Nel carcere di Busto Arsizio, 9 mq per tre detenuti

Chiusi in cella 20 ore su 24

BUSTO ARSIZIO (Varese) – Per capire fino a che punto si è spinto lo scandalo delle carceri, basta oltrepassare la soglia dell’istituto penitenziario di Busto Arsizio. Costruito negli anni Ottanta, per recludere detenuti pericolosi nelle sezioni di massima sicurezza, ora “ospita” 378 detenuti. Più del doppio di quelli che potrebbe tollerare. Eppure nei sotterranei del carcere si trova un intero reparto, costruito nel 2005 e completato nel 2009, destinato ai disabili, che non è mai stato aperto per mancanza di personale specializzato.

Dove chi ha costruito la piccola piscina per la fisioterapia dovrebbe ricevere il premio Nobel per il cinismo, visto che ha dieci gradini, senza una rampa. Con letti troppo grandi per poter varcare la porta delle celle. Una delle tante cattedrali del deserto che, in un carcere sovraffollato, grida vendetta. Soprattutto perché, oltre ad aggiungersi all’elenco dei casi di spreco di risorse pubbliche, il reparto è stato dichiarato inagibile e non può essere usato per dare più spazio ai carcerati.

Dopo l’approvazione del decreto legge “Svuota carceri”, è iniziato il consueto balletto fra falchi, colombe e pontieri. I giustizialisti invocano la certezza della pena e  lo giudicano eccessivo perché permette anche ai recidivi di usufruire delle misure alternative al carcere, mentre i garantisti, in nome dei diritti umani dei detenuti, lo liquidano come un tentativo troppo timido di un cambiamento del sistema penitenziario, che ha bisogno di riforme strutturali. E i pontieri affermano che è stato un primo, significativo, passo in avanti per correggere le storture.

Ma nelle carceri italiane, ora ci vorrebbero soprattutto i pompieri per spegnere gli incendi dell’emergenza carceri, che potrebbero scoppiare col caldo estivo. Nei lunghi corridoi “bunker” di questo carcere con 4 sezioni di media sicurezza, non si percepisce alcun sollievo, alcuna speranza di uscire presto. Eppure è stato proprio qui, dove, quando due settimane fa si era creata una grande attesa per il decreto governativo contro il sovraffollamento, che dalle celle è partita una protesta, che ha rischiato di trasformarsi in una rivolta. Con la battitura di pentole contro le grate, al grido di “Indulto”.

Oggi però il carcere è piuttosto silenzioso. Anche perché negli istituti di media sicurezza le condanne sono più lunghe, le regole più severe, e il rapporto fra agenti e detenuti esprime un conflitto latente, anche quando non si manifesta. Qui il sovraffollamento, tre detenuti per ogni cella di circa nove metri quadrati, non ha fatto saltare i cardini dell’ordinamento penitenziario. I carcerati che hanno una condanna definitiva sono separati da quelli in attesa di giudizio. E c’è una sezione apposita per tossicodipendenti. I definitivi hanno le porte delle celle aperte tutto il giorno, mentre gli altri rimangono rinchiusi 20 ore su 24. Nonostante l’orientamento dell’amministrazione penitenziaria sia quello di tenere le celle aperte per permettere ai detenuti di avere uno “spazio umano”, come ha detto e ribadito il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri.

«Ci arriveremo», promette il direttore Orazio Sorrentino, che scorre lo schermo del computer per capire se il decreto “svuota carceri” approvato possa implicare qualche vantaggio immediato per il suo istituto. E non ha alcun problema a mostrare il degrado dovuto al sovraffollamento o alla mancanza di risorse. Nella bacheca del carcere, il direttore ha appeso la lettera dei detenuti inviata a un giornale locale in cui hanno chiesto aiuto. «Qui non si vive più», hanno scritto al quotidiano La Prealpina. «Non riusciamo a difenderci dal caldo. Possiamo fare la doccia solo tre volte alla settimana. Le condizioni igieniche sono precarie e molti si asciugano con le lenzuola perché mancano gli asciugamani. Siamo chiusi tutto il giorno. Che atteggiamento è quello di tenerci a letto tutto il giorno per scontare la pena?». 

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Quando arriva l’ora di andare ai passeggi, i carcerati scendono in piccoli gruppi, in modo ordinato. Senza far rumore. Il carcere di Busto Arsizio è noto per due motivi: vi è stato recluso Fabrizio Corona, messo in cella con un marocchino, ed è stato uno dei primi istituti, dove è arrivata la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che ha accolto il ricorso di due detenuti «per detenzione degradante e inumana». Il sovraffollamento è dovuto soprattutto alla vicinanza con l’aeroporto Malpensa, dove atterrano molti latinoamericani, corrieri della droga.

Gli stranieri rappresentano il 60 per cento.  Nelle celle non ci sono le docce, solo tre brande e un cucinotto contiguo al cesso. E nelle docce comuni si devono fare i turni perché l’acqua non è sufficiente per tutti. «Tre volte alla settimana», precisa l’ispettore Antonino Ficara, che, come i detenuti, spera in un decreto “svuota carceri” perché  gli agenti hanno un organico molto scarso. «Siamo 217 e dovremmo essere 287, e molti devono lavorare negli uffici amministrativi perché manca personale», afferma. Anche se poi precisa. «Se escono i recidivi per noi sarà un sollievo, ma qui dentro ci sono delinquenti, non boy scout, e se tornano fuori, commetteranno altri reati, che provocheranno di nuovo un allarme sociale. Insomma, è un circuito vizioso», chiosa.  

Rispetto al claustrofobico carcere di Brescia, qui i passeggi sono più spaziosi e c’è anche un campetto da calcio.  E all’idea che a qualche politico sia venuta la brillante idea di proporre di chiuderlo per costruire una nuova sezione, l’ispettore rabbrividisce. «Se non hanno uno sfogo, poi danno fuori di matto. Sono in troppi. E poi c’è già il caldo, che li fa impazzire».  In infermeria, un carcerato anziano, con occhi velati dalla cataratta, si lamenta in modo cauto. «Ho avuto due tumori, un infarto e oggi compio 75 anni. Le pare giusto che sia qui?».

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Alcuni detenuti, al passeggio nel cortile di cemento, preferiscono una cella più grande, che viene considerata riabilitativa, perché si viene a giocare a carte o a fare ginnastica. Il più sveglio fa qualche calcolo sul decreto “svuota carceri” appena approvato dal governo, ma poi scuote la testa: «Se sono i magistrati di sorveglianza a decidere chi può uscire per usufruire le misure alternative, allora rimaniamo dentro. Il problema è che siamo troppi, come si fa a pensare di riabilitarci?». E in effetti la riabilitazione è impossibile con un solo educatore per 387 detenuti, di cui solo 40 lavorano, oltre a una decina di definitivi, scelti per buona condotta, che preparano il cioccolato per un’azienda, in una sezione molto ambita, con aria condizionata. Uno di loro commenta: «Il decreto? Restringe di qualche centimetro la porta di ingresso e allarga di qualche centimetro quella di uscita», sintetizza con ironia.

Nonostante gli spazi più ampi rispetto alle carceri più vecchie e fatiscenti, si prova una sensazione di desolazione, quasi di ineluttabilità, mentre si procede in un altro, lungo, corridoio bunker, destinato all’area trattamentale. Abbellito dai disegni dei detenuti con uno sfondo giallo per illuminare sezioni senza luce. Con la biblioteca, le aule per corsi scolastici ormai conclusi, praticamente deserti e un teatro, dove alla domenica si celebra la messa. In una cella destinata ai detenuti pittori, si trova un quadro che esprime bene lo sguardo dei carcerati verso questo dibattito-tormentone di mezza estate sulle galere: una testa di un detenuto in lacrime, che ha la forma di un carcere gonfiato dal sovraffollamento, sul punto di scoppiare e, fuori dalla porta di ingresso, sul selciato, un crocefisso. Come segno di una pietas, a cui tutti i detenuti credono di aver diritto.      

Twitter: @GiudiciCristina