Fognini trionfa e ricorda le imprese di Panatta

L’italiano tutto genio e sregolatezza

«Lui è serbo, io sono italiano. Noi maturiamo dopo». Montecarlo, 20 aprile scorso, il tennista sanremese Fabio Fognini pronuncia queste parole dopo una sonora sconfitta in semifinale con il serbo numero al mondo Novak Djokovic (6-2 6-1). Fognini e Djokovic sono coetanei: entrambi classe ’87, ed entrambi di maggio. Solo che Novak è nato il 22 maggio, mentre il “Fogna” – lo chiamano così nel circuito Atp – il 24 maggio.

Sono due “predestinati“ Novak e Fabio. Viene loro messa una racchetta in mano fin da giovanissimi. Fognini entra per la prima volta in un campo da tennis a soli 4 anni. All’Amatori Tennis Arnese, il maestro Massimiliano Conti rimane subito colpito: «Questo è un alieno del tennis», esplode esterrefatto davanti ai genitori. In realtà, come raccontò lo stesso Fognini al Corriere della Sera, da ragazzo era stato anche a un tiro da schioppo dalle giovanili della Sampdoria: «Avevo 14 anni, giocavo mezzapunta: avevo già un appuntamento per un provino ma sul calcio prevalse l’esigenza di studiare, e poi nella vita fece irruzione il tennis».

“Fogna” fa tutta la trafila nei campi da gioco fino a diventare numero otto juniores nel ranking ITF (International Tennis Federation). È un talento: «La prima volta che lo vidi giocare – dice a Linkiesta un maestro del centro federale Tirrenia, centro di perfezionamento tennistico – mi sembrò di veder giocare Gasquet. Però lui sa giocare il diritto a due mani». Il “Fogna” è un giocatore completo: esegue tutti i colpi in modo perfetto: il suo dritto può mettere in difficoltà chiunque, da Federer a Nadal senza eccezioni. Ha un solo difetto, ma pesante e che nel tennis può segnare la sorti di una carriera: il carattere. «Io sono uno istintivo, dico quello che penso a costo di risultare antipatico, sono un giocherellone, adoro fare scherzi e divertirmi. Ma quando mi incavolo, perdo le staffe: se c’è da spaccare una racchetta la spacco, cioè se c’è da prendere un warning lo prendo».

Ecco, questo è Fabio Fognini, tutto genio e sregolatezza, che al Roland Garros nel 2010, rimasto sotto di due set, riuscì a vincere con una rimonta maestosa e a battere, al quinto set, il pur talentuoso Gael Monfils (a quei tempi il francese era numero 15 nel ranking Atp). “Fogna” è così: per anni ha alternato alti e bassi senza mai fare il salto di qualità. Capace anche di perdere una partita contro Filippo Volandri nel campionato italiano a squadre di A1 del 2012. Non c’è da stupirsi. È il gioco del tennis. Non bastano i muscoli, i colpi a effetto, o il diritto fulmineo. Il fattore “T”, ove T sta per testa, riveste una percentuale da non sottovalutare a qualsiasi livello, figuriamoci nel mondo del professionismo. Del resto sono stati diversi i talenti che avrebbero dovuto stravolgere il tennis mondiale. Si pensi a Marat Safin, o allo statunitense Andy Roddick, che ogni giorno sono lì a ricordarcelo.

Alla fine l’ha compreso anche lui l’“angry young man”. Per sopperire ai limiti caratteriali ha dovuto cambiare coach, rivolgendosi a José Perlas, uno che ha allenato tipetti come Albert Costa, Carlos Moya e Juan Carlos Ferrer. Coach “José” tiene a freno le ire di “Fogna”, lo fa ragionare, fino a stravolgere i suoi aspetti caratteriali peggiori. Al punto che oggi Fognini dice: «Prima era pigro, l’allenatore doveva prendermi a racchettate; adesso sto attento a ogni piccolo dettaglio».

Tuttavia dietro il cambiamento di un uomo, sia esso anche sportivo, si nasconde quasi sempre una donna. Lui è anche un belloccio, al punto di essere ambitissimo fra le colleghe del Wta qualche anno fa la sua vita cambia quando incontra una donna che gli consente oggi di essere non solo un «talento naturale» ma anche un uomo: «Svetoslava, la mia ragazza – modella bulgara naturalizzata italiana. Stiamo insieme da quattro anni. Lei è più grande di me di cinque anni: le donne maturano prima e noi maschi siamo sempre dei mammoni… Sve è il mio punto di riferimento: sa sempre come prendermi, sa calmarmi, farmi ragionare quando sbrocco».

Ma ci sono voluti quattro anni prima che “Fogna” cambiasse. E anche il 2013 sembrava l’ennesimo anno delle occasioni perse. Perde subito a Doha, e a Sydney esce al secondo turno. Ma qualcosa comincia a girare per il verso giusto, sempre in Australia. Nel primo Open della stagione esce subito al singolo, ma in doppio va alla grande. In coppia con Simone Bolelli, amico fuori dal campo, arriva fin quasi alla finale dove perdono contro i fratelli Bryan. Per Fognini, è il miglior risultato in doppio assieme alle semifinale degli Us Open nel 2011. Il risultato australiano è il preludio a quanto avviene in Coppa Davis, dove aiuta la racchetta azzurra ad arrivare ai quarti battendo la Croazia sia in doppio (sempre con Bolelli) sia nel singolo, dove supera Dodig. Cede tre volte al numero 4 al mondo David Ferrer, ma ad Acapulco batte Wawrinka, prima di essere superato dallo spagnolo in semifinale. A Montecarlo fa fuori il numero 6 al mondo Berdych, poi ci penserà Djokovic a togliergli la possibilità di accedere alla finale. Al Roland Garros perde contro Nadal, mostrando però un ottimo gioco.

Ancora non lo sa, mai i primi 6 mesi sono invece il preludio alla sua settimana di gloria. Del resto, uno come Corrado Barazzutti, pietra miliare del tennis nostrano, continuava a ripeterlo a squarciagola: «Fognini dispone di un grande potenziale». A metà luglio arriva a Stoccarda è in pochi giorni si prende la vittoria contro l’idolo di casa Philipp Kohlschreiber, prenotando di diritto un posto nella storia del tennis azzurro. Fognini diventa il 21° italiano a vincere un torneo nell’Era Open, piazzandosi al 25° posto della classifica Atp. Ma quella di Stoccarda non è stata una finale facile. Perché Fognini ha avuto di fronte due avversari: il tedesco e sé stesso. Non è la prima volta che il ligure si incarta da solo. Basta prendere il primo turno di Wimbledon di quest’anno. Una parentesi nel suo percorso verso le vette della settimana appena passata. Sui campi verdi di Londra gioca il suo Slam peggiore. Sta giocando contro Jurgen Melzer, uno che arriverà addirittura fino agli ottavi grazie al buco lasciato da Federer. Perde la pazienza, prima dell’incontro. E si lascia andare a uno sfogo contro l’arbitro che lo rende una star su YouTube e che divide gli appassionati: per alcuni resta un talento, per altri uno spaccone che non vincerà mai nulla.

Anche lo scorso 14 luglio, sotto il sole di Stoccarda, ha rischiato di farsi male da solo più volte. Come quando commette un doppio fallo in battuta sul vantaggio di 2-1, o quando offre all’avversario un set point sul 6-5, o se ne mangia quattro nel secondo. Sul match point sparisce la tensione, mette in campo un grande tennis e si prende quanto Andrea Gaudenzi aveva lasciato qui in finale nel 1994 contro lo spagnolo Berasategui.

Lo spaccone (o talento, vedetela come volete) Fognini resta in Germania. Dopo Stoccarda, Amburgo. La storia lo attende, altro che battibecchi con gli arbitri o tensioni da scacciare. Batte Tommy Haas, poi il numero 3 Nicolas Almagro: per la prima volta, un italiano è in finale in un torneo Atp 500. Tra lui e il secondo trofeo in pochi giorni c’è Federico Delbonis, argentino numero 114 della classifica, che in semifinale sconfigge uno spompato Roger Federer. Ostico, ma non troppo. Per Fognini il momento arriva al sesto gioco. Perché certi demoni riemergono quando sei lì per scacciarli. Ecco la differenza tra il talento e lo spaccone. Il primo li rimette a posto, il secondo trova scuse ed è ancora convinto di essere il migliore. Per Fabio è ora di essere il primo, ancora, dopo Stoccarda. Subisce, in campo scambia così così: «Ero nervoso, stavo giocando il peggiore match delle ultime settimane». Poi, arriva il sesto gioco. Sul primo match point Delbonis sbaglia la volée sul terzo e poi un altro dritto. Fabio si prende tutto: game, set, match, Amburgo e, dopo 37 anni, è il secondo italiano a vincere due tornei di seguito. Il primo fu Adriano Panatta, che inanellò Roma e Parigi. A livello di qualità dei due trofei alzati, Panatta resta inarrivabile. Per ora.

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