“La strada di Mediobanca verso il mercato è in salita“

Parla l’economista Giovanni Ferri

«Il piano industriale di Mediobanca è interlocutorio: si sa solo che la logica del passato non regge più, ma non è chiaro se il contesto macroeconomico sia destinato a mutare repentinamente e con esso i progetti di Piazzetta Cuccia». Ne è convinto Giovanni Ferri, ordinario di economia politica alla Lumsa di Roma e membro del Banking stakeholder group presso la European Banking Authority (Eba). A Linkiesta spiega: «Alla luce delle nuove regole di Basilea III Mediobanca potrà fare molto asset management e quindi genererà redditi da attività finanziarie, con un modello agli antipodi rispetto a quello valido fino a ieri». Sui patti di sindacato e le partecipazioni incrociate con cui Enrico Cuccia ha gestito il capitalismo italiano per mezzo secolo, l’economista va controcorrente: «Quando guardiamo ai patti di sindacato come ostacoli all’efficienza stiamo in realtà dicendo che l’economia italiana è andata male perché non ha saputo fotocopiare il modello anglosassone».

Mediobanca ha deciso di uscire progressivamente dai patti di sindacato e di dismettere le partecipazioni strategiche per concentrarsi sul business bancario. Come mai ora?
Il capitalismo italiano del dopoguerra, per cui era stata pensata la Mediobanca di Enrico Cuccia, non esiste più. Oggi soltanto le medie imprese sono in grado di esprimere una certa vitalità, perché le grandi imprese sono sempre meno e le privatizzazioni sono state colte come un’occasione di ricerca della rendita, senza perseguire dei progetti industriali. In questo senso la trasformazione di Benetton è emblematica. La sovrastruttura pensata da Cuccia per creare un meccanismo di coordinamento in un sistema economico diviso tra partecipazioni statali e un capitalismo privato con poche grandi imprese non ha senso: la globalizzazione e le privatizzazioni hanno cambiato lo scenario. Il piano industriale appena presentato, a mio giudizio, è interlocutorio: si sa solo che la logica del passato non regge più, ma non è chiaro se il contesto macroeconomico sia destinato a mutare repentinamente e con esso i progetti di Mediobanca. 

Si riferisce all’estero, che dovrebbe portare il 45% dei ricavi nei tre anni?
Purtoppo Mediobanca ha una struttura estera gracile e non è presente nelle parti del mondo dove c’è una crescita forte. Se tramite le sedi estere intendono fare da ponte per i capitali che vengono investiti in Italia allora possono ricavarsi un ruolo importante. Mediobanca però parte in estremo ritardo sul mercato asiatico, dove hanno puntato da tempo i colossi statunitensi. Riuscire a raggiungere l’obiettivo del piano industriale sull’estero sarà molto difficile, ma non impossibile se riuscirà anche a proporsi come consulente dello sviluppo delle tante medie imprese orientate all’export.

Mediobanca applicherà a sé stessa la cura “pro market” che ha imposto alle Generali, di cui è azionista forte?
Non credo che possa funzionare perché il valore di Mediobanca è proprio nel suo potere di controllo del mercato, nella valutazione sono sempre prevalse delle considerazioni non di natura industriale. Una cura “pro mercato” funzionerà nel lungo periodo, non nell’orizzonte del piano industriale. 

Criticare il “metodo Cuccia” oggi è facile. Come valutarne l’impatto nello sviluppo del mercato dei capitali in Italia?
Il capitalismo italiano ha avuto grandi opportunità che non abbiamo saputo portare a compimento. Non dobbiamo dimenticare che negli anni ‘50 e inizio anni ‘60 eravamo all’avanguardia su settori come informatica, chimica e nucleare, mentre oggi abbiamo soltanto l’agro-food-beverage. Tuttavia, non sono convinto che l’assenza di un mercato finanziario contendibile sia la radice del ritardo italiano. Il quale sta più nell’incapacità di travalicare la dimensione familiare delle imprese. Una situazione che Cuccia non ha inventato, ma ha cercato di conviverci. Quando guardiamo ai patti di sindacato come ostacoli all’efficienza stiamo in realtà dicendo che l’economia italiana è andata male perché non ha saputo fotocopiare il modello anglosassone. Ma se la nostra è un’economia familiare non è possibile considerare applicabile un modello di public company all’americana. C’è uno iato tra l’egemonia culturale che ha portato ad avere in mente modelli americani e considerarli adattabili alla nostra situazione, ma è evidente che il mercato finanziario in un Paese piccolo come l’Italia non possa dare i medesimi frutti che ha dato negli Usa. 

Quanto pesa la corsa alla compliance innescata da Basilea III nelle scelte di Mediobanca?
Mi conceda una battuta: Basilea I servì agli Usa per distruggere le banche giapponesi, basilea II a distruggere le banche europee, e siccome non è stata sufficiente abbiamo Basilea III. Basilea I fissò un requisito minimo di capitale che gli istiuti “samurai” – ricchi di asset – non avevano. Basilea II e III introducono la logica degli attivi ponderati per il rischio, cioè criteri oggettivi tipici del mercato finanziario in contraddizione con la teoria dell’intermediazione finanziaria, secondo cui la banca esiste per eliminare le asimmetrie informative tra debitore e creditore valutando il merito di credito. Se esso si oggettivizza significa impedire alla banca di fare il suo mestiere, perché costa meno in termini di assorbimento di capitale detenere attività sul mercato finanziario. Nel piccolo di Mediobanca significa che alla luce dell’attuale capitalizzazione potrà fare molto asset management e quindi genererà redditi da attività finanziarie, con un modello agli antipodi rispetto a quello valido fino a ieri. 

Twitter: @antoniovanuzzo

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