Più veloci della luce, quando nacque Superman

Link Young

Comincia con il botto, il mese di giugno del lontano 1938 e da allora, per settantacinque anni, i nostri cieli hanno visto volare un uomo in calzamaglia blu, con un mantello rosso e una grossa esse sul petto a forma di diamante.

In quel mese di giugno, Superman giunse da Krypton direttamente sulla copertina del giornaletto Action comics, dove per prima cosa sollevò senza troppi sforzi un’automobile, tra lo sguardo sbalordito dei passanti, poco avvezzi a simili supermanie e superpoteri. Fu quello l’inizio dell’incredibile avventura di questo fantascientifico Zorro a colori, tra cellulosa e celluloide, che a ogni pagina ti prende e ti porta via, con tutte le tue fantasie, rigorosamente più veloce della luce.

il racconto

PIÙ VELOCE DELLA LUCE!
Esiste un paese, disperso nel Kansas, tanto piccolo da non trovar posto nemmeno negli atlanti più pignoli. Tanto era minuscolo, quel paese, che il nome di «Smallville» pareva persino troppo lungo, ma la parola «small» lo rendeva piccolo per definizione e andava bene così.

Del resto succedono cose strane, nelle cittadine sperdute nel Kansas, dove capita che un ciclone sollevi la casa di Dorothy e del suo cane, facendola volare fino a chissà dove. Cose così.
Da qualche parte, però, oltre l’arcobaleno, pare che Smallville esista davvero, o sia esistita, o esisterà. Prendi un taxi e vai all’aeroporto, prendi un aereo e voli a New York, prendi una limousine e vai alla Grand central station, prendi il treno e vai a Cleveland, prendi un Greyhound e vai a Metropolis, fai autostop e vedrai che qualcuno a Smallville ti accompagnerà.
Oppure parti dal pianeta Krypton e ci arrivi più veloce della luce.
Il problema, semmai, in un luogo così piccolo, è trovare parcheggio, ma ti sarà sufficiente sollevare un’automobile, spostarla e il gioco è fatto. E se fosse possibile farlo anche in città sarebbe il massimo.
Però questa cosa astrofisica della luce che se ne va a spasso non mi ha mai convinto granché… Oltretutto bisognerebbe essere più precisi e scientifici, perché più veloce della luce non è che voglia dire molto. Meglio sarebbe affermare che si viaggia a una velocità superiore ai duecentonovantanovemilasettecentonovantadue virgola quattro cinque otto chilometri al secondo. Poco importa se in salita o in discesa. E le dimensioni di Smallville sono decisamente più vicine alla virgola, che a trecentomila.
A interrompere i miei pensieri elettromagnetici, nel pieno cuore della notte giunse una notizia a dir poco sconvolgente: una banda di arditi furfantelli stava tramando e intrallazzando per impossessarsi del ghiaccio del Polo Nord. Tutto il ghiaccio, mica solo quattro cubetti per la limonata: da quello della Groenlandia all’Alaska, dalla Siberia al Canadà.
Tutti, ma proprio tutti, volsero lo sguardo a un tal nonsochì, in cerca di conforto e di aiuto. Chi fosse, questo nonsochì – lo dice la parola stessa – non lo so. So però che a lui, infastidito da tutta quella folla tra i piedi, di Smallville in quel momento importava meno di zero virgola quattro cinque otto. Avrebbe senz’altro preferito starsene cu-cu-cù co-co-cò con chi non so, ma lui sì. Figurarsi quanto lo poteva interessare il Polo Nord, tanto più che lui stava dalla parte dei pinguini e di pinguini, lassù, non ce n’è mai stata traccia. Andassero pure a protestare oltre il circolo artico, che lui finalmente avrebbe avuto un po’ di intimità.
La delusione per l’aiuto negato non fece comunque in tempo a raggiungere chicchessia, perché una seconda notizia arrivò come un fulmine a squarciare la notte, ormai irrimediabilmente insonne: un tal chissachì aveva fatto nonsoché dalle parti di non so dove.
Nonsochì… Chissachì… Nonsoché… C’era di che confondersi per bene. Questa volta anche l’animo del tipo fu scosso nel profondo. Con espressione da attore drammatico si alzò in piedi lentamente, nel silenzio più assoluto; diede un bacio in fronte alla bella cu-cu-cù co-co-cò poi, rivolgendosi alla folla terrorizzata, rassicurò con tre piccole, semplici parole: «Ci penso io».
Non ti dico l’emozione che cominciò a ribollire nel sangue di ognuno. Nonsochì, oltretutto, sapeva che la sua eroica impresa avrebbe irrimediabilmente fatto scoccare la scintilla fatale nel cuore di lei. Si appartò nella vicina cabina telefonica, che a quel tempo non c’era città che non ne avesse una a ogni angolo, estrasse con rapido gesto l’ultimo gettone e digitò, senza farsi vedere, il numero di suo cugino Clark.
La conversazione tra i due durò pochi interminabili istanti, ma uscendo dalla cabina, con le pupille di tutti sgranate a fissarlo, di nuovo gli bastarono poche parole. Due, per la precisione: «Era occupato».
Come sarebbe, occupato?! E con chi aveva parlato, allora, sempre che abbia davvero parlato con qualcuno? Ma soprattutto: con chi se ne stava al telefono, questo tal cugino Clark, nel cuore pulsante della notte?
Pianti, urla, strepiti e lamenti vennero interrotti dalla terza, definitiva notizia, ancorché più vaga delle altre due, senz’altro da verificare alla fonte, ricca di se e di chissà, di uomini volanti e di poteri soprannaturali, le cui voci cominciarono a inseguirsi nell’eccitazione di ognuno.
A Clark nessuno più pensò. Che ti importa di lui e di nonsochì, quando sei sulle tracce del ghiaccio artico e, soprattutto, di nonsoché? Che se ne stesse a chiacchierare via cavo, se ne aveva voglia.
Alla fine, ovviamente, ogni problema fu risolto e i colpevoli assicurati alla giustizia, con tanto di auto con le sirene rosse e blu. Funziona così, nel lontano Kansas. Il merito avrebbe gradito prenderselo il commissario, ma la gente attribuì ogni cosa alle gesta eroiche di un fantomatico superuomo venuto dal pianeta Krypton, che nemmeno Copernico e Keplero sapevano se piazzare intorno al Sole o a rivoluzionare intorno a quale altro corpo celeste. E poi via, più veloce della luce!
All’altro capo del filo Clark continuò la propria pacifica esistenza, ignaro di tutto, e nessuno badò più a nonsochì; nessuno, a parte lei, la bella che, per quanto ancora assonnata e sognabonda, gli si accoccolò amorevolmente, cu-cu-cù co-co-cò e buonanotte, con la Luna lassù, il pianeta Krypton chissà in quale sperduta galassia e il cuore di nonsochì a pulsare, più veloce della luce pure lui.

la fotografia

All’inizio inizio degli anni Trenta il giovane Jerry e il suo compare Joe erano studenti alla Glenville high school in Ohio e, tra un ripasso e un hot dog, si misero in mente di inventare un personaggio che unisse fumetto e fantascienza, il mito del superuomo e la voglia di divertirsi. Fu così che nel 1932 nacque Superman, primo di tutti i supereroi, che però ci impiegò qualche anno per essere pubblicato, ma da allora fu lui, Clark Kent e tutti noi.
Che poi Jerry Siegel e Joe Shuster siano diventati tutt’altro che ricchi, avendo ceduto i diritti all’editore, è una cosa cui nemmeno Superman è mai riuscito a metter troppo ordine…

il video

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Senza alcun dubbio c’è un piccolo Superman che si annida in ognuno di noi. E più siamo piccini, più lui diventa grande e fa crescere ancor più la nostra fantasia.
Del resto non è forse vero che basta infilarsi un costume blu molto attillato, con tanto di mantello svolazzante e lanciarsi con le braccia tese verso l’alto, per volare più veloci della luce nel cielo di Metropolis? Non solo è così, ma è una cosa che potrebbe fare qualsiasi bambino…

la pagina web

Non mi è chiaro se per visitare una pagina dedicata al nostro supereroe sia necessario avere una connessione più veloce della luce o basti anche qualcosa più simile ai 56k del nonno. Già, perché anche il nonno magari vorrebbe farci un giro, purché parli o legga un po’ di inglese, perché quella, pare, è la lingua dei kryptoniani. E di pagine, allora, ne possiamo visitare un paio: quella ufficialissima della Dc comics e quella amatoriale, che è comunque un supersito come piace a noi.

i nostri eroi

E io, che credevo fosse Wonder Woman la fidanzata di Superman… Ci credevo davvero e me li immaginavo in luna di miele sulla Luna, quella vera, che tutti sanno che è di formaggio e non di miele… Ci credevo e immaginavo i loro pargoli: li avrebbero fatti nascere con il mantello o con la camicia? Già, perché esser figlio di quei due è un grosso colpo di fortuna… Ci credevo e invece scopro che c’è questa Lois Joanne Lane, bella giornalista del Daily planet, di quelle che quando la incontri ti vien voglia di fare il giornalista anche tu… E il bello è che c’è sin dal primo numero, nel giugno del Trentotto…

Avrei dovuto sospettarlo quando scoprii che la moglie di Jerry Siegel, papà di Superman, si chiamava Joanne pure lei. Però è proprio così: pensa che a cavallo degli anni Sessanta, per quasi due decenni venne persino pubblicato un giornalino con l’eloquente titolo di Superman’s girlfriend Lois Lane
Che poi questa Lois era in realtà la fidanzata di Clark Kent, mica del supereroe con il mantello. Fidanzata e collega. Quando negli anni Novanta i due si sposarono, è probabile che durante il viaggio di nozze qualcosa Clark lo abbia svelato, alla sua bella mogliettina, o forse anche lui pensava che la Luna fosse di miele davvero? O di formaggio?
Essendo però Clark Kent egli stesso Superman, per la proprietà transitiva dei supereroi, Lois Joanne Lane era la fidanzata di Superman e Wonder Woman invece no.
Peggio per lei, ma anche peggio per me e tutte le mie fantasticherie.
Però, ora che ci penso, se Clark Superman Kent è sposato con Lois, allora vuoi vedere che la mia bella Wonder è ancora single? Che dici, sarà libera venerdì sera? Ora la chiamo e la invito, poi ti dico…

Si chiama Daily Planet il quotidiano con cui vorrebbe collaborare qualsiasi giornalista al mondo. Altro che New York Times o Gazzetta di Forlimpopoli. Il mitico Daily Planet, con il suo globo in cima al grattacielo.
Qualsiasi giornalista, anche il più famoso, gradirebbe almeno una volta essere inviato qua e là dal superdirettore Perry White e scrivere per lui un’inchiesta, un fondo o un corsivo. E chissà se lo sapeva, il superdirettore galattico, di essere capo di Superman in persona e del suo mantello?! E chissà quanti giornalisti in giro per il globo pensano di esserlo loro, Superman… E qualcuno, ti dirò, è un supergiornalista davvero, anche senza fumetti e senza mantello.
Si chiamava Daily Star, nelle prime apparizioni di Clark Kent, ma ben presto fu rinominato con il pianeta al posto della stella, ma comunque sempre di Spazio si tratta: tutto lo spazio che serve per la nostra fantasia.

A quarant’anni dalla nascita del supereroe, nel 1978 Superman sfrecciò più veloce della luce in tutti i cinema del globo, proiettato sugli schermi in un fumettone hollywoodiano tra i più entusiasmanti.
Non serviva saper volare, per interpretarne il ruolo: per quello c’erano già allora degli effetti speciali niente male. Non c’era bisogno di procurarsi l’abito blu con il mantello: per quello c’erano i costumisti, sempre pronti con ago, filo e qualche idea brillante. E per gli occhiali alla Clark Kent bastava una qualsiasi bancarella lungo la strada.
Quel che il regista andava cercando, tra gli sguardi degli attori a fare il provino, era la faccia da Superman, quella che paresse scritta da Siegel e disegnata da Shuster. E una faccia così, con l’espressione un po’ così, ce l’aveva solo lui: il giovane attore Christopher Reeve, che da allora e per sempre, sarà Superman per tutti noi. Anche adesso che non c’è più.

quattro domande a…

… Bruce Wayne

Gentile Bruce, lei che quanto a supereroi ne sa più di tutti, che mi dice del suo compare Kent? Gli farà gli auguri per i suoi settantacinque anni?
Il vecchio Clark è sempre il solito, vuole ogni volta arrivare prima degli altri. Fu il primo a nascere, nel Trentotto: primo di tutti i supereroi. Bravo, di questo ognuno ne è grato. Però poi non è che si possa esagerare… Invece ha voluto pure essere il primo a compiere cinquant’anni, nell’Ottantotto. Bravo, bravissimo, ma basta… Adesso eccolo che di nuovo si mette in testa di essere il primo a farne settantacinque, di anni… Ma chi si crede di essere, Superman?
Beh, effettivamente, sarebbe proprio così che stanno le cose… Del resto anche lei è Batman, quindi… Allora mi dica: li farà, Batman, gli auguri a Superman?
Non è che un pipistrello non sia un gentiluomo, anzi. Sono certo che un messaggio lo manderà, magari un classico biglietto d’auguri, di quelli che si usavano ai nostri tempi. Ho già pronta anche la frase: «Tu non sei vecchio, sei Supervecchio!»
Divertente. Se posso, userò la sua frase anche per qualche amico mio, molto meno super, ma comunque sufficientemente vecchio. Però suvvia, non mi dica che non festeggerà insieme a noi…
Ci sarò, ci sarò. Anzi, voglio parlare con il sindaco per vedere se si può dare al vecchio Super la cittadinanza onoraria di Gotham City. Così magari l’anno prossimo lui si sentirà in dovere di fare me cittadino di Metropolis… non le nego che mi renderebbe assai orgoglioso.
Così mi piace. Lo sapevo che anche voi supereroi avete un cuore…
Eccome! E che cuore! Con tutti i guai che ci combinano gli sceneggiatori! E se non capitano a noi, i guai, capitano a chiunque altro nel mondo e comunque tocca poi a noi andare a risolvere ogni problema. Lei non sa che fatica. Meno male che c’è Clark, allora, che ogni tanto se la sbriga da solo e io mi posso godere una mezza giornata di tranquillità. Auguri!

ti consiglio un libro

Neal Adams e Danny o’Neil – SUPERMAN vs MUHAMMAD ALI – Planeta

Prima dei tempi di Superman, il vero superuomo, alto così, forzuto più che mai, era italiano e si chiamava Primo Carnera, pugilatore e superstar. Ma con Superman già da qualche decennio a riempire i giornaletti, fu un altro puglie a diventare un vero eroe: Cassius Clay, divenuto poi Muhammad Ali. Forse il più grande di tutti e di sempre. Più grande anche di Superman? Questo non si può sapere, ma una sfida tra i due c’è stata e c’è ancora, sulle pagine di un libro a fumetti, grazie alle menti geniali di Neil Adams e Danny o’Neil.

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