La vergogna del Colosseo non sono solo gli scioperi

Manca anche il personale di vigilanza

È il simbolo di Roma, il monumento più visitato del Paese. Per vedere il Colosseo oltre 5 milioni di turisti raggiungono ogni anno la Città Eterna. Un’incredibile testimonianza del passato, ma anche una straordinaria risorsa: i soli proventi della biglietteria sono sufficienti per mantenere l’intero comparto archeologico della Capitale. Eppure neanche l’Anfiteatro Flavio sfugge ai più tradizionali paradossi italiani.

Le file di turisti costretti ad attendere fuori dai cancelli per un’assemblea sindacale sono l’ultima immagine di una vicenda assurda. Ma forse sono solo la conseguenza di un cortocircuito che va ben oltre le mobilitazioni dell’ultima settimana. «Perché i sindacati hanno ragione da vendere» raccontano alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma. La carenza del personale addetto al monumento è evidente. Per la vigilanza e la custodia dell’intera area del Colosseo da anni vengono utilizzati 38 professionisti, meno di 10 per turno. Come se non bastasse, il ministero non riesce ad avviare le urgenti opere di restauro. Il progetto sponsorizzato dalla Tod’s di Diego Della Valle – approvato nel 2011- è fermo da due anni. Lungaggini legali e burocratiche hanno fermato i lavori, che dopo un imbarazzante ritardo forse potranno partire tra qualche settimana.

Intanto l’Anfiteatro Flavio – il più grande del mondo, un tempo in grado di contenere fino a 80mila spettatori – resta in attesa. L’ultimo grande restauro risale agli anni Trenta. Tre anni fa, il colpo di genio. Per tutelare il monumento italiano più conosciuto all’estero, nel 2010 il ministero dei Beni Culturali ha provato la strada della sponsorizzazione privata. Una nuova forma di mecenatismo, «necessaria per dar vita a quegli interventi che non era possibile finanziare con i fondi pubblici disponibili», ricordano oggi alla Soprintendenza speciale.

Basta fare due conti per capire che la strada era obbligata. L’intero intervento costerà alla Tod’s circa 25 milioni di euro. Una cifra fuori da qualsiasi disponibilità del Mibac. «Appena arrivato – raccontava qualche giorno fa alla Repubblica il ministro Massimo Bray – ho trovato 8mila bollette non pagate per un totale di 40 milioni di euro. Per le emergenze così frequenti in Italia, il fondo è passato da 87 milioni del 2007 ai 27 milioni del 2013. E il programma ordinario dei lavori pubblici – quello con cui facciamo la tutela del territorio – è precipitato da 200 milioni nel 2006 ai 47 milioni del 2013». L’aspetto curioso della vicenda è che i 25 milioni stanziati dalla società di Della Valle non saranno destinati tutti al progetto. Come racconta chi ha seguito l’iter burocratico, sulla sponsorizzazione dei lavori lo Stato applicherà l’Iva. Privando il monumento del 21 per cento del finanziamento.

Difficile dire se l’inedito sistema di raccolta fondi per il restauro del Colosseo è destinato ad avere successo. Gli interlocutori non mancano, visto che nel 2010 le aziende interessate al progetto erano circa una ventina. Dopo una prima scrematura, il ministero ha selezionato la proposta Tod’s. La più conveniente, ma anche la meno invasiva. Al contrario della compagnia aerea low cost Ryanair – in gara fino all’ultimo – l’azienda di Della Valle ha scelto un approccio più discreto. Rinunciando persino a stampare il proprio logo sui pannelli di cantiere. Quelli che per i prossimi tre anni copriranno parzialmente gli archi dell’Anfiteatro. «Un progetto di mecenatismo – spiega l’azienda – che non avrà nessun ritorno economico pubblicitario/commerciale».

Peccato che all’indomani della presentazione dei lavori, il restauro si è dovuto fermare. Prima un ricorso del Codacons – a cui si sono aggiunti i gestori dei camion-bar che operano nell’area – su una presunta opacità del bando di gara. Poi un’analoga segnalazione da parte dell’azienda arrivata seconda nella graduatoria della gara d’appalto. E così il progetto si è arenato. Dopo la bocciatura del Tar, è arrivato l’appello di fronte al Consiglio di Stato. Le sentenze definitive sono attese proprio nei prossimi giorni.

Eppure nonostante qualche generica perplessità, nessuno degli addetti ai lavori ha trovato nulla da obiettare all’inedita forma di restauro. «Intendiamoci – racconta il segretario generale Fp Cgil di Roma e del Lazio Natale Di Cola, in prima fila nelle proteste di questi giorni – Siamo convinti che la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali debba essere una priorità dello Stato. Quella del Colosseo deve essere un’eccezione. Ma non abbiamo alcun problema di fronte a un privato che vuole investire in questo settore». Alla Soprintendenza speciale dei beni archeologici di Roma non si nasconde la soddisfazione. «La sponsorizzazione della Tod’s è stata un’ottima notizia» raccontano dall’ente che gestisce l’Anfiteatro Flavio. Dopotutto senza quel denaro sarebbe stato impossibile avviare una simile opera di restauro. «Certo, Della Valle avrà il suo ritorno in termini di visibilità – spiegano – Ma non si può negare che di fronte a tanti ritardi ha avuto una bella pazienza».

Quando finalmente potranno iniziare, come procederanno i lavori? Il restauro sarà diviso in tre fasi. La prima servirà per ripulire la facciata esterna di travertino ormai annerita dallo smog. Una superficie di oltre 13mila mq. Subito dopo saranno sostituite la cancellate provvisorie – installate da ormai quasi vent’anni – che chiudono l’accesso nelle 80 arcate a livello stradale. Nel frattempo, a fine luglio, ci sarà un piccolo restyling. Con l’apertura di un terzo ingresso del Foro Romano nei pressi dell’Arco di Tito e l’inaugurazione di quattro nuove biglietterie. Più avanti partiranno le altre fasi del restauro, che interesseranno l’area interna e i sotterranei dell’Anfiteatro. E la creazione di un servizio ristoro.

Un progetto importante. Oltre ad essere un simbolo del nostro Paese, il Colosseo è una fonte inesauribile di ricavi. La sola biglietteria incassa circa 25 milioni di euro l’anno. «Con quei soldi – raccontano alla Soprintendenza – ci si mantiene tutta l’archeologia di Roma». Non è poco. Quello che colpisce è l’indotto legato all’Anfiteatro Flavio. È stato calcolato che il 96 per cento di chi mette piede a Roma visita il complesso. Un flusso di turisti che porta in città 5,4 miliardi di euro annui. «A conti fatti, è la voce più importante dell’economia cittadina».

Eppure al Colosseo lavorano solo una quarantina di addetti del ministero. La gran parte, 38, è destinata a compiti di custodia e vigilanza. In due si occupano dell’area tecnica e amministrativa. Fino al 2009 erano in tre, poi un architetto è andato in pensione e non è più stato sostituito. Nel primo caso di tratta di «personale che guadagna 1.200 euro al mese. Hanno il contratto bloccato da 5 anni» racconta Di Cola. I turni non sono brevi. Si va dalle 8.30 di mattina alle 19. Ufficialmente 362 giorni l’anno, anche se spesso grazie a un accordo con le parti sociali si riesce a garantire l’apertura ininterrottamente. «Vuole una cifra? – continua Di Cola – I lavoratori dovrebbero essere almeno il doppio. Una ventina per turno».

E così si è arrivati al paradosso di questi giorni. Giovedì e domenica i turisti che sono arrivati a Roma hanno trovato il Colosseo chiuso. Biglietterie ferme e Anfiteatro inaccessibile per un’assemblea sindacale. Risultato: lunghe code sotto il primo sole estivo e il sindaco Ignazio Marino costretto a chiamare la protezione civile per offrire agli sfortunati visitatori qualche bottiglietta d’acqua. In città si guarda con preoccupazione a venerdì prossimo, quando sarà in programma una nuova mobilitazione sindacale. «Il 28 organizzaremo un presidio che riguarderà tutti i lavoratori Mibac – racconta l’esponente Cgil Di Cola – Il nostro obiettivo non è quello di chiudere il Colosseo. Ma risolvere una questione che denunciamo da almeno 5 anni. Perché il problema è nazionale. Cerchiamo di richiamare l’attenzione sul blocco dei contratti e del turn over. Ma anche sullo sblocco delle risorse che devono garantire gli straordinari dei lavoratori».

Il ministro Bray sembra disponibile al confronto. Per scongiurare il rischio di nuove chiusure, ieri «ha acquisito i pareri della Funzione pubblica e della Ragioneria generale dello Stato per la ripartizione del fondo unico amministrazione 2013» spiegava in serata il ministero di via del Collegio Romano. Un accorgimento che permetterà di corrispondere gli straordinari non ancora pagati e di sbloccare «i fondi accessori per il personale del ministero che consente le aperture dei luoghi della cultura. Archivi, biblioteche ed aree archeologiche di tutt’Italia». Colosseo compreso. 

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