Opportune et importuneGay, il politically correct distrugge la nostra civiltà

Da Zapatero a Hollande a Obama

Ricordate Zapatero? Dopo aver abolito per legge il matrimonio e la famiglia, l’ex premier spagnolo in un’intervista a Time magazine del settembre 2004 disse: «Non sono un grande leader né voglio esserlo, sono solo un buon democratico». E aggiunse: «Ecco il mio socialismo ciudadano: riconosco che quando una forte maggioranza di cittadini dice qualcosa, quel qualcosa è giusto».

Il mainstream dominante, il pensiero politicamente corretto (veicolato da alcune lobby potenti), come criterio per fare le leggi è diventato il leit-motiv di questi ultimi anni per molti legislatori. «Lo chiede il popolo», dicono, «e io mi adeguo». Anche se il popolo non chiede un bel niente, come è successo in Francia dove la mobilitazione contro i matrimoni gay è stata ampia e trasversale e la maggioranza dei cittadini francesi ha reclamato a gran voce almeno un referendum popolare prima che il governo Hollande abolisse per legge l’istituzione antica e moderna di matrimonio spazzando via dal codice civile i termini “marito” e “moglie” per sostituirli con “coniuge 1” e “coniuge 2” e quelli di “madre” e “padre” per far posto a “genitore 1” e “genitore 2”.

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Qualcosa di analogo è successo in America con la decisione della Corte Suprema di abolire il Defense of Marriage Act (Doma), la legge ragionevole e di buonsenso voluta da Bill Clinton e approvata nel 1996 anche con il concorso dei democratici, che indicava il matrimonio tra uomo e donna come l’unica forma riconosciuta ai fini dei diritti federali delle coppie, dagli sconti fiscali per le famiglie, alla reversibilità delle pensioni fino all’immunità dalla tassa di successione.

Il Doma non impediva ai singoli Stati americani di legalizzare il matrimonio gay – cosa che in molti hanno fatto negli ultimi anni – ma semplicemente limitava l’estensione di alcuni benefici previsti dalle leggi federali alle sole coppie eterosessuali. Poi nel 2011 il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato il Doma incostituzionale e i legali del governo lo hanno abbandonato al loro destino non difendendolo più nei tribunali. Bill Clinton a un certo punto si era pentito di aver firmato la legge e Barack Obama con la mistica dei “diritti civili” e dell’uguaglianza tra etero e gay ha completato il quadro.

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All’interno della Corte Suprema americana si sono scontrate due concezioni giuridiche agli antipodi: per i giudici liberal, il ruolo della Corte è quello di accogliere e recepire i cambiamenti culturali in atto nella società. Per quelli conservatori, come il giudice Antony Scalia, il potere giudiziario non può entrare a gamba tesa a svuotare una legge approvata dal Congresso: «Non abbiamo il potere di decidere su questo caso», ha detto Scalia, «e anche se l’avessimo non abbiamo il potere di invalidare questa legge approvata democraticamente. Entrambi gli errori della Corte nascono dalla stessa radice malata: una concezione eccessiva del ruolo di questa istituzione».

Però è bastata una sentenza riguardante, in fondo, un caso particolare e specifico, come quello di Edith Windsor e Thea Spyer, per aprire alla piena equiparazione giuridica tra il matrimonio e le coppie omosessuali. Qui, come accusano i progressisti e i soliti maîtres à penser da salotto, non si tratta di discriminare nessuno. Le unioni civili, ad esempio, regolano alcuni diritti delle coppie conviventi, omosessuali o meno, ma salvaguardano la dimensione specifica del matrimonio e della famiglia e il diritto dei figli ad essere allevati ed educati da una madre e un padre.

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Quel che sta accadendo in Europa e che  è accaduto in America è un’altra cosa: si vuole contestare, alla radice, e distruggere il principio della differenza sessuale e della complementarietà uomo-donna che caratterizza non solo alcune religioni come l’ebraismo e il cristianesimo ma si ritrova anche nel pensiero laico, nell’organizzazione stessa della società e nell’opinione di una vastissima maggioranza della popolazione mondiale. E, cosa ancor più grave, tutto questo lo si vuole fare per mezzo di una sentenza o, peggio, di qualche sondaggio d’opinione.

Twitter: @AntonioSanfra
 

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