Marina Berlusconi, sarà lei il nuovo Caimano?

“La grande speranza di Berlusconi”

La parola definitiva (anche se l’aggettivo poco s’addice alla politica) verrà nei prossimi giorni dall’assemblea di famiglia. Ma dire che la tirano per la giacchetta sarebbe un eufemismo. È vero, il portavoce di Fininvest ancora una volta smentisce («ipotesi infondate»), eppure la pressione su Marina affinché prenda in mano la bandiera del berlusconismo e torni a sventolarla alta nei pennoni del Palazzo, viene anche dall’interno. Si parla di una cena nella quale sarebbe stato il papà, sempre premuroso e protettivo, a metterla in pista. Circolano anche altre versioni dietrologiche: si tratterebbe di un ballon d’essai lanciato dallo stesso Berlusconi per tastare il polso ai suoi seguaci. La fidanzata ufficiale del Cavaliere, Francesca Pascale, ritiene improbabile che ci sia il via libera di Silvio. Certo è che le truppe si agitano e si dividono: un forte sostegno viene dalla nutrita coorte femminile; irritati gli «elefanti del partito» (per usare una espressione cara ai francesi), si sbilancia come suo solito Renato Brunetta: «Non mi piacciono le dinastie».

Marina Berlusconi sulle orme del padre, a capo di una Forza Italia due, che colga il meglio del passato e costruisca l’avvenire? Per lei sarebbe una prova del fuoco ancor più ardua di quella che affrontò, tra la sorpresa di molti, nel 1998, data chiave il 20 marzo, quando, sostenuta dal fratello Piersilvio, convinse Silvio a non vendere tutto a Rupert Murdoch. Si era già arrivati molto in là e c’era anche un prezzo: settemila miliardi di lire, circa 3,4 miliardi di euro. Ebbe ragione lei, perché oggi, nonostante la crisi, il fatturato del gruppo Fininvest viene stimato da Mediobanca attorno ai 5,8 miliardi di euro. Ma ha avuto ragione anche da un punto di vista personale: si è caricata sulle spalle responsabilità che nessuno avrebbe immaginato, sorprendendo anche gli osservatori più prevenuti. «Parlate con Marina, discutete con lei»: sentire il Dottore (come lo chiamano i suoi collaboratori) che delega a sua figlia, lui noto per essere un control freak, per tenere sott’occhio anche il minimo dettaglio, è stato un vero trauma nella cultura aziendale.

In quel fatidico 1998 Marina aveva 32 anni, era vicepresidente di Fininvest dal 1996 (diventerà presidente nel 2005), con una passione per libri e giornali: in Mondadori prenderà la presidenza nel 2003 alla morte di Leonardo e ancor oggi considera la casa editrice la sua favorita, difendendola da attacchi esterni e interni come quando Barbara, la primogenita avuta da Berlusconi con Veronica Lario, manifestò il desiderio di entrare in Mondadori e venne dirottata verso il Milan (non senza fruttuosi sviluppi sentimentali, come la storia tra Barbara e il calciatore Pato).

Per lungo tempo, Marina come la chiamano tutti, si è imposta di non prendere posizioni pubbliche se non strettamente legate alle sue competenze e di tenersi lontana dalle polemiche politiche. Finché non è scesa in campo con la veemenza di una Erinni contro la sentenza sul lodo Mondadori che condannava il pagamento di 750 milioni di euro a Carlo De Benedetti, «l’editore che si è prefissato di distruggere in ogni modo mio padre. Uno scandalo giuridico. Sono indignata», disse senza mezzi termini. Sono passati due anni, la penale è scesa a 564 milioni e la Cassazione dovrà dare il parere definitivo fors eentro settembre. Da allora, ha mostrato più volte il volto dell’arme. Ha difeso il padre sulla compravenduta dei diritti cinematografici Mediaset, infine un vero e proprio ruggito da leonessa ferita contro la condanna per il bunga bunga e il caso Ruby: «È una farsa» ha dichiarato in una clamorosa intervista a Panorama.

Il crescendo ha dato alimento a chi mette in giro la voce che lei possa essere l’unica degna erede di suo padre, non solo negli affari ma anche e forse soprattutto in politica. Che Marina sia sempre stata la preferita lo dicono i fatti. Impulsiva e determinata, con il culto del dettaglio anche nell’aspetto personale e una tendenza anticonformista, temperata da una disciplina diventata sempre più ferrea con gli anni e con l’esperienza nel mondo maschilista degli affari. Da piccola, il padre le fa impartire lezioni in casa per timore dei rapimenti, poi frequenta il liceo classico a Monza, si iscrive a Giurisprudenza, passa a Scienze politiche e alla fine non si laurea. Nel 1984 dalla relazione tra Silvio e Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, nasce Barbara. E Marina segue la madre Carla Dall’Oglio in Inghilterra a Bornemouth nel Dorset. Per la giovane cresciuta sotto scorta, è un viaggio di iniziazione e ancor oggi lo ricorda come sinonimo di libertà. Fa la commessa in un negozio d’abbigliamento, prende la patente (ma non ama guidare e in Italia non lo farà mai), è pazza di Rod Stewart.

Al rientro in Italia, Marina è trasformata e comincia un vero e proprio apprendistato in azienda. Prima segue Confalonieri (“zio Fedele”), poi in Mondadori s’incolla a Franco Tatò che rimette in sesto l’azienda. Nel frattempo, decide di tirare una cortina di privacy attorno a se stessa e alla propria vita. Dieci anni di fidanzamento con Giulio Tassera ex barista di Borgomanero e Novella 2000 li scopre insieme solo nel 1999 alle Bermuda dove Berlusconi aveva la più sontuosa delle sue ville. La Costa Smeralda sarà sempre legata alla seconda famiglia; Marina la frequenta, ma sceglie la Provenza, soprattutto quando comincia la relazione con Maurizio Vanadia, primo ballerino della Scala che diventa poi suo marito e con il quale ha due figli, Gabriele e Silvio. I rapporti con Veronica non sono mai stati caldi: «Diciamo che non è la mia migliore amica», ha dichiarato più volte Marina che ha una buona relazione con i due fratelli minori Eleonora (che vive in America) e Luigi (entrato anche lui in Fininvest dove si occupa di finanza). Ma soprattutto ama e protegge Piersilvio che oggi guida Mediaset insieme a Confalonieri.

Marina costruisce con minuzia il proprio profilo, cercando di combinare la durezza della donna d’affari e quella leggerezza del suo essere che la fa sentire a casa nel mondo dell’effimero o dello spettacolo: ballerini, stilisti (Dolce e Gabbana sono i suoi preferiti), giornalisti anche fuori dalla squadra Mondadori o Fininvest. Stima Giorgio Signorini, il direttore di Chi. Un rapporto non solo ludico: lo si è visto nel 2009 quando Signorini informa subito Marina del video su Piero Marrazzo con il trans e la coca. Non verrà mai mostrato pubblicamente e sarà Silvio Brlusconi ad avvisare il presidente della regione Lazio.

Ama il mare (nomen omen), la vela (con la barca “Besame”) e le immersioni subacquee (s’è allenata alle Bermuda). A Milano possiede un grande appartamento in corso Venezia (due piani con terrazza) arredato con mobilio del Settecento francese, dove è vissuta a lungo da sola, negli anni in cui in azienda la chiamavano «la signorina». Con il tempo, costruisce anche il proprio stile. Lei, dal corpo minuto, si veste in tailleur sobri ma attillati, gonne corte, tacchi alti, cura con attenzione meticolosa la forma e l’aspetto fisico: volto tirato, capelli dalla tinta bionda voluminosi. Nel 1999 in un ritratto simpatizzante sul Corriere della Sera, Francesco Merlo scriveva che «Marina onora il padre anche in politica ma si tiene lontana». Le piaceva Massimo D’Alema perché «così ruvido e così schietto», non Veltroni. Aveva incontrato solo una volta Fini e Casini, ma non aveva mai parlato con loro. Tra i direttori in Mondadori si contano anche giornalisti di sinistra. Ha sempre seguito il precetto di Maurizio Costa del quale si fida in pieno (amministratore delegato dal 1997, è ora vicepresidente): «Siamo editori è al servizio del pubblico, non per fare politica o ideologia».

A poco a poco, riesce a diventare la donna più potente d’Italia secondo il settimanale Forbes che misura regolarmente ricchezza e potere. Entra nel salotto buono della finanza, non appena Mediobanca fa cadere il veto che dopo la morte di Cuccia era stato confermato da Vincenzo Maranghi. Ma si attiene al suo ruolo e sta sempre attenta a non superare i limiti. Si fa consigliare da finanzieri esperti, come Claudio Sposito ex amministratore di Fininvest (oggi guida il fondo Clessidra) o Ennio Doris (Mediolanum) e da banchieri come Cesare Geronzi che ha aiutato più volte Berlusconi dalla quotazione in borsa di Mediaset fino all’ingresso di Mediobanca. In pochi dentro e fuori l’azienda oggi mettono in discussione le qualità di Marina come donna d’affari. Tutta suo padre per molti aspetti, diversa in molti altri, con una cultura di leadership aziendale più cooperativa, più moderna da molti punti di vista.

La crisi ha colpito duro anche l’impero Berlusconi. Sui conti 2012 le prime indicazioni dai bilanci delle controllate mostrano che Mediaset, di cui la holding ha il 41,3%, ha perso 287 milioni di euro, Mondadori della quale detiene il 53,6%, è finita in rosso per 167 milioni, la perdita del Milan ammonta a circa 7 milioni, quella di MolMed di oltre 20. Invece Mediolanum, di cui Fininvest ha il 35% ha dato un utile di 351 milioni. A decidere l’entità esatta della perdita sarà l’assemblea di famiglia. Per il terzo anno consecutivo Fininvest potrebbe non staccare un dividendo.

Dunque, non sono rose e fiori. Il timore è che il salto in politica diventi un salto nel buio. In primo luogo, c’è l’aspetto dinastico. Forza Italia nacque come partito azienda guidato da un imprenditore il cui fascino era basato anche sull’immagine del selfmademan che sfida il vecchio establishment, quello tenuto fuori dai santuari, considerato un parvenu, l’alfiere di un capitalismo dal basso. Vero, parzialmente vero, falso? Questo è il mito fondatore. Un partito ereditato diventa tutt’altra cosa. Lo stesso una formazione politica fatta di imprenditori e capitalisti, da Montezemolo a Barilla o Alessandro Benetton (nomi fatti dallo stesso Berlusconi). Il partito dei padroni in Italia, da un secolo a questa parte, non ha mai dato buoni risultati. Un partito conservatore deve rivolgersi al grande ventre della società: le classi medie. Il popolo delle partite Iva era un’intuizione brillante. E oggi proprio quel popolo, stando alle stime di Banca d’Italia sulla riccezza degli italiani, sta soffrendo più degli altri.

Non solo. Gli “azzurri” avevano nel 1994 un nucleo di intellettuali liberalsocialisti (i professori), di economisti liberisti, di giornalisti dalla spiccata vocazione politica (si pensi a Giuliano Ferrara), cresciuti nella nidiata di Craxi e Martelli (come Enrico Mentana) o arrivati dalla sinistra extraparlamentare. Infine, c’erano gli esperti, esponenti del Psi e della Dc conservatrice, feriti, ma non domi. Ai quali si sono aggiunti i post-fascisti di Alleanza nazionale. Senza questi ingredienti, l’efficace e iperproduttiva struttura dei venditori di Publitalia, non sarebbe stata sufficiente. Il peso dell’inesperienza in politica, del resto, lo si misura ancor oggi con il Movimento 5 Stelle. La nuova Forza Italia della quale si parla e che si vorrebbe affidare a Marina Berlusconi, solo in parte assomiglierebbe alla vecchia. Senza contare che non nasce come novità politica, ma come una Fenice dalle ceneri di un esperimento politico che è stato di successo.

Ultimo ma certo non per importanza, il conflitto d’interessi. Difficile che oggi possa passare in cavalleria. E, con i tempi che corrono, con l’esperienza del passato, con il peso in Parlamento dei grillini, con il clima che si respira nel Pd, è del tutto improbabile che passi una legge che si limita a prescrivere il passaggio delle azioni in un blind trust. Lo Zeitgeist imporrà di vendere i pacchetti azionari a un imprenditore o finanziere che voglia candidarsi a un ruolo di governo, tanto più alla leadership del paese. Silvio Berlusconi lo sa. E lo sa anche Marina. Ciò non toglie che l’uno e l’altra possano prendere decisioni clamorose. Ma di questo si tratta. Di una rottura, non un passaggio del testimone come in una staffetta sulla pista rossa di uno stadio. 

Twitter: @scingolo