Dario Franceschini: il Gianni Letta di Enrico Letta

Le donne Pdl lo amano: «Che belloccio…»

C’è un ex democristiano che rappresentata per l’attuale premier quello che Gianni Letta è stato per Silvio Berlusconi. Insomma, non solo un consigliere di strategia parlamentare e governativa, ma anche il vero anello di congiunzione fra il Pd e il Pdl, fra due mondi che si sono combattuti ferocemente in questi ultimi vent’anni e che oggi devono coabitare tra i banchi del governo. L’ex democristiano non è, come si potrebbe pensare, Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno. L’ex democristiano ha nell’esecutivo gradi inferiori rispetto all’agrigentino. Ma, chi sa, racconta che pesa più di lui, nelle scelte e negli equilibri – talora negli equilibrismi – del governo di Enrico Letta. Quell’ex democristiano è Dario Franceschini. Sulla carta, solo ministro per i Rapporti con il Parlamento; un ministero senza portafoglio spesso considerato di serie B. Nella realtà, molto di più, in epoca di larghe intese, con un Pdl sempre pronto all’Aventino, e un Pd più preoccupato delle vicende congressuali che delle sorti del Paese.

Franceschini è talmente importante da trasferire gli uffici del suo dicastero direttamente a Palazzo Chigi. «Dario è praticamente il vicepremier», rivela un parlamentare in Transatlantico. L’allievo di Benigno Zaccagnini ha preferito lasciare gli uffici di Largo Chigi, dove fino alla scorsa legislatura risiedeva il Ministero per i Rapporti con il Parlamento, e portare tutte le carte in un apposito ufficio fattogli preparare dal premier. Senza dimenticare il ritratto del maestro “Zac” appeso per anni nel suo studio alla Camera. Se lo è portato e ogni giorno “Dario” lo guarda e ricorda: «Zac se ne andò il 5 novembre del 1989. A migliaia ci sentimmo come orfani di un padre. Ci sentivamo una generazione, i ragazzi di Zac».

Insomma il trasferimento degli uffici a Palazzo Chigi ha reso Franceschini il “vero” braccio destro del premier. «Enrico si consulta per ogni cosa con Dario», confidano a Linkiesta. E lui, che un tempo era un antiberlusconiano convinto, tant’è che definì il Cavaliere “omicchio”, “l’uomo che scredita l’Italia”, e in un’intervista al Messaggero si lasciò scappare una domanda che aveva un retrogusto travagliano: «Fareste educare i vostri figli da uno così?». Dicevamo, da antiberlusconiano oltranzista oggi si è trasformato nell’uomo della mediazione con il gruppo parlamentare del Pdl. Sarà per il ruolo che ricopre, sarà perché i tempi cambiano, e uno come lui si adatta facilmente al nuovo scenario. Raccontano a Montecitorio che in occasione del voto sulla sospensione della seduta di mercoledì scorso, l’ex capogruppo alla Camera sia riuscito perfino a far ragionare falchi Pdl come Daniela Santanché e Renato Brunetta. Mica i “governisti” alla Maurizio Lupi o alla Nunzia De Girolamo. Al punto che in Transatlantico più di un parlamentare pidiellino plaude all’atteggiamento di Franceschini: «Ha garbo, la mediazione è nel suo dna. Ah, se tutto il Pd fosse come lui…». Mentre le parlamentari si lasciano travolgere dall’aspetto fisico: «È un belloccio con il fascino dello studioso…».

In questo modo Franceschini, «ciuffo stile democrat americano» (© Monica Guerzoni sul Corriere della Sera del 14 aprile 2007), barba da intellettuale di sinistra, occhiale da primo della classe, domina la scena del «governo di servizio» di Enrico Letta. Tra un incontro con la “colomba” Fabrizio Cicchitto, e un altro con l’ex premier Mario Monti, trova pure il tempo di sistemare qualsiasi vicenda che possa intaccare gli equilibri dell’esecutivo. Fa continuamente la navetta fra Montecitorio e Palazzo Chigi, riuscendo il più di volte a scansare occhi indiscreti e cronisti assettati di notizie e di “inciuci”. Centellina le passeggiate in Transatlantico, perché quando lo fa viene subito travolto dai fedelissimi Antonello Giacomelli e Pierdomenico Martino, parlamentari democrat di rito franceschiniano, che hanno il compito di diffondere il verbo dell’allievo di Zaccagnini quando lo stesso non è presente nel Palazzo. “Dario” li ascolta, e con fare “andreottiano” dà le direttive senza guardare negli occhi l’interlocutore. Legato a Massimo D’Alema, di lui ne dice tutto il bene possibile. Avversario di Pier Luigi Bersani in occasione del congresso del 2009, si trasforma in un “bersaniano” convinto nel giro di pochissimo tempo. Sognava di diventare Presidente della Camera in questa legislatura, i maligni dicono per emulare l’altro ex democristiano e “amico” Pierferdinando Casini. In realtà gli era stato promesso da Bersani. Ma in virtù della “non” vittoria del Pd l’ex segretario dei democratici dovette puntare su Laura Boldrini. “Dario” non se la prese, e ci scherzò pure sopra: «Piacere, sono Dario Franceschini, l’ex presidente della Camera», diceva in quei giorni a Montecitorio.

Già Presidente del gruppo dell’Ulivo e capogruppo alla Camera del Pd, quando gli domandano cosa farà da grande risponde: «Il romanziere». È giù autore di due romanzi. E con il primo, Nelle vene quell’acqua d’argento, è riuscito a vincere in Francia il premio Chambéry, battendo La scoperta dell’alba dell’ex segretario del Pd, Walter Veltroni. Fu la prima volta che svettò. Del resto è stato sempre definito «un ottimo vice». “Vice” di Franco Marini ai tempi del Ppi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Massimo D’Alema e Giuliano Amato, vice segretario del Pd di Walter Veltroni. “Dario” è quello che in gergo si chiama “l’eterno secondo”. “Un eterno secondo” che nelle stanze del potere si muove da “primo” della classe. Pur sempre una dote, ma ad occhio nudo invisibile.

Twitter: @GiuseppeFalci