Definire golpe un’interruzione in Aula è da analfabeti

La scelta del Pd e le proteste

Hanno ragione i settanta senatori del Pd che ieri hanno sottoscritto una lettera per gridare: “Basta autogol!”. Hanno ragione nel giorno in cui la politica passa dall’ennesima declinazione zoologica (“sciacalli”) a una più brutale sintesi zootecnica (“merde!”), grazie alle invettive di Matteo Orfini contro Paolo Gentiloni, e al relativo scambio epistolare dei “tredici” (solidali con Gentiloni) contro i “settanta” (solidali con Orfini), e viceversa.

Vi sembrerà paradossale, eppure anche per poter gridare dagli spalti il più becero degli “Arbitro cornuto!”, occorre avere una certa alfabetizzazione calcistica. Anche per poter inveire contro il guardalinee che non vede il fuorigioco bisogna almeno sapere cosa sia un fuorigioco. Anche per poter contestare la mancata segnalazione di un fallo di mano bisogna sapere che se la palla esce fuori si può prenderla con le mani.

Se dico questo è perché nella polemica infinita sulle quattro ore di sospensione della seduta di Camera e del Senato concessa dal Partito democratico, su richiesta del Popolo della libertà, c’è molta malafede, ma anche un sospetto tasso di analfabetismo. La malafede è una delle leggi della politica con cui confrontarsi, sapendo che almeno se ne conoscono i confini. L’analfabetismo invece è un problema più serio, reso ancora più grave dall’arroganza che talvolta l’accompagna. Ieri ho scritto su Linkiesta una cosa molto semplice e chiara: malgrado ad alcuni faccia comodo (politicamente e giornalisticamente) sostenere il contrario, il Pd non ha fatto nulla di male. Non ha calato le braghe, non si è arreso, non ha infangato la magistratura: non c’è nulla di ignobile in una sospensione di lavori parlamentari, un piccolo time-out che, come ha provato inutilmente a ricordare l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini «Negli anni in cui sono stato a Montecitorio si è ripetuto centinaia, forse migliaia di volte». Un’interruzione — forse i Grillini se ne sono scordati — fu concessa anche ai tempi dell’elezione del Capo dello Stato. Pause dei lavori sono state richieste e concesse per congressi, direzioni, bufere polemiche e catastrofi (ma anche solo per riflettere o trattare). 

Eppure due giorni fa i parlamentari sono corsi ad occupare piazza Montecitorio dicendo che «È in atto un golpe». In questo mi hanno ricordato una deposizione disarmante degli imputati del delitto Ramelli, che nel processo per l’omicidio del giovane missino ucciso a Milano nel 1975 raccontarono di essere scesi in piazza terrorizzati dai cingolati dei carroarmati. Loro era convinti che fosse un golpe, e solo dopo si accorsero che era solo la sfilata per la festa della Repubblica. Ho comprensione — pur non condividendo nulla — per chi in malafede ha fatto credere che quattro ore di sospensione della seduta potessero rappresentare un golpe.

La strumentalità si può combattere. Mentre sono molto preoccupato per quei deputati di prima nomina che — renziani o grillini o chiunque altro — per analfabetismo parlamentare non distinguono una pausa di quattro ore da un colpo di Stato. Per questo capisco la sofferenza dei settanta senatori del Pd, per questo capisco persino Matteo Orfini che dagli “sciacalli” ai colleghi che si fanno belli mettendo in croce i loro compagni di partito. Per questo capisco pure l’iperbole: interpreto quell’epiteto — “merde!” — non come un insulto, ma come un segnale di allarme che la frontiera del ridicolo è stata attraversata. 

Twitter: @LucaTelese

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