Ligresti, facile arrestarlo quando è fuori dal salotto

Perplessità del mercato già dal 2008

Fuori tempo massimo, stamani la Procura di Torino ha clamorosamente arrestato l’intera famiglia Ligresti: il capostipite Salvatore ai domiciliari, le figlie Giulia e Jonella in carcere e il figlio Paolo ricercato in Svizzera, dove risiede, gli ex amministratori delegati Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Una scelta, quella della custodia cautelare, che il procuratore aggiunto Vittorio Nessi ha giustificato sostenendo il «pericolo di fuga in relazione alle abitudini e ai trasferimenti che i soggetti hanno evidenziato nel corso della loro vita quotidiana», sufficienti per ritenere «concreta la possibilità che la conoscenza di questi fatti potesse provocare la fuga». Ad esempio il prelievo di 14 milioni dalle holding lussemburghesi Canoe, Hike e Limbo, circostanza che ha convinto il gip Silvia Salvadori a convalidare gli arresti, come ha rivelato l’agenzia Agi, e per il rischio di inquinamento probatorio nel caso di Erbetta. Nessi ha poi detto che attualmente non è ancora pervenuta da parte di Paolo Ligresti, che risiede da anni in Svizzera, la volontà di consegnarsi alle autorità italiane. Per Nessi: «Dalle prime informazioni non ci sarebbe la disponibilità di Paolo Ligresti a rientrare in Italia», e ancora: «Ci sono le convenzioni internazionali e ci sono possibilità di soluzioni ragionevoli per situazioni di questo genere». In ogni caso alla frontiera lo sta aspettando una pattuglia della Guardia di finanza.

Come ha spiegato Nessi, è stata la Consob nell’aprile 2012 a segnalare sospetti sull’accuratezza dei bilanci di Fondiaria Sai, per quanto riguarda la presunta sottovalutazione delle riserve sinistri, cioè gli accantonamenti delle compagnie assicurative per fronteggiare i rimborsi delle polizze danni. A giugno dello stesso anno il regolatore aveva infatti contestato una posta di 517 milioni di euro, di cui la metà riferiti a Milano Assicurazioni, relativa a sinistri generati negli esercizi precedenti ma non stimati correttamente a causa di carenze procedurali ed errori di valutazione. Nel bilancio 2011, chiuso in perdita per poco più di un miliardo di euro, e una strana rivalutazione della riserva sinistri assestata a 810 milioni. Ancora, nella riserva sinistri del bilancio 2010, secondo i pm Vittorio Nesi e Marco Gianoglio, mancano all’appello 600 milioni. Proprio su quei conti si è basato l’aumento di capitale da 450 milioni del luglio 2011, operazione costata a Unicredit 170 milioni negoziata dall’allora top manager Piergiorgio Peluso, poi passato alla direzione finanziaria di Fon-Sai e infine approdato a Telecom Italia nel settembre 2012, a bubbone già scoppiato.

È nell’agosto 2012, infatti, che i Pm torinesi ipotizzano i reati di falso in bilancio e ostacolo all’autorità di vigilanza iscrivendo 14 persone nel registro degli indagati, tra cui Vincenzo La Russa, fratello dell’ex ministro della Difesa. Nei mesi precedenti, su denuncia del fondo Amber, azionista di minoranza della società, il collegio sindacale aveva chiesto delucidazioni su operazioni con parti correlate che nel giro di tre anni, dal 2008 e 2010, hanno toccato la cifra complessiva di un miliardo di euro, tra immobiliare – il caso Atahotels – consulenze fittizie e finanziamenti alle non certo economiche attività della famiglia.

Ad ottobre è la volta dell’Isvap, (oggi Ivass, finita sotto l’ombrello della Banca d’Italia) authority del comparto allora guidata da Giancarlo Giannini, ad essere perquisita dagli inquirenti piemontesi per «concorso in falso in bilancio». Secondo il racconto del testimone Fulvio Gismondi riportato il 17 luglio dal Corriere della Sera, Giannini avrebbe «barattato» con la nomina ai vertici dell’Antitrust i mancati controlli alla società controllata dai Ligresti. Da qui l’accusa di corruzione da parte della Procura di Milano, che continua a indagare sul fallimento delle holding immobiliari Imco e Sinergia, sul 20% dell’ex holding di controllo del gruppo, Premafin parcheggiati alle Bahamas, sul presunto “papello” tra l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, e Don Salvatore.

Per Nessi «il dato giuridico più interessante è che, laddove vi è una valutazione delle poste, la discrezionalità è lecita ma all’interno di un range accettabile, ma gli elementi del procedimento evidenziano che in realtà il gruppo d’amministrazione oggetto di questi provvedimenti era in grado di influire su formazione del bilancio era a conoscenza di criticità» ma non ha fatto nulla per cambiare le cose, anzi.

Niente di nuovo sotto il sole. Andrew Sentance, analista finanziario indipendente, ha calcolato che l’Isvap sarebbe dovuta intervenire già nel 2006, bilanci alla mano. Nel bilancio 2011 (pag 341) il costo stimato per i sinistri di ogni anno, che cambia quando l’azienda capisce meglio il livello effettivo dei costi, è sempre crescente. Nel 2002, ad esempio, l’azienda stimava un costo dei sinistri di 2.949 milioni di euro, che nel 2011 è diventato 3.202 milioni di euro, con un aumento di 253 milioni di euro. Questo per quanto riguarda il 2011, quando l’azienda ha dichiarato di avere dei problemi. Ma sfogliando il bilancio del 2006, la dinamica è la medesima. C’è di più: il 5 ottobre 2009, 15 mesi prima dell’ispezione Isvap sulle riserve tecniche della compagnia, Giulia Raffo, analista di Autonomous Reasearch, aveva già fotografato il buco e lanciato l’allarme.

Ai numerosi capi d’accusa nei confronti della famiglia si è aggiunta a febbraio 2013 l’ipotesi di infedeltà patrimoniale dopo che i piccoli azionisti delle due compagnie hanno presentato querele. Risparmiatori bistrattati tanto dai concambi approvati dai board di Fondiaria-Sai e Unipol quanto dai corsi azionari: chi avesse investito mille euro nel 2001 in Fon-Sai oggi se ne ritroverebbe in tasca poco più di una cinquantina. 

Con 12 terabite di materiale informatico sequestrato, c’è da chierdersi fin dove si spingeranno gli inquirenti torinesi. E quali saranno le prossime mosse di quelli milanesi. C’è chi racconta che la strategia di Luigi Orsi, titolare dei filoni che riguardano i Ligresti, fosse quella di coinvolgere la Consob per verificare se il mercato sia stato correttamente informato sull’effettivo valore dei derivati in pancia a Unipol. Peccato che l’interpretazione di Giuseppe Vegas della regolamentazione sia al servizio delle stabilità del sistema. A questo punto gli occhi sono rivolti a Mediobanca, che ha caldeggiato il matrimonio tra la compagnia delle coop e quella dei Ligresti per salvare i suoi 1,1 miliardi di crediti e al suo amministratore delegato Alberto Nagel, in passato vicino alla famiglia. Certo, se Don Salvatore decidesse di parlare…

Twitter: @antoniovanuzzo

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