Opportune et importunePapa Francesco scuote la Curia in attesa di riformarla

Il Papa ha parlato di «lobby gay» in Vaticano e di una «corrente di corruzione»

Sono passati tre mesi dall’elezione di papa Francesco e l’attenzione di tutti è concentrata sulla riforma della Curia su cui, probabilmente, verranno misurati l’efficacia e il successo del suo governo. D’altra parte, dal Conclave che lo ha eletto, Bergoglio ha ricevuto un mandato preciso: riportare trasparenza in Vaticano e restituire credibilità alla Chiesa dilaniata da scandali e conflitti segreti culminati nell’affaire Vatileaks.

«Il nuovo Papa deve essere in grado di ripulire la curia romana», spiegò l’allora cardinale Bergoglio a Buenos Aires prima di partire per Roma per il Conclave. Parole tranchant e molto chiare. Non c’è da stupirsi più di tanto, quindi, se ricevendo il 6 giugno scorso i vertici della Clar, la Confederazione latinoamericana dei religiosi sudamericani, il Papa abbia parlato con assoluta franchezza dell’esistenza di una «lobby gay» in Vaticano e di una «corrente di corruzione». 

La diagnosi, insomma, è stata tracciata. Ora tocca agire. Papa Francesco non ama il politicamente corretto, e lo sta dimostrando ampiamente con le sue parole e i suoi gesti, ma soprattutto ha ben presente che la Chiesa oggi si trova di fronte a un bivio drammatico: purificarsi, e cambiare, o soccombere. «In questo momento della storia della Chiesa», ha detto, «non possiamo né andare indietro né andare fuori strada! La strada è quella della libertà nello Spirito Santo, che ci fa liberi, nel discernimento continuo sulla volontà di Dio». 

Il 13 aprile scorso, a un mese esatto dall’elezione, il Papa ha nominato una commissione di otto cardinali che avranno il compito di aiutarlo nel governo della Chiesa e mettere a punto un progetto di revisione della costituzione apostolica “Pastor bonus” che regola il funzionamento della curia romana. La commissione, una sorta di “consiglio della corona”, si riunirà ufficialmente ai primi di ottobre ma è già al lavoro e sta esaminando diversi dossier, a cominciare da quello delicatissimo che riguarda lo Ior.

Qualcuno con malizia ha evidenziato che Francesco sta attuando quella collegialità prevista dal Concilio Vaticano II e rimasta pressoché lettera morta con i suoi predecessori. Può darsi. Ma una cosa è certa: finora il Papa, da buon gesuita, ha agito in perfetta solitudine, quasi da monarca assoluto. 

«Se avesse seguito i suggerimenti del preconclave, il “consiglio della corona” l’avrebbe trovato già bell’e pronto», ha notato il vaticanista Sandro Magister, «gli sarebbe bastato chiamare attorno a sé i dodici cardinali, tre per continente, eletti al termine di ogni sinodo e quindi anche dell’ultimo, nell’ottobre del 2012. E invece no. I suoi otto consiglieri papa Francesco li ha voluti scelti da lui soltanto, non scelti da altri. Chiamati a rispondere solo a lui, non anche a un consesso elettivo».
Un metodo ispirato a quello della Compagnia di Gesù nella quale il preposito generale, soprannominato non a caso “il papa nero”, ha poteri amplissimi e quasi assoluti. 

Bergoglio, d’altra parte, conosce molto bene questa impostazione essendo stato eletto nel 1973 provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Nella scelta degli otto cardinali consiglieri, più che i loro curricula e gli incarichi nelle varie conferenze episcopali, ha contato il rapporto personale che ha con ognuno di loro. Perché i saggi hanno una funzione consultiva e alla fine a prendere le decisioni sarà il pontefice dopo aver ricevuto i suggerimenti di ognuno.

Dietro a questo stile di governo, propedeutico alle riforme future, non c’è un desiderio accentratore da parte del Papa. Egli sa, realisticamente, che avrà bisogno di aiuto e di collaboratori validi per un lavoro che si preannuncia faticoso e complesso. Ma ora, attraverso il suo carisma personale, fatto di uno stile di comunicazione colloquiale, stringato e di facile presa e da decisioni prese in solitudine dopo l’analisi e il discernimento, intende lanciare un segnale ben preciso alla Curia ed evitare che cordate opache di potere ostacolino il suo progetto di riforma. Il quale parte sì dalle strutture ma, in definitiva, riguarda l’essenza stessa della Chiesa, oggi più che mai in pericolo di ridursi, come ha avvertito più volte, a «un’Ong pietosa».