“Se serve, lo Stato entri nel capitale delle banche”

Ristrutturazioni, non nazionalizzazioni

Alberto Bisin non la manda a dire. E se c’è bisogno di prendere una posizione netta, lo fa senza indugi. L’occasione in cui Linkiesta ha incontrato il professore di Economia della New York University è la presentazione del suo ultimo libro, Favole e numeri, edito dall’Università Bocconi. Un libro che vuole andare oltre la classica atmosfera che c’è intorno all’economia in Italia. Troppo invischiata con tesi cospirazioniste e poco con i numeri e i modelli econometrici. È proprio questo imbastardimento che negli ultimi due anni ha generato storpiature incredibili, come quella secondo cui l’Italia dovrebbe uscire dall’eurozona per rilanciare la propria economia. E proprio per questo motivo, Linkiesta ha optato per una discussione molto informale, a colpi di macroeconomia e Negroni, passando per alcune dinamiche demografiche che stanno rompendo gli equilibri globali.

Mentre siamo con questo drink di fronte, il mondo finanziario sta parlando solo della Federal Reserve. Le parole di Ben Bernanke, che hanno aperto la via al ritiro della liquidità erogata con il Quantitative easing (Qe). In effetti, non c’è mai stata così tanta liquidità sui mercati finanziari. Non è leggermente spaventoso?
Lo è, eccome. E l’exit strategy non potrà che essere graduale, per evitare shock. È anche una questione di comunicazione delle misure. I mercati sanno che questo scenario straordinario dovrà prima o poi finire. Bernanke ha voluto preparare gli investitori per quello che sarà. È logico. Tuttavia, l’economia americana è ancora in difficoltà e solo un costante monitoraggio dei dati potrà determinare il rientro del Qe.

Oltre alla Fed, c’è anche l’eurozona che continua a essere in difficoltà. Ora c’è stato l’accordo sul Single resolution mechanism (Srm), cioè il meccanismo di risoluzione delle banche. Un altro passo verso l’unione bancaria. Siamo nella giusta direzione?
Certamente è un accordo importante. L’unione bancaria è cruciale per l’area euro. L’obiettivo è quello di rompere il circolo vizioso fra banche e Stati. Insomma, quella è la via. Raggiungerla è un po’ più difficile, ma i passi si stanno facendo.

Eppure, nel Srm c’è l’istituzionalizzazione del bail-in, come avvenuto a Cipro…
Sì, forse sarà ingiusto per alcuni attori, ma occorre trovare un modo per far fallire le banche.

Ha un senso, in effetti.
I mercati finanziari reagiscono male se non viene spiegato loro le cose, è normale che sia così. Ma si sente l’esigenza di trovare una via ragionevole per far fallire le istituzioni bancarie che non ce la fanno. È l’unica soluzione.

Il bail-in può funzionare? Oppure una bad bank?
Vedi, il giorno in cui gira voce di un bail-in in una banca, ci sarebbe il panico. Così come era stato per Cipro, anche se questo era un caso molto particolare.

Particolare sia per i depositi, prevalentemente russi, sia perché è un’isola, quindi i capital control sono più facili da gestire.
Esatto. Si è potuto colpire direttamente solo alcuni tipi di depositi. E si è potuta gestire la criticità di un controllo sui capitali in modo più semplice che in altri luoghi. Resta il fatto che fosse per me ci dovrebbero essere altre soluzioni.

Quali?
Le altre tre contenute della proposta di meccanismo di risoluzione bancaria preparata dall’Ue nel giugno 2012, ovvero attività di M&A fra le banche, creazione di una banca ponte, formazione di una bad bank. Bisogna capire come ristrutturare una banca. E se questo significa che uno Stato debba entrare con del capitale dentro un istituto bancario per ricapitalizzarlo e ristrutturarlo, ben venga. Ma occhio…

Cosa?
Che nessuno dica che si tratti di nazionalizzazione. Nessuno vuole nazionalizzare le banche. Si tratta solo di ristrutturazione.

Anche perché poi vorrei vedere la Germania cosa potrebbe obiettare. Del resto, sono tanti i malumori ogni volta che si tratta di spendere soldi pubblici o di perdere sovranità, come nel caso del Single supervisory mechanism (Ssm), il meccanismo di supervisione bancaria Ue.
Non dimenticare che anche noi, tutti noi, siamo entrati nell’euro perdendo sovranità. È una condizione necessaria per andare verso l’obiettivo comune di un bilancio unico. E per arrivare a quello bisogna che anche la Germania ceda. Un esempio è l’Ssm, cruciale anch’esso. La sostanza di tutto è solo una: l’eurozona senza convergenza fiscale non ce la può fare.

Eppure si parla di austerity e dei suoi effetti nefasti.
No no, aspetta. Io impazzisco quando sento le discussioni sull’austerity.

Perché?
Per un semplice fatto: che non c’è un problema di austerity.

Questa è grossa però. Pensa dirlo ai greci o ai portoghesi.
Ma è vero. Se tu mi dimostri che politiche espansive durante una recessione portano a un incremento del Pil futuro, è stupendo. Ma non è così. Le politiche anticicliche non funzionano. Il consolidamento fiscale serve, perché sono state spese risorse con molta facilità negli ultimi anni.

Mi viene un mente un report del Credit Suisse di pochi giorni fa. In Italia, per esempio, la spesa pubblica è in aumento, dal 2011 al 2014 e si passerà il 50% del Pil. Non proprio uno scenario entusiasmante, vero?
Affatto. Qui c’è una questione molto chiara: o si cambia la struttura della spesa, o non si rientra. Molto semplice. E questo si fa tramite tagli strutturali, non lineari.

Se io sono abituato a questo tenore di vita, perché dovrei ridurlo?
Giusto, nessuno rientrerà perché manca la voglia di farlo.

Altro che austerity… però la prossima volta vallo a dire a Paul Krugman.
Guarda, ti rivelo un segreto: quando arriva a casa mia il New York Times e mia moglie vede che c’è un editoriale di Krugman, nasconde il giornale prima che arrivi, in modo che io eviti di leggerlo, rovinandomi la giornata.

Ha un senso. Però in Italia e nel mondo si discute di quanto sia duro il consolidamento fiscale. Ma chiunque sa qualcosa di economia, sa che in un regime di risorse finite e aumento demografico, bisogna trovare un equilibrio. Forse è anche per questo che le classi medie mondiali sono in tumulto.
Anche per quello, certo. Da un lato c’è un Occidente che sta fronteggiando un livello di spesa che non è più sostenibile. Dall’altro stanno emergendo nuove classi medie ancora acerbe, ma che crescono con un ritmo molto veloce. E bisogna evitare gli squilibri.

Come si può uscire da questo impasse?
Con più partecipazione di Cina e India a livello globale. Le loro classi medie scalpitano e bisogna lasciar loro spazio. È vero che le risorse sono finite, ma l’Occidente può controbattere con l’innovazione. E su questo punto di vista gli Stati Uniti sono ben più avanti dell’Italia, ma anche del’eurozona. Pensa solo a quanto è difficile fare start-up in Italia. Però c’è un altro aspetto da non sottovalutare.

Quale?
Che l’attuale classe media occidentale è praticamente fregata. E la conseguenza è che è a rischio la competitività globale. Solo con l’innovazione si può pensare di migliorare la situazione.

Prima di finire il Negroni, domanda da un milione di dollari, o forse anche più. Proviamo a immaginare l’eurozona fra cinque anni. Come la vedi?
Ti assicuro: non ne ho la più pallida idea. E non voglio nemmeno provare a indovinare, come fanno tanti. Gli attuali modelli non possono essere sicuri. Possono indicare una direzione, una via da seguire, ma sono troppe la variabili. Troppe.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria + @bisina

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