Pizza ConnectionMatteo Messina Denaro, re imprendibile di Cosa Nostra

Nello Stato scontro sulla cattura

Cinquantun’anni, venti dei quali passati da ricercato. É in cima alla lista dei latitanti ricercati dalle Forze dell’Ordine, ed è entrato nella ben poco onorevole classifica di Forbes tra i maggiori dieci fuggitivi al mondo. Soprannome “Diabolik”, Matteo Messina Denaro esercita la sua leadership mafiosa dopo gli arresti di Totò Riina e Bernardo Provenzano, diventando la nuova primula rossa di Cosa Nostra.

La descrizione che ne fa Forbes è la più tipica delle iconografie del boss di Castelvetrano, che è diventato negli anni appunto, un’icona. Da adorare nella retorica mafiosa, e un’icona da distruggere in quella antimafiosa, ma pur sempre un’immagine ai limiti della religiosità. Qualcuno addirittura dubita della sua reale esistenza, altri sono convinti di incrociarlo nelle sue zone d’origine, e una leggenda metropolitana vorrebbe che il boss dei boss di Cosa Nostra, quando è nella città di residenza giri all’interno di un’ambulanza a sirene spiegate. A non vederlo sono coloro che gli stanno dando la caccia da vent’anni, anche se recentemente qualcuno per convenienza, per vendetta o per sfregio, si è ricordato di essergli arrivato a un passo prima di venire bloccato dai superiori. Questo però è un altro discorso.

“The Italian mafia’s Playboy”, per dirla ancora con Forbes, sarà anche un’icona, ma non lo sono tutte quelle figure che gli sono orbitate attorno dal mondo dell’imprenditoria alla politica, quella importante, quella «che sta a Roma». Insomma, lui è un invisibile. Dall’arresto di Provenzano (11 aprile del 2006) è ritenuto il capo dei capi, e nessuno lo trova  Eppure negli archivi delle cronache non mancano dichiarazioni secondo cui «si è a un passo dalla cattura di Matteo Messina Denaro». Lui intanto si nasconde, viene coperto e fa affari. Diabolik, soprannome che si è visto appioppare, come ha raccontato Salvatore Grigoli, killer del beato Padre Pino Puglisi, «per via di quei due mitra che voleva sistemare sul frontale della sua Alfa 164», a oggi è introvabile. Su di lui c’è anche una taglia da un milione e mezzo di euro e una squadra che lo rincorre dall’inizio dell’estate del 2006. Una rincorsa che rischia di trasformarsi in guerra tra reparti investigativi, che infarcisce di scontri e ombre la latitanza di Messina Denaro. Dal bandito Giuliano in poi tutte le grandi latitanze e le grandi catture di mafia si sono portate dietro strascichi di polemiche, e così succede e succederà anche con il boss di Castelvetrano.

Quella di Matteo Messina Denaro è la storia di un uomo che respira mafia fin dalla nascita: il nonno Salvatore scampò alla repressione di quello che viene ricordato come il prefetto di ferro Cesare Mori, mentre il padre di Matteo, Francesco, è implicato nelle proteste riguardanti la Riforma Agraria degli anni Settanta e indicato come mafioso. Francesco Messina Denaro, detto “don Ciccio”, che diventerà membro della cosiddetta “commissione regionale di Cosa Nostra”, è alle dipendenze nell’impresa agricola di una famiglia il cui nome ancora oggi si ritrova a giudizio nei tribunali della repubblica proprio a fianco a quello di Matteo Messina Denaro: sono i D’Alì Staìti. Latifondisti, impiegavano 600 persone in tutta la Sicilia, tra cui Francesco Messina Denaro, padre di Matteo e, come si diceva, personaggio noto nell’ambiente come mafioso e con agganci non di poco conto con le cosche di New York.

A trovarsi implicato in un processo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per cui i pubblici ministeri di Palermo Paolo Guido e Andrea Tarondo hanno chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi è il senatore ed ex sottosegretario all’Interno Antonio d’Alì. Secondo i pm D’Alì sarebbe stato «anello di collegamento tra la società civile e l’organizzazione mafiosa». Al centro delle accuse presunti episodi di riciclaggio per 300 milioni di lire riguardanti la vendita fittizia di terreni a Messina Denaro e alcuni appalti in favore di imprenditori “chiaccherati”. Il tutto sarebbe avvenuto tramite Banca Sicula. Si tratta di un istituto amministrato dalla stessa famiglia d’Alì e dove si trovò a lavorare, una volta che l’istituto divenne banca Comit, Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo. Le accuse al senatore sono però cadute in prescrizione per il periodo fino al 1994, mentre è stato assolto dal tribunale di Palermo per gli anni seguenti. Per i giudici le accuse dei pm non erano sufficientemente provate.

Il padre di Matteo Messina Denaro si darà alla macchia nel 1986, e morirà di morte naturale in latitanza nel 1998, mentre Matteo, che nel frattempo si è meritato anche il soprannome di “‘u signurinu”, è una buona pistola al servizio dei corleonesi, e protagonista dello stragismo della criminalità organizzata siciliana. A 14 anni sa già sparare e il suo curriculum criminale inizia a 18 anni: gli investigatori lo ritengono responsabile di una settantina di omicidi come mandante ed esecutore, e lui non ne fa mistero, come racconta una testimonianza di un suo vecchio amico, «con le persone che ho ammazzato, potrei fare un cimitero». 

All’inizio del 1991 è Messina Denaro con i fratelli Graviano a comporre due strutture segrete dentro Cosa Nostra, volute da Riina, distaccate dalle famiglie e dai mandamenti mafiosi, per architettare le stragi del ’92-’93.

Il primo obiettivo della struttura di Messina Denaro è colpire Paolo Borsellino a Marsala, ma i capifamiglia del territorio si mettono di traverso. Non ne usciranno vivi, ma allungano la vita a Paolo Borsellino. Nel frattempo Matteo Messina Denaro viene dirottato su Roma a valutare la possibilità di uccidere Giovanni Falcone e l’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli nella Capitale. Anche in quel caso però, Messina Denaro viene richiamato alla base da Riina: ci sono fatti nuovi. La possibilità di discutere di un vecchio tema caro a Cosa Nostra, cioè staccare la Sicilia dall’Italia. In più a gennaio del 1992, arriva il verdetto della Cassazione sul maxi-processo: condanne confermate. Riina decide di andare alla guerra, e Messina Denaro sarà uno dei protagonisti, senza negarsi i lussi di spendere montagne di denaro per l’acquisto di vestiti nelle trasferte romane, e una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano e la bella amante di Vienna Andrea Hassner. Per lei, riportano le cronache, fece fuori un albergatore che aveva osato lamentarsi per quell’ impiegata austriaca che gli era stata imposta e non faceva nulla e per «quei mafiosetti sempre tra i piedi». Viveva a Brancaccio a quei tempi, e non disdegnava momenti di svago in Versilia e nei migliori ristoranti alla moda.

Arrivano le stragi, Messina Denaro si incarica delle bombe al Nord Nel 1993 inizia la sua latitanza e mettendosi al servizio di Bernardo Provenzano e dispensando consigli sulle elezioni del 1994, una volta tramontato il sogno del partito per l’indipendenza della Sicilia. Una latitanza la sua che non è però fatta di covi e bunker, almeno secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia. Avrebbe avuto rapporti con l’imprenditore della sanità Michele Aiello, che verrà poi arrestato insieme a Totò Cuffaro nell’ambito delle indagini per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per cui Cuffaro verrà condannato a sette anni. Filippo Guttadauro fratello del medico boss di Brancaccio Giuseppe, l’uomo chiave proprio del caso Cuffaro, è suo cognato. Tramite la ‘ndrangheta si mette in contatto con i cartelli colombiani della droga, e anche lui casca nella tossicodipendenza. Nel 1996, secondo il racconto di un sacerdote, il boss voleva entrare in una comunità di recupero, ma anche quel prete ne perse le tracce.

Intanto negli anni, forte dei rapporti con la politica e l’imprenditoria, accumula fortune che le indagini provano a spogliare, cercando di fare terra bruciata attorno. Due casi recenti: i sequestri a Carmelo Patti, patron della Valtur, ritenuto dalla Direzione investigativa antimafia un prestanome dello stesso Messina Denaro. Un maxi-sequestro riguardante partecipazioni societarie in campo industriale e turistico intestati a Patti, a suoi familiari e ad altri soci, ma anche un alto numero di abitazioni in Italia e all’estero (Marocco, Costa d’Avorio, Tunisia) e un’imbarcazione. 

La richiesta è stata di un sequestro-monstre da 5 miliardi di euro. Provvedimento preso dal tribunale di Trapani all’interno di una inchiesta denominata “Golem”, che è costata al cavaliere Carmelo Patti anche un avviso di garanzia per favoreggiamento nei confronti del boss. Lui che arriva dalla Sicilia negli Sessanta in Lombardia, a Robbio, un piccolo centro nel pavese, fonda una fabbrica di componenti elettronici che lavora per la Fiat e nel 1998 diventa patron della Valtur.

Il secondo caso riguarda il sequestro dell’impero dell’eolico dell’imprenditore Vito Nicastri: un altro sequestro miliardario e un altro “re” dell’imprenditoria che sarebbe vicino a Matteo Messina Denaro, senza poi contare il presunto prestanome siciliano Giuseppe Grigoli, noto e ricco grazie al marchio Despar. Recentemente la Cassazioneha confermato il verdetto della corte d’appello di Palermo nel processo che ha visto coinvolti il boss e l’imprenditore: 20 anni per Messina Denaro e 12 per l’imprenditore noto come il “re dei supermercati”.

Negli ultimi anni però, si dice negli ambienti investigativi, la latitanza di Matteo Messina Denaro non sarebbe poi così dorata, nonostante l’esercizio di potere all’interno di Cosa Nostra sembra essere nelle sue mani. Per anni è stato il capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares “il Ginko” al seguito del “Diabolik” Messina Denaro. Ha arrestato molti luogotenenti del boss e provato a prenderlo. Oggi Linares è a capo della sezione Anticrimine del Ministero dell’Interno, dove sulla cattura di Messina Denaro c’è stretto riserbo su ogni minimo dettaglio.

Eppure, nonostante l’invisibilità, Messina Denaro riesce a seminare discordia tra chi lo insegue: sono infatti di queste settimane gli esposti del maresciallo Saverio Masi, condannato in primo grado per i reati di falso e tentata truffa (attualmente caposcorta del pubblico ministero di Palermo Di Matteo) e del luogotenente Salvatore Fiducia secondo cui, come spiegato dall’avvocato Giorgio Carta, uno dei due legali con Francesco Desideri, «prima Masi poi Fiducia, nelle loro indagini, individuano dei casolari dove sarebbero presenti i latitanti, ma anziché essere incoraggiati e dotati di strumenti tecnici, uomini e mezzi, viene ordinato loro di interrompere tutto, o di coordinarsi con il Ros Ros», perdendo così le indagini di vista.

Così sarebbe accaduto anche per le indagini riguardanti lo stesso Matteo Messina Denaro, secondo quanto denunciato dai due carabinieri, a tutt’oggi però ancora senza riscontro. Sul banco degli imputati secondo Masi e Fiducia dovrebbe finirci il colonnello Giammarco Sottili, reo di aver bloccato le loro indagini su Provenzano prima e Messina Denaro poi. Sottili si è difeso con un comunicato stampa inviato alle redazioni, ma ripreso quasi esclusivamente da Panorama e Radio Radicale. «Tanto sono false le loro accuse che i miei legali hanno iniziato a presentare le prime querele nei loro confronti», si chiude così il comunicato, qui leggibile integralmente.

Intanto lo scontro affiora anche dentro la magistratura: il Consiglio Superiore della Magistratura, tra i rimproveri mossi al capo della procura di Palermo Francesco Messino, ha inserito anche quello di aver fatto sfumare la cattura di Messina Denaro per un suo «difetto di coordinamento all’interno dell’ufficio della procura». In quest’ottica è infatti opportuno ricordare anche lo scontro tra il procuratore aggiunto Teresa Principato e lo stesso Messineo nel giugno del 2012: in un blitz ad Agrigento che aveva portato a 47 fermi, uno degli arrestati era sotto osservazione del Ros dei carabinieri nell’ambito delle indagini su Messina Denaro. Con l’ordine di cattura, la pista, secondo Principato, sarebbe sfumata. Una latitanza favorita dall’ennesima guerra Stato contro Stato.

Twitter @lucarinaldi

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