“In Italia non ci sono le condizioni per una svolta“

L’agenzia di rating cinese Dagong

«Per ora il rating sovrano dell’Italia non sembra rivelare possibilità di miglioramento perché l’economia è stagnante, non ci sono le condizioni per una svolta». E ancora: «Le agenzie americane hanno modificato il sistema creditizio europeo». A spiegarlo senza troppi giri di parole è Guan Jianzhong, presidente e azionista di maggioranza (60%) della Dagong Global Credit Rating, nata a metà anni ‘90. A dicembre 2011 Dagong ha declassato l’Italia da A- a BBB, e per il momento non ha intenzione di ricredersi.

Guan è sbarcato ieri a Milano per l’avvio del roadshow di Dagong Europe, joint venture con Mandarin Capital fondo di private equity italo-cinese vicino all’ex premier Romano Prodi guidato da Alberto Forchielli e Lorenzo Stanca (managing partner e neo-vicepresidente di Dagong). Basata a Milano, la nuova agenzia di rating che a metà giugno ha ottenuto l’abilitazione dell’authority comunitaria Esma per operare in Europa, avrà un team snello (15 persone) con forte esperienza – tra i direttori non esecutivi c’è Marco Cecchi de’ Rossi, per un decennio numero uno di Fitch Italia – e sarà guidato da Mauro Alfonso, altro ex di Fitch ed ex del Gruppo Intesa come Stanca. L’obiettivo è arrivare ad una quota di mercato tra il 5 e il 10% in cinque anni. Puntando su due segmenti: financial institutions, che comprende banche e assicurazioni, e corporate, interagendo con i primi 100 emittenti per dimensione sul territorio comunitario. Il quartier generale di Pechino, invece, continuerà ad esprimersi sui conti pubblici dei singoli Stati.

Timido quando il discorso cade su settori e imprese appetibili per potenziali investitori dagli occhi a mandorla – «non è di mia competenza» si schermisce – il 60enne Guan è decisamente più loquace nello spiegare strategia, vantaggi e filosofia di Dagong. La quale, anzitutto, mira a ribaltare il paradigma che ha generato l’endemico «conflitto d’interesse» delle tre sorelle Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch: è il debitore che paga per avere un giudizio sugli strumenti in emissione. Al contrario, la prospettiva di Dagong è quella del creditore cinese, in cerca di opportunità ma diffidente verso chi «ha creato un grave danno all’Europa con un declassamento strutturale ad ampia scala, generando mancanza di liquidità».

La missione di Guan e del suo socio cinese – di cui non vuole rivelare il nome – non è soltanto «di lucro». Al contrario, l’idea è di ridimensionare la predominanza statunitense attenuando gli effetti prociclici che il rating ha avuto sui mercati. Dice Guan: «Il nostro non è soltanto un interesse economico ma una responsabilità verso l’Ue. La nostra funzione è anticiclica». Secondo Guan nell’economia mondiale ci sono due contraddizioni: tra produzione e credito – c’è più credito di quanto serva – e tra credito e rating. Tre le domande a cui un’agenzia di rating deve rispondere: 1) qual è il limite massimo all’indebitamento di un’emittente senza che la sua solvibilità sia compromessa 2) se l’emittente può ripagare i suoi debiti e 3) se c’è spazio per un’ulteriore crescita del debito. Rispondere inforcando «occhiali nuovi per osservare i rischi» significa contribuire all’espansione del credito, in funzione controciclica: «Il rating europeo necessita di riforme strutturali e di consulenza affinché gli investimenti cinesi penetrino nell’area euro» spiega ancora Guan, che chiarisce: «Abbiamo la titolarità a difendere gli interessi degli investitori cinesi». 

L’occhio, e non potrebbe essere altrimenti – essendo Pechino un grande compratore di Treasuries – è rivolto agli Stati Uniti e alla sostenibilità di un modello basato sulla capacità di indebitarsi del consumatore americano. Gli Usa, osserva Guan, «hanno il proprio rating, la propria valuta, e il proprio centro finanziario». Elementi con cui si produce il credito a servizio della finanza (con rating elevati ai cdo sui mutui subprime) e non dell’economia reale. Lo scontro è qui: le tre sorelle come veicolo di amplificazione di una bolla finanziaria che, una volta scoppiata, le stesse contribuiscono a sgonfiare a suon di declassamenti, e il rating come strumento a sostegno delle esportazioni della “fabbrica-mondo” cinese. Lo si comprende con chiarezza dalla diagnosi di Guan sulle fasi della crisi: debitoria, valutaria ed economica. Un momento, quest’ultimo, in cui «il rapporto tra creditore e debitore ritorna reale». Ovvero in equilibrio. Il punto non è quanto sicuro è il debitore, ma qual è la sua capacità di creare ricchezza per gli investitori che vengono a Est e sono in cerca di rendimenti interessanti pur nuotando in un mare di liquidità. 

Tecnicamente, per quanto riguarda le istituzioni finanziarie la principale differenza con le tre sorelle sta nell’attenzione alla leva finanziaria, quindi all’indebitamento, rispetto al capitale di primaria qualità (Tier 1) in grado di assorbire shock esterni. Governance e gestione finanziaria, in particolare rischiosità e rapporto con i flussi di cassa indicati dal management sono invece i punti sotto la lente degli analisti di Dagong per formulare una valutazione delle imprese. In entrambi, come più volte ha sottolineato Guan, pesa il «background del principale Paese esportatore al mondo». Il faro rimane la solvibilità di lungo periodo dell’emittente. «Superficialmente», osserva Guan, «sembra che le aziende europee siano piuttosto indebitate, ma è solo una questione di impressioni, non di metodo scientifico».

Sarà il mercato a dire se Dagong avrà ragione, ma sicuramente l’avamposto politico in Italia – nelle scorse settimane è sbarcata in via XX Settembre una delegazione dell’Istiuto di amministrazione di Shanghai, come ha rilevato Les Echos – è un’occasione da non perdere. Sun Yanhong esperto di economia europea alla Chinese Academy of Social Sciences, ha dichiarato al China Daily che gli investitori di Pechino si sentono spaesati dal modo di fare business in Italia, ciò nonostante sono attratti dai settori high-tech. Niente paura per la crisi di liquidità di alcuni istituti di credito, che la scorsa settimana ha mandato in rosso i listini mondiali: «Si tratta di situazioni occasionali che non possono gettare dubbi su ciò che potrebbe accadere in grande sul sistema bancario cinese». Parola di Mr. Dagong. 

Twitter: @antoniovanuzzo

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