Lo confesso: ho acquistato il libro-intervista di Paolo Madron a Luigi Bisignani (L’uomo che sussurra ai potenti, Chiarelettere) in una libreria vicino all’Università e sono tornato a casa per pranzo leggendolo per strada, dunque rischiando di farmi arrotare da una macchina o di investire una vecchietta. Un modo pratico per dire che ero estremamente incuriosito dal libro, e incapace di aspettare.
Il termine di paragone più calzante per questo libro è l’intervista di Massimo Mucchetti a Cesare Geronzi (“Confiteor”, uscito per Feltrinelli), per la comune scelta di focalizzarsi su persone di potere attive in Italia – sia pure con diversi livelli di visibilità – durante la Prima e la Seconda Repubblica. Naturalmente l’intervista a Geronzi affronta problemi economici di carattere più macro, mentre quella a Bisignani non può che soffermarsi su aspetti più individuali, più “microeconomici”. Ho trovato molto più godibile l’intervista a Bisignani per due ragioni. In primis Bisignani è più spiritoso di Geronzi: ci sono più battute sue (e di Madron), e quelle battute fanno più ridere. Come più volte ribadito dallo stesso, Bisignani si sente un allievo di Andreotti, di cui sembra essere una versione più guizzante, più veloce.
Secondo motivo di preferenza: l’impressione generale è che Madron capisca molto di più quello che racconta Bisignani di quanto non capisca Mucchetti del racconto di Geronzi, specialmente quando si scende sul campo della tecnica bancaria e del mercato valutario. Madron è sempre sul pezzo, con un tono che assomiglia a quello di un Vianello con Tognazzi. Intendiamoci bene: il soggetto dell’intervista è molto serio, perché si parla dell’economia, della politica e della distribuzione del potere in Italia a partire dagli anni ’60/’70, ma anche questi argomenti ponderosi beneficiano di un tono lieve e spiritoso.
Il libro contiene una serie quasi incessante di aneddoti, allusioni e descrizioni caratteriali: a voler essere maligni (come non esserlo, avendo tra le mani un libro simile?), questo tono mediamente lieve ben si accorda con quello che potrebbe essere lo scopo sottostante alla scelta di Bisignani di farsi intervistare: fare presente al lettore che il potere economico e politico italiano è pieno di connessioni tra individui di vario tipo ed estrazione, che a livello di immagine pubblica sembrano invece assolutamente distanti e nemici. Ecco dunque la levità del “mal comune mezzo gaudio”, ecco le differenze tra partiti e gruppi industriali che forse partono già annacquate, ma sono ancora più annacquate da questo modo di raccontarle.
Intendiamoci: vi è anche un aspetto ideologico, dal momento che nel racconto di Bisignani si ravvisa abbastanza bene una certa tendenza a mostrare aspetti divertenti ed umani di politici e uomini d’affari di centro-destra, ed aspetti cinici ed aggressivi di politici e uomini d’affari di centro-sinistra. Qualche esempio? Il racconto di Silvio Berlusconi che cerca di convincere Raul Gardini a vendergli la Standa, e per farlo lo va a trovare a Ravenna, e si butta a baciare in terra come il papa, appena entrato in casa sua. Oppure Andreotti, che ha sempre dato alla moglie Livia il soprannome “La Marescialla”.
Dal lato austero della Banca d’Italia, ecco il racconto del governatore Guido Carli, che si incontrava ogni sabato con Eugenio Cefis, il gran capo dell’ENI, per parlare di tante cose ma anche di mercato dei cambi: subito dopo Cefis sguinzagliava Florio Fiorini a speculare sulla base di queste “conversazioni”. Dal lato ieratico de la Repubblica, e delle connessioni che non ti aspetteresti, ecco il principe Caracciolo che firma una fideiussione personale a favore dell’imprenditore fascista Giuseppe Ciarrapico, mediatore nella disputa tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi su Mondadori. Già altri hanno raccontato dei legami tra Ferruccio de Bortoli e Bisignani, su cui Bisignani si sofferma piuttosto a lungo, con qualche amarezza e risentimento. Ma subito dopo arriva la stoccata al Fondatore de la Repubblica Eugenio Scalfari, che utilizzava Bisignani come fonte ad alto livello, quando la neonata Repubblica era bisognosa di scoop, e Bisignani era a capo Ufficio Stampa del Ministro del Tesoro Stammati.
Come si accennava sopra, il tema generale del libro è la gestione e la distribuzione del potere in Italia: in maniera intelligente ogni capitolo si incentra su diverse aree tematiche e persone per cui il concetto e la pratica del potere sono importanti. Si parte dunque dalla politica per passare alla Chiesa e al caso singolo di Giulio Andreotti, ci si sposta sulla finanza e sui servizi segreti, sui media e sui magistrati, per concludere sulle figure esemplari del defunto dittatore libico Gheddafi e il Gran Maestro della P2 Licio Gelli.
Qual è dunque il ruolo di Bisignani dentro questo sistema complesso di relazioni? Di fronte alla provocazione di Madron che gli chiede se – alla detestata definizione di lobbista – preferisca quella di faccendiere, Bisignani risponde autodefinendosi un “battitore libero senza padroni né padrini (pagina 11)”, ma soprattutto rammentando con un certo malcelato compiacimento la definizione che diede di lui un cardinale: “uno stimolatore di intelligenze”. Nel libro Bisignani racconta diffusamente della sua capacità di proporre – presso chi ha il potere di decidere – la persona giusta per l’incarico giusto. In un sistema capitalistico misto in cui le relazioni contano molto, siano esse tra gruppi industriali, tra uomini politici, partiti e sindacati, l’intelligenza connettiva di Bisignani è il vero oggetto di questo libro.
Non vi piace questo tipo di capitalismo? Non vi piace questo tipo di selezione? Non vi piace il ruolo di Bisignani? Preferenze legittime, ma il libro induce a riflettere attentamente su quanto questo tipo di capitalismo, questo tipo di selezione e questo potere di Bisignani siano intimamente connessi. Detto in altri termini: una condanna morale di Bisignani dovrebbe portarsi dietro una condanna simile per gli altri due elementi, cioè capitalismo di relazione e selezione inefficiente.
Alcune critiche, alcune chicche
1) A pagina 15, è un peccato che Madron non faccia notare la presenza di un conflitto di interessi abbastanza marcato nella persona del giovane Bisignani agli inizi di carriera, che lavora contemporaneamente alla cronaca nera presso l’ANSA e nell’ufficio stampa del ministero del Tesoro.
2) Sempre a proposito di mancanze, è un peccato che a pagina 15 Madron non rimarchi subito come Gaetano Stammati, per cui Bisignani lavorava al Tesoro, era iscritto alla P2.
3) A pagina 26, è divertente l’episodio del primo Premio Fiuggi ideato da Ciarrapico ed assegnato a Gorbaciov: il sostanzioso assegno di 500 milioni di lire a favore di Gorbaciov ad un certo punto rischiava di essere –come si dice a Roma– un “assegno cabriolet”, scoperto. Fortunatamente la copertura è stata trovata in fretta.
4) È molto interessante la parte sul salvataggio-smembramento della Ferruzzi Finanziaria durante gli anni ’90: Bisignani ha parole molto negative sulla gestione dell’affare da parte di Mediobanca, soprattutto in luce dell’ipotesi alternativa proposta da Goldman Sachs (sotto Claudio Costamagna), ipotesi che avrebbe mantenuto il gruppo sostanzialmente integro mettendo in vendita solo alcune partecipazioni rilevanti e redditizie, in particolare la Edison (pagina 133). Nel raccontare questa vicenda Bisignani ha buone parole per Romano Prodi, e piuttosto cattive per Enrico Cuccia.
5) Nel capitolo dedicato, Bisignani fa presente come l’influenza della politica abbia caricato i servizi segreti di spese aggiuntive inefficienti. Mi verrebbe da dire: l’agenda #Bondignani!
6) A pagina 230, sulla querelle tra Michele Santoro e il direttore generale della RAI Mauro Masi– Bisignani racconta dei suggerimenti strategici dati a quest’ultimo. Nel farlo, dimostra di capire di più di teoria dei giochi del 90% dei parlamentari italiani.
7) A pagina 253, Bisignani ragiona sullo scoppio dello scandalo P2 in un certo momento storico, e dà la seguente spiegazione, che lascia soddisfatto l’economista empirico che è in me: “i fattori sono molti e concomitanti”. In termini generali, la tentazione per i commentatori poco avvezzi a metodi quantitativi (ma non solo) è quella di trovare un solo fattore che spiega un certo fenomeno. Mi spiace, ha tipicamente ragione Bisignani: “i fattori sono molti e concomitanti”.
8) È utile il capitolo finale “il potere dei nomi”, contenente un elenco dei principali personaggi menzionati nell’intervista. A parte notare chi c’è e chi non c’è, vi prego di riflettere sul fatto che la persona più giovane presente nell’elenco è Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini, nata nel 1972. Sarò fissato coi numeri, sarà vero che il potere di Bisignani è andato declinando, ma non vedo maniera migliore per sottolineare un altro dei difetti del sistema di potere in cui è immerso Bisignani: la gerontocrazia strutturale.
Rapporto finale per il lettore potenziale:
Caro lettore potenziale,
se sei interessato alla politica e all’economia italiana, il libro è assolutamente da acquistare.
Attenzione però: i libri non sono oggetti indipendenti dal mondo e dalle conoscenze precedenti.
Questa intervista porta un valore aggiunto di gran lunga maggiore a chi già conosce abbastanza bene le vicende politiche ed economiche italiane.
Gli altri dovrebbero prendere il libro come uno spinta a studiare questa parte recente della storia italiana.
Twitter: @ricpuglisi