L’Egitto è fallito: il modello turco non funziona più

A un anno dalla vittoria di Morsi

Non è stata solo la rivolta egiziana a stimolare la ribellione turca a piazza Taksim: per molti versi, è il fallimento del modello turco a influenzare le proteste egiziane. È noto da tempo che i Fratelli Mussulmani di Muhamed Morsi, i quali non hanno esperienza di governo, si prestano a sessioni di dottrina politica dagli amici turchi. È noto che il piano non sia quello di un “islam moderato”, ma semmai di un “islam riformista” che vuole introdurre riforme progressive nella società, per attuare un controllo religioso sulla popolazione (se l’islam fosse il comunismo, gli islamisti sarebbero dei socialdemocratici).

In questa fase non è ancora possibile individuare una vera ideologia dietro alle sommosse egiziane, anche perché in questo momento l’unico sentimento unificante è la necessità di protesta. Le forze di sicurezza egiziane reagiscono: in tutto il Paese si sono contati almeno sette morti negli ultimi giorni. Sta emergendo lo spirito strettamente conservatore del governo di Morsi. I Fratelli Mussulmani non hanno compreso – o non hanno voluto comprendere – la natura “modernista” della ribellione egiziana. La crescita economica nei centri urbani e l’esposizione ai media internazionali hanno creato una nuova coscienza civile in Egitto. Gli egiziani sono diventati cittadini, dopo essersi ribellati alla sudditanza sotto lo stato presidenziale arabista. Se si contiene questo vulcano in eruzione, il Paese scoppia. 

È noto che le economie turca ed egiziana fanno riferimento a una sorta di “neo-caciquismo” mediorientale, con troppe aziende che vivono di commesse pubbliche e aiutini statali contro burocrazie terribili. Se Morsi ha fatto di tutto per mettere fuori gioco i militari egiziani, è stato anche per la lezione turca: Erdogan ha epurato centinaia di ufficiali, con ambiziosi piani di arresto in base a un “tentativo di colpo di stato” pensato (che sia vero o meno) alcuni anni fa. I soldati turchi avevano l’abitudine d’intervenire a ritmo decennale per “difendere il carattere laico della democrazia”, spazzando via nel contempo governi poco graditi.

Ma il fallimento turco-egiziano non è solo politico: in Turchia introdurre la “teocrazia light” come strumento di controllo popolare è elemento accessorio. Prima di poterlo fare, il governo ha avuto bisogno di rendere la gente felice, consentendo all’economia di crescere. Checché se ne dica, il modello non è stato quello di uno sviluppo organico del tessuto industriale, ma la solita ricettucola anni (Duemila)Dieci per i paesi emergenti: abbassamento del costo del lavoro e accordi commerciali per stimolare le esportazioni.

In Turchia, la cui economia nell’ultimo anno ha zoppicato, non c’erano più lire turche a tenere a bada la gente: con meno prospettive, schiacciati da costi immobiliari in aumento, i borghesi non hanno più resistito e si sono infuriati per qualche alberello – neanche fossero dei radicali (nostrani). 

Il modello abituale di “ridurre i costi e aumentare le esportazioni” non funziona più: ci saranno sempre altri paesi pronti ad abbassare i prezzi di più, e i mercati disponibili a comprare – soffrendo pesanti deficit commerciali – sono in crisi. Ci sono solo gli Stati Uniti che trottano, ma anche lì lo spazio disponibile per le importazioni dei paesi emergenti è prenotato da rapporti preferenziali dovuti a necessità politiche (la Cina che deve comprare titoli di debito pubblico) o da vicini da tenere in piedi per evitare nuove ondate migratorie (il Messico).

Se l’idea delle “offerte speciali per esportare” sta annaspando in Turchia – che da quattro anni non riesce a ridurre il tasso di povertà, e dove nel 2012 l’economia è cresciuta solo del 2,2% – non si vede proprio come possa servire a creare un modello di sviluppo per un paese come l’Egitto, che da anni è in estrema difficoltà. Possibilmente, un Egitto stesso in crescita rappresenterebbe un rivale commerciale proprio per la Turchia, visto che sarebbe un po’ troppo visionario immaginare un mercato egiziano per prodotti turchi – in fondo, l’Egitto non è l’Italia.
In un anno di presidenza egiziana, Mohamed Morsi ha però raggiunto un risultato epocale: è la prima volta nella storia del paese che un leader va in televisione e ammette candidamente di “aver commesso degli errori”.

Si è detto molto del problema della rivolta egiziana – e di quella araba in generale – e di come sia stata sequestrata da movimenti estremisti, da radicali religiosi, e in alcuni casi da pazzi furiosi. Il problema dell’Egitto è il più grave di tutti per il mondo arabo: il paese ha rappresentato da sempre il riferimento più avanzato come progresso politico e culturale. È egiziano l’unico Nobel arabo per la letteratura, e fu egiziana la prima “spedizione politica” in Occidente per apprendere l’arte del governo dalla Francia. Così, fallisce la Turchia, fallisce l’Egitto, e ci rimette tutto il mondo arabo. Con buona pace del Medio Oriente e di tanti grattacieli, il Medio Oriente non è più il centro del mondo, e ha perso l’occasione d’intraprendere un vero modello di sviluppo. Alle leadership non basta costruire centri commerciali per chiamarsi veramente leadership – che i centri commerciali si trovino in piazza Taksim o a Dubai.

L’Egitto è già un fallimento? Ad ascoltare gli analisti politici, si direbbe di sì. Chi frequenta il paese sostiene che non sia nulla di sorprendente, e che anche i militari possibilmente avevano previsto tutto. Se i presidenti egiziani – Nasser, Sadat, Mubarak – erano stati militari, la gente per mezzo secolo ne ha avuto terrore (a meno che non lavorassero per o con loro). Adesso, in uno strano stravolgimento delle parti, ci sono parti del popolo che iniziano a sperare in un intervento militare che possa ridurre la violenza settaria. Il punto forse riguarda la natura “sunnita” della società mussulmana egiziana: è tribale e riconosce con difficoltà vertici comuni. È diverso, per esempio, dagli sciiti in Iran, che sostengono (non tutti…) la legittimità di una guida spirituale.

I militari avrebbero calcolato che la situazione sarebbe degenerata, e starebbero cercando ora un pretesto e un supporto adeguato per intervenire. Al contrario di quanto è successo in Turchia, non è stato ancora effettuato quel “pogrom” definitivo che li avrebbe riportati sotto la guida politica. I militari egiziani continuano bellamente a gestire affari e commesse, e finora – consci del caos in piazza – hanno sfruttato Morsi per tenere a bada il tutto e proseguire nell’attività imprenditoriale. Se Morsi non sarà in grado di tener botta, i militari interverranno. Non c’è mai stata una primavera araba, non ci sarà un’estate: c’è un periodo di terrore, che durerà anni e anni. 

Twitter: @RadioBerlino

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