Se Cucchi deve subire anche il “trattamento Giovanardi”

La grevità delle affermazioni dell’esponente Pdl non si ferma neanche davanti alla morte

Non auguro a nessuno di essere giovanardizzato. E mi spiego: non auguro a nessuno, casomai gli accadesse di essere preso in una tragedia, o stritolato da un meccanismo fatale, non auguro a nessuno cui capitasse di essere picchiato, privato dei propri diritti o addirittura di morire, di essere – subito dopo – ucciso due volte: la prima volta fisicamente, e poi una seconda spiritualmente, con una ingiuria che lo insegue fin nella tomba.

Non auguro a nessuno di essere giovanardizzato: ovvero non gli auguro di finire nelle mani del micidiale meccanismo dialettico con cui l’onorevole Carlo Giovanardi, dopo la morte di Stefano Cucchi, ha preso a denigrare un ragazzo morto per trovare delle attenuanti alla sua tragica e incredibile fine. Non auguro a nessuno di diventare un fantoccio nelle mani della cattiva politica, quella che deve condannare ideologicamente, che deve difendere a prescindere, e che deve fare tutto questo coprire le responsabilità. Giovanardizzare, in questo senso è peggio che insultare.

L’ex ministro Carlo Giovanardi si è spinto fino a dire che Stefano Cucchi era «Una larva, un tossicodipendente, uno zombie, un sieropositivo, un tossico!». Lo ha fatto, non so per quali motivi, ma finendo per coprire le responsabilità di chi ha provocato la morte di un cittadino italiano. E nel farlo ha diffuso una cortina fumogena che è stata sollevata ad arte per confondere alcuni fatti incontrovertibili: «Poveretto, era un drogato – ha detto il parlamentare del Pdl – è morto di fame perché pesava 42 chili». O ancora: «Stefano Cucchi era uno spacciatore, uno spacciatore abituale, aveva subito diciassette ricoveri». Giovanardizzare vuol dire anche irridere. «Perché – ha chiesto in un drammatico faccia a faccia Con l’ex ministro Ilaria, la sorella di Stefano – perché continua a parlare di cose che non conosce? Perché se la prende con mio fratello?».

Giovanardizzare vuol dire anche colpire chi non può difendersi, senza un motivo. In realtà Cucchi, anche secondo la sentenza che ieri non ha individuato i responsabili di queste violenze, era un ragazzo indifeso che dopo il suo arresto è stato privato della sua libertà, che è stato percosso, che è stato privato della difesa a cui aveva diritto, allontanato dai suoi genitori in modo illecito, costretto a un digiuno di protesta che unito a tutte questi abusi lo ha fatto crollare. Il fatto che fosse stato un tossicodipemdente non c’entra nulla. Il fatto che prima di finire in una comunità fosse stato in un ospedale lo rendeva debole, non certo meritevole di sevizie.

Sappiamo tutti che Giovanardi, ed è un suo diritto, professa da sempre con legittimo orgoglio la propria fede cattolica: non è il mio campo ma, a naso, credo che giovanardizzare voglia dire – anche – commettere peccato. Se Giovanardi per la sua spietatezza contro un ragazzo morto finisse all’inferno, sono sicuro di una cosa: non ci troverebbe Stefano Cucchi. 

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