Cosa significa per il Maxxi di Roma essere super partes

La rubrica Genio del male

Il Maxxi dà i numeri e alla Melandri piace essere super partes. Questo slogan, usato a suo tempo per invocare una gestione equilibrata e neutrale della Rai, viene impiegato ora per tracciare la road map del museo romano al crocevia tra arte e impresa. Cosa succede? La Melandri non è più di sinistra o la cultura è sempre stata una merce di scambio?

Per rispondere bisognerebbe pescare nella storia della sinistra italiana, che da sempre modella un pantheon culturale in funzione non solo di uno spirito laico, ma anche di una storia intesa come prodotto di civiltà. In questo senso si potrebbe parlare di “cultura” come di un bene mobile preferibilmente maneggiato dai tecnicismi dei chierici, e di “civilizzazione” come di un bene immobile, non trasferibile da una parte all’altra dell’Emiciclo, ma dato in eredità a tutti i fratelli d’Italia e quindi sistematicamente trascurato. Ciò che non ha un’identità culturale, cioè una ricaduta politica di matrice propagandistica, tende in Italia a non meritare di ricevere delle cure civili. E questa è probabilmente una derivazione dello scarso interesse dell’italiano per la cosa pubblica.

Nonostante Gramsci avesse già marginalizzato come preborghesi concetti come “cultura” e “intellettuale”, in Italia la ricerca di un campo espressivo che cammina su un certo lato della strada è stata sempre un chiodo fisso della politica. Non si può negare che, mentre il mondo democristiano seguiva la via del mercato, quello marxista attraeva meglio a sé la creatività culturale. E l’editoria, il mondo della musica, dell’arte, del cinema erano il terreno di caccia prediletto. Tuttavia la matrice marxiana ha sempre giocato un ruolo critico nel confronto tra potere e sapere, producendo al suo interno una certa dissidenza, anch’essa funzionale al monopolio del dibattito. È così che si è costruito un sistema autoreferenziale in cui tutto poteva essere guardato solo apparentemente “super partes”.

Il risultato è che se gli anni Settanta hanno visto per esempio un Giulio Carlo Argan occupare la poltrona di sindaco di Roma, mostrando la possibilità di un incontro fruttuoso tra sapere e potere, poi non è stato più così. E qualche anno dopo, una delle ultime metafore di questa simbiosi rimane senza dubbio la scena di Benigni che prende in braccio Berlinguer. Al Pincio in fondo era forse ancora visibile l’antico rapporto tra legislatore e interprete. Del resto fondere in modo singolare il politico triste e il comico irriverente era la formula del bilanciamento tipica di una certa cultura di sinistra. Ma non funzionerà sempre e con tutti, soprattutto se non ci saranno più gli stessi ingredienti. Presto le cose cambieranno: la politica imploderà, mentre la sinistra dovrà elaborare prima la cultura liberale e il dibattito sulla scissione tra diritti e beni fondamentali, poi i temi ecologici e la mondializzazione – argomenti che avrebbero complessificato quella galassia fino a farla definitivamente scoppiare.

L’abbraccio svogliato tra Bersani e Moretti è a questo punto la teatralizzazione di un’insofferenza cronica, quella di un popolo che, con le battute di Aprile, chiedeva ai proprio leader di pronunciare «qualcosa anche non di sinistra, qualcosa di civiltà». No, non ci rassicura affatto un programma “super partes” perchè significa ammettere supinamente uno “stato di natura” dove, allo sballo delle democrazie, corrisponde quello del mercato. Quando sotto non c’è più la civilizzazione ma la cultura non resta che la sua mostrificazione, mistificata dietro una presunta linea museografica che dovrebbe rompere col passato.

Non è che quello che accade al Maxxi sia poi molto diverso da quanto succede al Colosseo piuttosto che al Circo Massimo (per restare nei confini della capitale). Basta leggere il pamphlet di Tommaso Montanari Le pietre e il popolo (Minimun Fax) per rendersi conto che in questi anni si è prodotta una «metamorfosi della funzione culturale del patrimonio, e della scienza che ci permette di conoscerlo: la storia dell’arte. L’industria delle mostre e le campagne mediatiche sui singoli capolavori (spesso inesistenti) attaccano esplicitamente e frontalmente, la conoscenza, la filologia, la storia e inneggiano invece alle “emozioni”: non si rivolgono a un cittadino adulto, ma a uno spettatore, o meglio a un cliente-bambino». 

Essere “super partes” per avvicinare gli artisti a quante più persone possibili significa in realtà scambiare un bene spirituale con uno materiale. E nella logica dello scambio-merce essere “super partes” o è un “truismo” della sinistra o è un avatar del mercato.