende anche un considerevole allargamento della base monetaria. Il fine tuning della Fed potrebbe incrementare la volatilità intorno allo yen, all’equity nipponico e ai bond governativi giapponesi. Non esattamente quanto voluto dal primo ministro Shinzō Abe.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria 

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