La Fed continua con la liquidità, ma non durerà

La decisione sulla politica monetaria Us

Il nervosismo è finito. Dopo due giorni ballerini, fatti di indiscrezioni e gossip finanziario, la Federal Reserve ha deciso che non ci saranno cambiamenti nell’attuale strategia di politica monetaria. Il tasso d’interesse rimane invariato, così come non ci sono modifiche il Quantitative easing (Qe), contrariamente a quanto atteso da buona parte degli investitori. Per ora. Saranno solo i dati, e il loro continuo monitoraggio, a definire la strada da percorrere. L’economia statunitense continuerà quindi a essere oggetto della droga monetaria, complice un’inflazione ancora sotto controllo, ovvero sotto il 2 per cento. Ma è sempre più vicino l’inizio della diminuzione degli stimoli.

La politica monetaria della Fed resta quindi accomodante. Non ci saranno correzioni al piano di acquisti di Treasury, che prevede un tetto massimo di 85 miliardi di dollari. Ma Ben Bernanke, il governatore della Fed, ha detto che saranno fornite ulteriori indicazioni sulla normalizzazione dell’attuale quadro di acquisti. Non ora, però. Nonostante siano migliorate notevolmente le condizioni macroeconomiche americane rispetto a ciò anche era la situazione diversi mesi fa, specialmente sul fronte della disoccupazione, non ci sono ancora le condizioni per iniziare quello che dovrà essere un graduale ritiro della liquidità finora erogata. Eppure, il Fomc rivisto al rialzo le stime di crescita economica per l’anno corrente, disallineandole a quelle del Fondo monetario internazionale (Fmi), che nell’ultima analisi sull’economia statunitense aveva ritoccato al ribasso le prospettive del Pil: +1,9% nel 2013, +2,7% nel 2014, +3,5% nel 2015. Numeri che possono essere soddisfacenti, ha lasciato intendere la Fed, ma non ancora equilibrati con le esigenze della banca centrale.

La decisione della Fed non era così scontata. Gli operatori finanziari si aspettavano mosse a sorpresa, come un assottigliamento del volume di acquisti mensili già in questa occasione. In altre parole, l’inizio dell’exit strategy. L’indicatore più significativo è stato rappresentato dal Treasury decennali, il cui rendimento ha iniziato a salire da inizio maggio, quando è passato dall’1,62% all’attuale 2,20 per cento. Tanto è bastato per indurre diversi investitori a ritenere che la Fed potesse effettuare una correzione alla terza versione del Qe. Le banche d’investimento erano di opinione contrastante. Per Goldman Sachs le ultime stime arrivate prima della conclusione del Fomc indicavano che la Fed avrebbe mantenuto dritta la barra del Qe, senza deviazioni. Al massimo, Goldman Sachs si sarebbe attesa un messaggio in grado di calmare i mercati finanziari in vista di un futuro drenaggio della liquidità esistente. Cosa che in realtà non è avvenuta. Come Goldman Sachs, anche HSBC credeva nel mantenimento dell’attuale direzione, sia sui tassi d’interesse sia sull’entità dell’allentamento quantitativo. Di idea diversa era Bank of America-Merrill Lynch, che si sarebbe attesa una diversa dichiarazione d’intenti. Nello specifico, BofA-Merrill Lynch pensava che Bernanke avrebbe parlato apertamente di avvio dell’exit strategy dal Qe entro la fine dell’anno. Simile le aspettative di J.P. Morgan, che sperava in un segnale della Fed in merito al Qe: o l’annuncio di un ritracciamento o di una pausa del programma di acquisti.

E qualcosa è arrivato. Il messaggio di Bernanke è stato chiaro. Come ha spiegato il numero uno della banca centrale statunitense, «occorre mantenere l’attuale assetto fino a quando le condizioni lo renderanno necessario». Poi, via libera all’innalzamento dei tassi, previsto per il 2015 date le condizioni economiche attuali, e alla riduzione del programma di acquisti sul mercato aperto, probabilmente già nel 2013. Eppure è dal fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, che si continua con questa via. Colpa anche dell’incertezza derivante dalla crisi dell’eurozona, di cui non si ancora quando potrà terminare, e del netto rallentamento dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Uno scenario, quest’ultimo, che spaventa molto gli Usa. Un mese fa fu il presidente della Fed di New York, William Dudley, a mettere in guardia l’intero Fomc sulla precaria situazione congiunturale. «Non ci sono i presupposti per un ritiro della liquidità, complici i dubbi sulla tenuta dell’economia globale», spiegò nel tentativo di allontanare i rumor degli investitori. Obiettivo riuscito? Non proprio, vista l’agitazione degli ultimi giorni.

La scelta degli Stati Uniti è quindi differente a quella tenuta dall’area euro. Meglio stimolare l’economia nel breve-medio termine, e poi solo dopo pensare al consolidamento fiscale. Tutto il contrario di quanto fatto in Europa, dove la disciplina di bilancio e il rigore sono l’imperativo nel breve termine. Tuttavia, per evitare squilibri nel volume della liquidità a livello globale, è facile che la Fed decida di optare per una riduzione del Qe entro la fine dell’anno. L’annuncio ufficiale potrebbe arrivare durante il meeting di Jackson Hole, dove si terrà il simposio annuale organizzato dalla Fed di Kansas City che quest’anno si terrà dal 29 al 31 di agosto. Sarà forse l’ultimo di Ben Bernanke, il cui mandato è in scadenza. E forse sarà l’ultimo Jackson Hole del Qe estremo che ha caratterizzato l’economia Usa negli ultimi anni.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

IL COMUNICATO DELLA FEDERAL RESERVE

Information received since the Federal Open Market Committee met in May suggests that economic activity has been expanding at a moderate pace. Labor market conditions have shown further improvement in recent months, on balance, but the unemployment rate remains elevated. Household spending and business fixed investment advanced, and the housing sector has strengthened further, but fiscal policy is restraining economic growth. Partly reflecting transitory influences, inflation has been running below the Committee’s longer-run objective, but longer-term inflation expectations have remained stable.

Consistent with its statutory mandate, the Committee seeks to foster maximum employment and price stability. The Committee expects that, with appropriate policy accommodation, economic growth will proceed at a moderate pace and the unemployment rate will gradually decline toward levels the Committee judges consistent with its dual mandate. The Committee sees the downside risks to the outlook for the economy and the labor market as having diminished since the fall. The Committee also anticipates that inflation over the medium term likely will run at or below its 2 percent objective.

To support a stronger economic recovery and to help ensure that inflation, over time, is at the rate most consistent with its dual mandate, the Committee decided to continue purchasing additional agency mortgage-backed securities at a pace of $40 billion per month and longer-term Treasury securities at a pace of $45 billion per month. The Committee is maintaining its existing policy of reinvesting principal payments from its holdings of agency debt and agency mortgage-backed securities in agency mortgage-backed securities and of rolling over maturing Treasury securities at auction. Taken together, these actions should maintain downward pressure on longer-term interest rates, support mortgage markets, and help to make broader financial conditions more accommodative.

The Committee will closely monitor incoming information on economic and financial developments in coming months. The Committee will continue its purchases of Treasury and agency mortgage-backed securities, and employ its other policy tools as appropriate, until the outlook for the labor market has improved substantially in a context of price stability. The Committee is prepared to increase or reduce the pace of its purchases to maintain appropriate policy accommodation as the outlook for the labor market or inflation changes. In determining the size, pace, and composition of its asset purchases, the Committee will continue to take appropriate account of the likely efficacy and costs of such purchases as well as the extent of progress toward its economic objectives.

To support continued progress toward maximum employment and price stability, the Committee expects that a highly accommodative stance of monetary policy will remain appropriate for a considerable time after the asset purchase program ends and the economic recovery strengthens. In particular, the Committee decided to keep the target range for the federal funds rate at 0 to 1/4 percent and currently anticipates that this exceptionally low range for the federal funds rate will be appropriate at least as long as the unemployment rate remains above 6-1/2 percent, inflation between one and two years ahead is projected to be no more than a half percentage point above the Committee’s 2 percent longer-run goal, and longer-term inflation expectations continue to be well anchored. In determining how long to maintain a highly accommodative stance of monetary policy, the Committee will also consider other information, including additional measures of labor market conditions, indicators of inflation pressures and inflation expectations, and readings on financial developments. When the Committee decides to begin to remove policy accommodation, it will take a balanced approach consistent with its longer-run goals of maximum employment and inflation of 2 percent.

Voting for the FOMC monetary policy action were: Ben S. Bernanke, Chairman; William C. Dudley, Vice Chairman; Elizabeth A. Duke; Charles L. Evans; Jerome H. Powell; Sarah Bloom Raskin; Eric S. Rosengren; Jeremy C. Stein; Daniel K. Tarullo; and Janet L. Yellen. Voting against the action was James Bullard, who believed that the Committee should signal more strongly its willingness to defend its inflation goal in light of recent low inflation readings, and Esther L. George, who was concerned that the continued high level of monetary accommodation increased the risks of future economic and financial imbalances and, over time, could cause an increase in long-term inflation expectations.

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