Ecco come la malagiustizia affossa gli investimenti

Dai Tar al project financing

I numeri della giustizia sono noti. Mille giorni di media per una causa di lavoro, oltre otto anni per un procedimento fallimentare. Settecento giorni per una separazione giudiziale e oltre 100 per una consensuale. Poi c’è il Tar che, nonostante i miracoli che fa visto la cronica mancanza di personale, è uno degli ingranaggi che non aiutano certo ad avvicinare le aziende allo Stato. Nel 2010 il presidente del Consiglio di Stato ha bacchettato i giudici amministrativi: devono essere più sintetici e veloci. Ma non è servito a molto. E ripercorrendo la storia di certi procedimenti si coglie l’essenza del perché alcuni settori economici non decollino.

Il settore dei rifiuti

I rifiuti sono da sempre un tema scottante in Italia. Che si intreccia con norme complicate, competenze plurime, indagini della magistratura ed enti pubblici molto spesso inadempienti. Non incassando le rispettive imposte sullo smaltimento si “dimenticano” di erogare alle società che hanno vinto le gare secondo la logica del project financing quanto spetta. Per ottenere i pagamenti, i privati hanno una sola arma: la giustizia amministrativa che arriva sempre a un punto fermo, ma dopo anni di duri contenziosi e spesso quando ormai i bilanci sono dissestati e nemmeno gli interventi delle banche servono a tappare le falle.

Il caso del termovalorizzatore di Gioia Tauro è un esempio principe. Nel 2004 una controllata di Termomeccanica, società spezzina gestita da Enso Papi già manager Fiat, mette in funzione l’impianto della piana calabrese con una capacità di 40mila tonnellate di rifiuti solidi urbani all’anno. Mettendo in piedi un sistema detto <Calabria Sud> che assieme ad altri impianti, tra cui Reggio Calabria e Siderno, dovrebbe essere in grado di gestire oltre 400mila tonnellate. Teoricamente. Perché la vita e le vicissitudini del termovalorizzatore a oggi non sono ancora finite. Un anno prima dell’entrata in funzione la Regione chiude un accordo con la società appaltante per fornire tramite fondi europei un contributo al fine di calmierare le bollette dei cittadini. Ma di queste somme viene versato solo il 20% e bisognerà aspettare quasi un decennio per avere il parere del Consiglio di Stato. Che ovviamente darà torto alla Regione. Peccato che nel frattempo succede di tutto. Scioperi, inchieste giudiziarie, stop allo smaltimento e fallimenti. Nel 2007, a soli tre anni di attività, l’inceneritore ha il primo stop.

Termomeccanica lo blocca per inadempimento contrattuale. La Regione deve 25 milioni e la società spezzina non corrisponde gli stipendi. Scatta lo sciopero. Travolta dai problemi finanziari per i mancati incassi e per inchieste su presunte irregolarità ambientali in altri impianti italiani Termomeccanica alla fine del 2007 (in più tranche) cede le attività alla multinazionale francese Veolia. Che subentrando accetta anche di portare avanti il raddoppio dell’impianto di Gioia Tauro nonostante si trovi da subito a contendere con la pubblica amministrazione e con Termomeccanica.

Quest’ultimo scontro civile e penale terminerà solo nel 2011 con un bonifico di 32 milioni a favore di Enso Papi. I contenziosi con la Calabria invece sono molto più lunghi. Nel 2009 la controllata italiana dei francesi è già sull’orlo della bancarotta e lo dichiara apertamente sui giornali. Tant’è che Veolia Servizi ambientali Tecnitalia, (la cui holding fattura circa 29 miliardi di euro) il 17 settembre del 2012 chiede per la seconda volta di essere ammessa al concordato preventivo con l’obiettivo di lasciare i sei impianti gestiti in Italia (oltre alla Calabria, Versilia, Brindisi e Vercelli). 

La multinazionale

A pesare sicuramente le inchieste giudiziarie avviate dopo il sequestro del termovalorizzatore di Brindisi nel 2009, ma secondo Veolia la debacle sarebbe soprattutto frutto <degli inadempimenti della pubblica amministrazione e i contenziosi politico e giudiziari>. Al momento dell’addio dall’Italia, in effetti, i francesi avanzano oltre 128 milioni di crediti. Pur lasciandone 360 di debiti. Circa la metà con società del gruppo. Oltre 88 milioni verso le banche. Quasi 48 ai fornitori. Nei primi sei mesi di quest’anno una buona parte dei debiti viene appianata anche perché solo alla fine del 2012, quando ormai la società ha detto definitivamente addio all’Italia, giunge la sentenza definitiva a un ricorso avviato al Tar nel 2008, per reclamare dalla Regione Calabria più o meno 45 milioni di contributo pubblico promesso e mai elargito. In dirittura d’arrivo, anche due arbitrati ai quali cinque anni fa era stato demandato il recupero di somme mirabolanti dal Commissario all’emergenza rifiuti calabrese: 260 milioni di euro.

Le sentenze hanno dato ragione alla Veolia, sia pure riducendone le pretese a un quarto della cifra, e a nulla, per ora, sono valsi i ricorsi dello Stato italiano. Anche se in via provvisoria, in attesa della sentenza della Corte d’Appello di Roma prevista addirittura per il prossimo anno, lo scorso agosto Veolia si è vista riconoscere 65 milioni. Dal momento dell’addio a Gioia Tauro, sono piovute accuse di carenze strutturali su diverse parti dell’impianto. Non sapremo forse mai se a far fuggire dal nostro Paese la multinazionale siano state colpe o accuse in ambito giudiziario, quello che è certo è che non ci sono giustificazioni ad atteggiamenti di inadempienza così grave da parte del pubblico. Chi avvia un cantiere in project financing deve avere certezza dei ritorni e se per vedersi riconosciuta giustizia deve attendere anni non potrà mai rispettare un business plan. E la giustizia amministrativa ha tempi così lunghi che anche quando alla fine riconosce le ragioni del privato, ma non ne ha tutelato i bilanci, si dimostra un ingranaggio del dramma economico in cui versa l’Italia. Ma le difficoltà del project financing hanno tante facce. 

Il project financing

Abbiamo trovato, purtroppo, molto interessante una sentenza del 4 marzo di quest’anno della prima sezione del Tar della Campania. Rende bene l’idea di che significhi chiedere giustizia di fronte alle mancanze degli Enti pubblici. Le parti in causa sono il Comune di Forio nell’isola di Ischia e la Ad Progetti Srl. Nel 2010 la società presenta l’atto di giudizio, ma ovviamente i fatti risalgono al 2005 quando il Comune presenta avviso pubblico per la costruzione di un parcheggio con relativi interventi nella piazza soprastante. L’anno dopo la società vince la gara e già nel 2007 per procedere accetta alcune modifiche alla convenzione. Ma nel 2009 è ancora in attesa del rilascio dell’autorizzazione e dopo aver diffidato il Comune, l’anno successivo si rivolge al Tar che ad aprile impone al Comune di conclude il procedimento.

Nel 2011 di fronte al silenzio totale dell’amministrazione, il Tar nomina il prefetto commissario ad acta. Il quale manda un delegato che a sua volta scopre che quel progetto non ha copertura finanziaria e dunque non può per legge andare avanti. Ad Progetti che certamente non poteva sapere della mancata copertura impugna il parere e assiste alla costituzione in giudizio pure del Comune. Nel 2012 le due parti depositano rispettive richieste e quest’anno arriva il parere finale del Tar. L’obbligo di rispettare il patto di stabilità impone per legge che il progetto del parcheggio non veda la luce. Il commissario prefettizio ha dunque pienamente ragione.

Viene negato anche l’equo indennizzo perché la licenza non è mai stata rilasciata e <al promotore di un project financing va anche il rischio amministrativo oltre che economico>, scrivono i giudici. Resta però un ultimo punto e stavolta più o meno a favore dei privati. Spetta infatti il risarcimento per responsabilità precontrattuale. Il legittimo affidamento si è consumato ma poi è stato <frustrato>, si legge nella sentenza, <da una condotta dell’amministrazione non conforme alle regole di correttezza e di buona fede>. Il Comune ha avviato una procedura senza copertura e poi di fatto è sparito. Muto e silenzioso di fronte alle diffide. Nonostante in precedenza avesse ribadito la volontà di portare avanti l’infrastruttura.

Risultato? Il Comune dovrà pagare il danno emergente (spese sostenute). Quanto? Il paradosso, legale s’intende, è che i giudici demandano al Comune stesso di decidere l’importo del risarcimento, in base a una serie di parametri stabiliti da una sentenza del Consiglio di Stato del 2011. In sostanza, l’azienda è in ballo dal 2005 e chi ha fatto il danno è comunque ritenuto idoneo a decidere l’entità del risarcimento. Poi ci si chiede perché il project financing non sia decollato.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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