Il governo in crisi di nervi punta alle ferie d’agosto

Imu e Iva, via al vertice di maggioranza

La Repubblica chiede le dimissioni del vicepremier Angelino Alfano, impigliato nella trama oscura dell’affaire kazako, Matteo Renzi ha appena cominciato un giro di consultazioni europee (ieri ha incontrato Angela Merkel) e sta dando alla sua campagna elettorale per linee interne al Pd una smagliante prospettiva internazionale, quasi da leader in pectore del centrosinistra.

Contemporaneamente le grandi manovre del governo proseguono troppo a rilento, non sembra che il ministro Fabrizio Saccomanni abbia ancora pronto uno schema per risolvere l’inghippo dell’Imu, e si sussurra di una nuova manovra economica necessaria all’Italia per resistere alla formidabile contrazione del suo pil (le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso). Nei palazzi del potere romano stanno dunque suonando tutti gli allarmi istituzionali, tutti insieme, e con grande strepito, perché, come mormorano a Palazzo Chigi, nello stesso entourage del presidente del Consiglio Enrico Letta, «un’altra settimana così non la reggiamo. Addesso speriamo solo nelle ferie, per tirare il fiato». Eppure manca ancora quasi un mese intero alla pausa estiva, ammesso che arrivi sul serio. In mezzo, il 30 luglio, c’è pure la sentenza di Cassazione sul caso Mediaset che determinerà il destino politico e giudiziario di Silvio Berlusconi.

E intanto, così, il governo appare debole e tarlato al punto che basterebbe davvero poco, pochissimo, anche solo un refolo di vento, un incidente qualsiasi, per farlo cadere. L’impressione è che le larghe intese siano arrivate al punto di cottura, esattamente come immaginavano quelle forze parlamentari, all’interno sia del Pd sia del Pdl, che da tempo hanno manifestato uno specifico interesse a mantenere incerto e sospeso il quadro politico. Il rischio vero è che questo gioco al massacro possa sfuggire al controllo dei suoi registi più e meno occulti e provocare, inaspettata, una crisi di governo di cui nessuno sarebbe in grado di trarre vantaggi, tanto meno l’Italia disperata per la disoccupazione al 12 per cento.

Nel partito di Berlusconi c’è chi ritiene che la grande coalizione debba mantenersi in equilibrio precario, perché solo così, solo tenendo tesa la corda, si possono guadagnare spazi di manovra a difesa del Cavaliere inquisito. Allo stesso modo, nel Pd, l’area vasta dei cosiddetti non allineati, che comprende Matteo Renzi e Walter Veltroni, ma anche gli ex prodiani, coltiva lo stesso obiettivo del Cavaliere, sebbene per ragioni evidentemente diverse, ma pure speculari a quelle del Pdl e orientate sulla vita interna e il futuro del loro partito lacerato.

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Il caso della dissidente kazaka appare destinato a ingigantirsi ed è già il perno di una campagna politica e giornalistica che punta al cuore delle larghe intese. Angelino Alfano, il vicepremier e ministro dell’Interno, è infatti un architrave della fragile architettura disegnata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e, in questi mesi, è stato un intelligente partner per Letta; i due si sono trasformati in una solida coppia capace di dissimulare, recitare a soggetto, unita da un’intesa molto più profonda di quanto l’immagine pubblica non lasci pensare. Le dimissioni di Alfano sarebbero un colpo ferale per la tenuta del governo, che, a quel punto, non avrebbe più una solida controparte nel Pdl, il partito azienda già molto agitato, e pronto a ogni tipo di resistenza nel caso in cui Berlusconi fosse condannato tra due settimane dalla corte di Cassazione. 

Le dimissioni di Josefa Idem, l’ex ministro per lo sport e le pari opportunità, erano già state un duro colpo di immagine per Letta. Perdere anche Alfano, e in prospettiva persino Emma Bonino (che sta diventando il prossimo obiettivo delle contestazioni), sarebbe troppo. E dunque la sopravvivenza del governo è appesa a un filo e la ragione per la quale la barca della grande coalizione non affonda subito risiede in una ragione molto semplice e cinica: il suo affondamento definitivo ancora non conviene a nessuno. I non allineati del Pd, e l’ala renziana, non hanno interesse ancora a provocare una crisi di governo, la loro è per il momento una battaglia interna, per la presa del potere nel partito. E difatti, malgrado la contesa nel Pd abbia effetti destabilizzanti sul governo, l’obiettivo non è (non ancora) la caduta dell’esecutivo.

Prima che una manovra davvero ostile a Letta cominci nelle file del Partito democratico dovrà concludersi il congresso. Lo stesso vale per Berlusconi. Il Cavaliere attende la sentenza del 30 luglio, e malgrado tutti siano convinti che una sua condanna provocherebbe la fine delle larghe intese, Berlusconi non ne è ancora sicuro, coltiva infatti, nei recessi più sfumati della sua mente, anche ipotesi diverse che lo vedano condannato e interdetto, eppure sempre presente nella qualità di guida suprema del centrodestra. Ma la situazione si è troppo ingarbugliata e gli stessi strateghi del logoramento non controllano più il loro gioco pericoloso. Il presidente della Repubblica è comprensibilmente preoccupato, mentre anche il comitato dei saggi incaricati di scrivere le riforme perde pezzi. «Un’altra settimana così non la reggiamo».

Twitter: @salvatoremerlo