Per le banche in crisi pagheranno azionisti e creditori

La decisione dell’Unione Europea

Un altro pezzo dell’unione bancaria nella notte è andato a posto. Era passata da poco l’una quando i Ventisette hanno raggiunto l’accordo sulla direttiva per le liquidazioni e le ristrutturazioni bancarie, che finirà ora nelle conclusioni del summit Ue oggi e domani. Un accordo che sancisce una volta per tutte il principio che i primi a esser chiamati a salvare una banca in crisi, o a pagare per la sua liquidazione, debbano essere anzitutto azionisti e creditori, il cosiddetto «bail-in».

Non a caso il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan (Dublino è presidente di turno Ue fino al 30 giugno) ha parlato di un «mutamento rivoluzionario nel modo in cui sono trattate le banche». Basti dire che i soldi iniettati in banche moribonde in Europa dal 2008 hanno toccato i 1.600 miliardi di euro. «Per la prima volta – ha detto il ministro delle Finanze olandese, e presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, abbiamo trovato un’intesa su un notevole bail-in per proteggere i contribuenti, per spezzare il circolo vizioso tra stati e banche, e spingere le banche a comportarsi in modo più responsabile».

Sul principio di fondo erano tutti d’accordo, ma era sulla flessibilità che Francia e Svezia da una parte, e Germania, Olanda e Austria dall’altra, si erano duramente scontrate. Già all’Ecofin della scorsa settimana a Lussemburgo, finito nella notte senza accordo. Solo che il tempo preme, e tutti si sono resi conti che senza uno strumento per stabilire regole Ue per la liquidazione e la ristrutturazione delle banche il nuovo sistema di sorveglianza bancaria unica Ue, che partirà nel corso del 2014, sarebbe servito a poco.

Il compromesso che alla fine nella notte è passato prevede che comunque il bail-in dovrà coprire l’8% delle passività della banca in crisi. Secondo gli esperti, in generale è più che sufficiente per risolvere le crisi. Ciò avverrà secondo una gerarchia: prima gli azionisti, se non bastano a coprire la somma si allarga ai titolari di bond (prima quelli meno garantiti, poi anche i “senior”) e, da ultimo, ai correntisti sopra i 100.000 euro (quelli al di sotto sono comunque garantiti dalle norme Ue). Solo dopo aver esaurito questo 8%, si apre lo spazio per la flessibilità, che invece tedeschi e olandesi avrebbero voluto evitare del tutto. Superata quella soglia, in effetti, gli stati membri potranno decidere di escludere alcuni asset o creditori, se saranno riconosciuti rischi di una vasta crisi finanziaria che possa mettere in difficoltà l’economia nazionale, o se le perdite inflitte a determinati creditori (soprattutto grandi società) diventassero insostenibili, mettendo a rischio la sopravvivenza di questi. Vi è tuttavia un limite preciso: lo Stato dovrà richiedere l’autorizzazione di Bruxelles, e comunque non dovrà essere interessato più del 5% delle passività. Si potranno fare intervenire fondi pubblici di risoluzione (gli Stati membri saranno obbligati a creare, con tributi pagati dalle banche, fondi pari all’1,3% dei depositi protetti) o soldi pubblici. Se anche questi non bastano si potrà ricorrere ad altri fondi incluso l’Esm, il meccanismo permanente salva-stati, con la possibilità della ricapitalizzazione diretta. Anche qui l’ha spuntata Parigi, mentre Berlino avrebbe voluto evitare il ricorso all’Esm.

Per il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che era in sostanza dalla parte della Francia sul fronte della flessibilità nazionale, si tratta di un «un sistema di tutela dei risparmiatori che combina un quadro armonizzato con flessibilità necessaria a tener conto di specificità nazionali». L’accordo, ha aggiunto «contribuisce a spezzare il circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancari». Anche il collega francese Pierre Moscovici ha parlato di un «buon accordo che permette di costruire l’Unione bancaria e di accrescere la stabilità finanziaria in Europa».

La partita, comunque, non è finita, visto che il Parlamento Europeo ha poteri di codecisione e quindi ora il Consiglio, che rappresenta gli Stati membri, dovrà negoziare. Soprattutto, si apre il capitolo molto più delicato del Meccanismo unico di risoluzione, che già vede Berlino e Bruxelles schierati su fronti opposti: la Commissione Europea vuole una vera autority centrale in grado di ordinare la ristrutturazione o la liquidazione di una banca sulla base delle indicazioni della sorveglianza unica Ue. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble continua invece a insistere che ciò non sarà possibile senza cambiare i trattati Ue. E che dunque, per il momento, è possibile solo creare una rete, per quanto ben coordinata, di autority nazionali di risoluzione. Per gli esperti sarebbe del tutto insufficiente.

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