Mulè: “La mia condanna è una mostruosità giuridica”

La sentenza per un articolo sul procuratore capo di Palermo Messineo

«Spiegarlo alla bambina non è stata una passeggiata di salute. Mi sono molto vergognato, se devo dire la verità». Giorgio Mulè, direttore di Panorama, racconta anche cosí la sentenza che, lo scorso 21 maggio, lo ha visto condannare dal tribunale di Milano a otto mesi di reclusione per omesso controllo su un articolo dei giornalisti Andrea Marcenaro e Riccardo Arena (condannati a un anno di reclusione, pena sospesa per Arena). Oggetto del contendere: aver «offeso gravemente la dignità personale e professionale» del procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo relativamente ad un articolo pubblicato sul settimanale nel dicembre 2009 dal titolo “Aridatece il Procuratore Caselli”. Per essere più precisicome scrive lo stesso Mulè in un editoriale su Panorama del 5 giugno 2013 riportando il capo d’imputazione, per aver indicato Messineo «come “privo di carisma”, dirigente della Procura di Palermo solo formalmente e “tanto in ombra” come “Procuratore a termine”, a cui si contrappone “un Procuratore ombra, che è il vero capo”, “discusso Messineo” e così via, il tutto con un riferimento insinuante a vicende familiari della parte offesa». Il direttore del settimanale edito Mondadori, in questa intervista, si dice convinto che nei prossimi 100 giorni si arriverà all’abolizione della pena detentiva per chi si macchi del reato di diffamazione a mezzo stampa.

Berlusconi è stato il primo a chiamarla. L’ultimo?
Uno degli ultimi ad avermi chiamato è il senatore Zanda del Partito Democratico.

Fino a qualche giorno fa aveva detto di non aver ricevuto chiamate da Vendola e Grillo: è cambiato qualcosa? 
Zero, non pervenuti. Ho ricevuto chiamate da chiunque. Gli unici dell’intero arco costituzionale a non aver alzato la cornetta sono M5s e Sel. Sia chiaro: non cerco solidarietà per me. Quello che sto provando a fare è far sì che chi ha il potere di intervenire possa farlo.

Come si ripercuote nel privato una condanna del genere?
Non si è contenti, non si sta bene. Ieri sera, mentre eravamo in macchina, mia figlia che ha 12 anni mi ha detto che i nonni di una sua amica le avevano detto di aver letto su un giornale che il papà della sua compagna di classe doveva andare in carcere. Spiegarlo alla bambina non è stata una passeggiata di salute. Mi sono molto vergognato se devo dire la verità. Mi sono vergognato nel cercare le parole per dirle che papà non aveva commesso nulla né di cui vergognarsi né di cui giustificarsi davanti a qualcuno. Ho provato vergogna perché otto mesi di carcere per chi ha vissuto e chi vive nel solco del rispetto delle persone sono una mostruosità giuridica.

Oggi in Commissione Giustizia inizia l’esame della proposta di legge Costa (PdL). Crede sia un buon testo da cui partire? 
Al momento è stato depositato al Senato anche il Zanda-Casson ed è in arrivo un’altra proposta di legge a firma congiunta Pd-Pdl. La cosa essenziale per arrivare ad un risultato è concentrarsi sull’abolizione della pena detentiva, così come per altro richiesto fino a pochi giorni fa dall’Europa, nei confronti di chi si macchia del reato di diffamazione a mezzo stampa. Io considero un punto di arrivo, adesso, cancellare la pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa. Se ci mettiamo a ragionare su rettifica, evidenza della rettifica, web, libri, ci impantaniamo e non se ne fa nulla. Il primo passo è di limitarsi a cancellare il carcere per i reati di opinione su questo c’è condivisione da parte di Pd, Pdl, Lista Civica.

E se andasse a finire come nel caso del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti?
Ho motivo di ritenere che questa volta siamo sulla buona strada.

Qualche settimana fa dedicava una copertina di Panorama agli «strapotenti», i magistrati. A quale potere paragonerebbe quello dei magistrati italiani?
I magistrati hanno potere di vita o di morte sulle persone perché possono incidere in maniera tragica o drammatica nelle loro vite. Allo stesso modo possono riabilitare e cambiare il corso dell’economia e delle vite personali. Hanno un potere che è quasi divino. Divino perché essendo alla fine inappellabili i pronunciamenti della magistratura se una persona sta in carcere 17 anni, per un reato non commesso, non può far nulla se non sperare che il buon Dio faccia ravvedere i magistrati.

Il giudice che ha condannato Lei, Marcenaro e Arena, è lo stesso che si espresse sul caso Mills e che, nel 2007, fu il gup nel caso Abu Omar. Come vive questa cosa?
Credo che qualunque cittadino, anche un giornalista, abbia diritto a trovarsi di fronte un giudice che non sia neanche lontanamente sospettato di avere un pregiudizio, o comunque di nutrire, qualcosa contro, se non di lui, quello che rappresenta. Rappresentando io un giornale che fa capo alla famiglia Berlusconi, alla Fininvest, è ovvio che sarei stato più sereno se a giudicarmi fosse stato un giudice che mai avesse incrociato Berlusconi nelle aule del Palazzo di Giustizia di Milano. I giudici di certo non mancano.

Pensa che ne abbiano colpito uno per educarne cento?
Spero che in questo caso non sia colpirne tre per educarne migliaia… Anzi. Diciamo che educarne migliaia vorrebbe dire educare i 945 deputati sulla necessità di cancellare il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. In questo senso spero che il detto sia un po’ rivisto. Spero che il mio caso, che è piccolo e insignificante, possa convincere i parlamentari a mettere mano a questa legge nei 100 giorni che ci siamo dati.

Dopo questi 100 giorni presenterà appello?
Non cerco il martirologio e non voglio dare l’impressione di un ricatto. Ho posto questo termine perché, in maniera più o meno sommaria, è quello entro cui si può presentare l’appello. Siccome non è una battaglia legata alla mia persona, ma ad un principio che è sancito in Costituzione, voglio pensare che 100 giorni saranno sufficienti. 

Lei ha iniziato la sua carriera al Giornale di Sicilia nel 1989 occupandosi di cronaca giudiziaria. Nel 2013 viene condannato al carcere per aver diffamato il Procuratore di Palermo, Francesco Messineo. Quanto è cambiata la magistratura siciliana da allora?
Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 ogni estate c’era una drammatica liturgia al Palazzo di Giustizia. Non passava estate senza che ci fosse una sciarra (lite forte) tra magistrati. A quei tempi ogni sciarra finiva con la cosiddetta paciata. La paciata era a favore di telecamere, magari con una bottiglia di spumante, con i magistrati che davano visibilità al fatto che dopo quella sciarra si trovavano vicini. Che la magistratura siciliana sia divisa e lacerata non lo dico io: lo dicono i fatti. Lo ha persino riconosciuto Antonio Ingroia in un’intervista a Panorama quando ha dichiarato che, dopo le stragi, la Procura non è più stata quella che era prima. Negare il cambiamento che ci è stato significa negare la realtà.

Twitter: @vitokappa 

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