Crisi, ecco vincitori e vinti sul mercato del lavoro

Il rapporto Ocse 2013

 Il 16 luglio l’Ocse ha pubblicato il suo rapporto di punta sulle politiche del mercato del lavoro: l’Employment Outlook 2013. Quest’anno i temi trattati sono di grandissima attualità, e guardano soprattutto alla lunga fase di crisi che stanno vivendo alcune economie europee e a quella che sembra una timida ripresa del mercato del lavoro nei paesi che hanno sperimentato una crescita, seppur moderata, del reddito negli ultimi anni.

Il primo capitolo descrive le principali tendenze dei mercati del lavoro dei paesi Ocse, con particolare riguardo agli impatti sui differenti gruppi demografici della crisi iniziata nel 2008 e protrattasi fino ad oggi. L’intento è quello di documentare, dati alla mano, chi sono i “perdenti” o i più vulnerabili alla lunga crisi.

I numeri del mercato del lavoro

A marzo 2013 il tasso di disoccupazione nei paesi Ocse era pari all’ 8%, in calo di 0,5 punti percentuali dal picco del 2009. Come si può facilmente dedurre, la situazione a 3 anni dal punto più basso della crisi è tutt’altro che rosea. Questo numero aggregato nasconde però una forte variazione fra i tassi di disoccupazione dei vari paesi, segnale di una divergenza dei cicli economici.

Il tasso di disoccupazione si attesta attorno al 5% in cinque paesi (Austria, Corea, Giappone, Norvegia e Svizzera) ma sfora il 25% in due paesi dell’Europa meridionale (Grecia e Spagna). L’Italia con un tasso attorno al 12% si situa a metà strada fra i due estremi: per il nostro paese è soprattutto la persistenza dell’indicatore a destare preoccupazione. Secondo le ultime informazioni disponibili il tasso di disoccupazione nel nostro paese resterà nel medio termine più alto del tasso sperimentato nel punto di minimo dell’attività economica: alla fine del 2014 le stime lo collocano attorno al 12,6%, uno tra i valori più alti fra tutti i paesi Ocse.

Figura 1 – La crescita della disoccupazione è principalmente dovuta a fattori ciclici, ma la componente strutturale è in crescita
Variazione in punti percentuali dall’inizio della crisi 2008-2012

Fonte: OCSE, Employment Outlook 2013. Il gap di disoccupazione è la differenza fra il tasso di disoccupazione e il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment)

Un alto e persistente tasso di disoccupazione è preoccupante soprattutto per la possibilità, non tanto remota, che provochi un aumento del cosiddetto tasso di disoccupazione strutturale di lungo periodo, tramite un’erosione delle competenze che si accompagna spesso a lunghi periodi di scarso contatto con il mercato del lavoro. Non sarebbe certo una bella notizia per un paese come il nostro strutturalmente affetto – ahinoi – da scarsa produttività del lavoro. Senza nascondere le difficoltà di stimare di questa variabile, l’Ocse valuta che il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), sia aumentato dal 2008 di 1,1 punti percentuali in Italia, contro una media Ocse dello 0,5. Come si vede, poco di cui stare allegri.

La produttività del lavoro

Sul versante della produttività e della competitività, un altro segnale scoraggiante viene dalla dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto. La discussione economica degli squilibri nell’Eurozona è oggi centrata sulla giusta constatazione che dinamiche di produttività slegate da quelle dei salari orari reali tendono a creare un cuneo di competitività fra pesi appartenenti alla stessa area monetaria, con effetti asimmetrici di difficile gestione anche per la Bce. Da questo punto di vista va ribadito che un aggiustamento salariale non è l’unica leva da azionare per aumentare la competitività. Il costo del lavoro per unità di prodotto è il rapporto fra costo del lavoro reale orario e produttività oraria: se quest’ultima aumenta, a parità di salario, anche la competitività relativa aumenta.

I dati Ocse dimostrano che, nel nostro paese, durante la crisi ciò non è avvenuto. La dinamica salariale è rimasta piatta (sebbene l’Italia sia uno dei pochi paesi Ocse dove il salario mediano lordo è aumentato dello 0,6% dal 2007 al 2010 assieme a Canada, Usa, e Germania), viceversa la produttività è calata. 

Figura 2 – I costi unitari del lavoro

Previsioni attuali e future della variazione dei costi unitari del lavoro dall’inizio della crisi finanziaria vs andamento pre-crisi (2004-2007)

Fonte: OCSE, Employment Outlook 2013

Il grafico mostra bene come l’aggiustamento “brutale” spesso tirato in ballo per descrivere la situazione macroeconomica dei PIIGS non è avvenuto né avverrà a breve in l’Italia. Sia il lettore a giudicare se questo sia un bene o un male, ma vale la pena ricordare che il trend di diminuzione nella competitività generale del sistema paese, iniziato nel 2000 non accenna a diminuire.

I vincitori e i perdenti

Le uniche note forse positive per il nostro paese vengono dal versante dell’occupazione. Sebbene i posti di lavoro distrutti siano di una grandezza consistente, il job gap (ovvero il numero totale di posti di lavoro necessari per raggiungere l’occupazione massima potenziale) rispetto al picco del ciclo economico precedente era sceso di 2,6% punti percentuali al punto di minimo dell’attività, per poi raggiungere un -3.6% alla fine del 2012, le previsioni lo vedono restare negativo fino a fine 2014. Per rendere l’idea basta notare come in Grecia, Spagna e Irlanda i numeri siano a doppia cifra, attorno a -20 punti percentuali.

Insomma, c’è depressione e depressione, almeno per quanto riguarda il mercato del lavoro. Dati i numeri simili (almeno per Spagna e Irlanda) in termini di contrazione del Pil, questo significa che le imprese italiane non hanno licenziato lavoratori in maniera massiccia. Al netto degli effetti delle bolle immobiliari nei due partner, sembra che il mercato del lavoro italiano abbia retto meglio allo shock. Il cosiddetto labour hoarding, ovvero la pratica delle imprese di non licenziare nonostante un considerevole shock alla domanda di lavoro, è una delle evidenze empiriche trattate diverse volte nelle recenti edizioni dell’Employment Outlook. Le possibili spiegazioni per questo dato sono il grado di protezione del lavoro (che rende le separazioni più costose), il timore delle imprese di perdere capitale umano specifico formatosi grazie ad investimenti in training e formazione e le aspettative di una accelerazione dell’economia dai bassi livelli di attività che caratterizzano recessioni gravi.

Il capitale umano specifico è fra i fattori che meglio spiega la situazione attuale dei mercati del lavoro nei paesi Ocse, in particolare quello italiano. Il capitolo dell’Outlook mostra evidenze chiarissime su quali siano stati i lavoratori meno colpiti dalla crisi: i lavoratori anziani. 

Fra tutti i gruppi demografici, l’Ocse evidenzia in maniera dettagliata come i tassi di occupazione siano cresciuti unicamente per le persone nel gruppo di età 55-64. Questo si sposa bene con l’intuizione accennata in precedenza, ovvero che le imprese non si siano private di coloro che i) costano di più in termini di licenziamento in quanto in media i loro contratti sono più protetti e ii) hanno più esperienza specifica nel processo produttivo aziendale. Se a questo si aggiunge la dinamica sul versante dell’offerta di lavoro dipendente (torneremo sul punto in maniera più approfondita fra un attimo), ovvero sugli incentivi impliciti ad andare in pensione anticipatamente, si capisce il perché di questo fatto statistico registratosi nella quasi totalità dei paesi Ocse. 

Figura 3 – Variazione dei tassi di non-occupazione per fascia d’età nei paesi Ocse
Variazione in punti percentuali

Fonte: OCSE, Employment Outlook 2013

Per quanto riguarda i giovani, spesso considerati giustamente fra i più vulnerabili in un ambiente recessivo, va ricordato un fatto basilare: se i tassi di disoccupazione giovanile sono altissimi in alcuni paesi è perché normalmente per un giovane le chance relative di trovare un lavoro sono più basse. La crisi agisce diminuendo ulteriormente le chance per tutti, ma non in maniera più che proporzionale per i giovani rispetto ad una fase di espansione economica. A ciò si aggiunge la considerazione che il tasso di inattività dei giovani nei paesi Ocse è stato in gran parte causato da un aumento della partecipazione scolastica, fattore che nell’insieme dei paesi Ocse, spiega in media più del 75% della diminuzione nel tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei giovani. Con minori probabilità di impiego e con salari in discesa i giovani investono più in capitale umano per controbattere questi effetti negativi. Purtroppo a questo riguardo l’Italia sembra una preoccupante eccezione: il tasso di inattività dei 15-24 è stato completamente trainato da un aumento del tasso di NEET (Not in Education, Employment or Training). Altre lacrime, amarissime, in quanto il rischio è che si concretizzi la peggiore delle ipotesi: giovani disoccupati e inattivi senza le competenze necessarie per competere adeguatamente nel mercato del lavoro. 

Grafico 4- Il tasso di inattività dei giovani in molti paesi Ocse è in gran parte causato da un aumento della partecipazione scolastica

Fonte: OCSE, Employment Outlook 2013. La media Ocse esclude Cile, Corea e Israele

Di particolare importanza è inoltre documentare se questi trend recenti degli indicatori del mercato del lavoro si siano riscontrati in altre recessioni o se siano una novità dovuta a cambiamenti strutturali negli incentivi che imprese e lavoratori si sono trovati a fronteggiare durante la crisi finanziaria globale.

Lo studio Ocse evidenzia come, in realtà, gli attuali tassi di disoccupazione, occupazione e attività dei vari gruppi demografici siano in linea con quanto accaduto nelle precedenti recessioni dali anni 70 in avanti. L’unica differenza sta proprio in quanto è accaduto al gruppo di lavoratori anziani (55-64), che hanno sperimentato una diminuzione meno che proporzionale nei tassi di impiego e di attività, e un aumento meno che proporzionale nel tasso di disoccupazione rispetto alle recessioni negli anni ’70-’80-’90, il che si è tramutato in un aumento del tasso di partecipazione nonostante un mercato del lavoro stagnante.

L’evidenza è robusta anche controllando per la dimensione dello shock (i coefficienti di regressione rimangono significativi anche controllando per le differenze degli outcomes specifici rispetto al gruppo di riferimento di età 25-54). I coefficienti diventano non significativi solo aggiungendo trend specifici di paese di lungo periodo nei tassi di occupazione degli anziani. Questo fatto getta luce sulla reale spiegazione del fenomeno osservato: ci troviamo di fronte a un break strutturale in gran parte riassunto da un fenomeno “secolare” nel tasso di impiego degli anziani.

Grafico 5 – Tassazione implicita sul lavoro in età più avanzata (55-60)
Variazione in punti percentuali dal 1985 al 2009
Fonte: OCSE, Employment Outlook 2013

Il grafico 5 ci suggerisce possibili concause, questa volta dal lato dell’offerta di lavoro: le riforme strutturali ai sistemi pensionistici hanno fortemente cambiato gli incentivi a restare attivi sul mercato del lavoro. I lavoratori cinquantenni si trovano attualmente in un ambiente economico e di regolamentazione in cui l’assenza di politiche di pre-pensionamento (spesso usate nel passato durante le recessioni per redistribuire le perdite dei posti di lavoro) va a braccetto con un tasso implicito di tassazione del lavoro negli anni vicino al pensionamento molto più blando che in passato; la continuazione della carriera è molto meno penalizzata che negli anni 80 e 90. 

Le riforme dei sistemi pensionistici hanno funzionato, e continuano a funzionare, come visto, anche in un ambiente recessivo. Una buona notizia anche per il nostro paese, che è forse quello in cui gli incentivi sono cambiati più radicalmente in meglio. Inoltre, non si dimentichi che la composizione del gruppo di età in questione, in termini di livelli di competenze, è cambiata con l’aumento generale della quota di persone che possiedono una laurea. L’analisi di decomposizione dei cambiamenti dei tassi di partecipazione delle persone anziane fra il 2000 e il 2011 nei paesi Ocse mostra come un quarto del cambiamento positivo è dovuto a questo effetto di mera composizione della forza lavoro: l’aumento della quota parte di laureati fra i 55-64, che solitamente partecipano di più all’offerta, ha contribuito “meccanicamente” a una robusta crescita del tasso totale di partecipazione del gruppo in questione.

Generazioni in conflitto? 

Che tutto ciò sia avvenuto a discapito dei giovani (tramite un meccanismo ad imbuto per cui il minor tasso di separazione dei lavoratori anziani ha funzionato da tappo alle assunzioni dei giovani) è una constatazione molto dibattuta di recente. Al fine di gettare un po’ di luce su questo aspetto l’Ocse ha tentato di stimare una relazione strutturale fra tassi di impiego dei giovani e degli anziani controllando per le co-determinanti comuni. Sebbene meriti un’analisi più approfondita, i risultati non sembrano appoggiare la teoria di una sostituibilità – almeno nel lungo periodo – fra i due gruppi di lavoratori che, è bene ricordare, hanno competenze diverse, a volte complementari o segmentate, nei processi produttivi.

Il lavoro analitico dell’organizzazione parigina sembra non portare alcuna evidenza di una correlazione negativa significativa fra tassi di impiego dei due gruppi demografici, nemmeno durante la recessione in questione. Come accennato l’aumento del tasso di disoccupazione totale ha effetti non conclusivi sul tasso di attività dei giovani: una recessione induce investimenti in capitale umano, e se l’effetto imbuto c’è stato non è chiaro se le conseguenze di lungo periodo saranno così negative. Un maggior livello di competenze e conoscenze può aumentare il potenziale di crescita seppur al costo di un tasso di occupazione giovanile più basso nel breve periodo. Questo vale per i paesi Ocse, ma ancora una volta, l’Italia fa caso a parte, poiché come ricordato prima i nostri giovani hanno investito poco in istruzione aggiuntiva; è qui che sta la vera emergenza non del domani, ma del dopo. 

Le raccomandazioni dell’Ocse in termini di politiche economiche

In termini di politica economica le raccomandazioni dell’Ocse cercano di essere ancorate ai dati descrittivi e analitici presentati. Politiche a sostegno della crescita generale dell’economia sono ovviamente da preferirsi, poiché avvantaggiano tutti i gruppi demografici (sembra una banalità ma date certe richieste pressanti per interventi mirati, è bene ricordarlo). Alcuni esempi sono abbattimenti credibili del cuneo fiscale per chiudere il gap apertosi fra produttività e costi, o riforme della legislazione del lavoro volte a ribilanciare il grado di protezione fra differenti tipi di contratto, specialmente in paesi con mercati del lavoro fortemente duali. Inoltre, per i gruppi particolarmente svantaggiati, le politiche di reinserimento tramite i servizi all’impiego sono essenziali. Sebbene la loro efficacia tenda a diminuire in periodi di alta disoccupazione, in cui più disoccupati simili si trovano a concorrere per un numero ristretto di posti di lavoro disponibili, i giovani e gli anziani sono spesso trascurati dai servizi pubblici all’impiego; i primi potrebbero non godere del numero minimo di anni di contribuzione per poter partecipare ai programmi specifici di reinserimento, mentre i secondi sono in alcuni casi esentati dalla ricerca attiva di un lavoro per potere godere sia del sussidio di disoccupazione che del training e degli altri servizi attivi. 

Un cambio di logica potrebbe arrecare benefici anche in una recessione dura come quella che l’Italia sta affrontando. Un’opzione da non trascurare è quella delle “partnership intergenerazionali”, già utilizzate in altri paesi Ocse e che sottostanno a logiche diverse da quelle della cosiddetta “staffetta”. Gli apprendisti hanno necessariamente bisogno di on-the-job training da parte di persone qualificate e con esperienza dei processi produttivi d’impresa: se proprio si vuole utilizzare la leva fiscale con incentivi alle assunzioni meglio farlo in forma di creazione netta d’impiego invece che di sostituzione di lavoratori per uno stesso posto di lavoro, che è il maggior rischio di questi tipi di politiche. Questo strumento permetterebbe di sfruttare eventuali complementarietà, sebbene l’Ocse ricordi che questi schemi di recente introduzione (si pensi al contrat de génération francese) non hanno ancora passato il test di valutazione, e il loro ruolo nella creazione di lavoro non può che considerarsi marginale durante una fase in cui la domanda di lavoro tarda a decollare.

Twitter: @thmanfredi

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