L’illusione di convincere Berlino sull’unione bancaria

La soluzione-ponte dell’Esm

BRUXELLES – Mario Draghi al Parlamento Europeo è stato chiaro: bisogna fare presto, e completare l’unione bancaria, non ci si possono permettere altri ritardi. Già, peccato che il prossimo passo – dopo il lancio, ancora da ultimare, della vigilanza bancaria Ue gestita dalla Bce – sta già suscitando litigi e bracci di ferro. Soprattutto, tanto per cambiare, con la Germania. Parliamo del “meccanismo singolo di risoluzione” delle crisi bancarie, e cioè il pendant indispensabile a completare la vigilanza Ue: se questa individua un serio problema in una banca, ci vuole poi un’altra authority che stabilisca se va chiusa o ristrutturata e come. Altrimenti la vigilanza Ue praticamente non serve a niente.

Sul principio generale, tutti d’accordo, su questo erano d’accordo i leader già nel giugno 2012. Peccato però è che sulle modalità che siamo all’ennesima zuffa europea. E già, perché quello che mercoledì 10 luglio presenta a Bruxelles il commissario europeo al Mercato Interno Michel Barnier è qualcosa che Berlino assolutamente non vuole: un’authority unica Ue, dunque una nuova agenzia comunitaria, che fa capo alla stessa Commissione Europea, dando dunque a quest’ultima nuovi, importanti poteri. Si parla di un organismo forte di 150-300 persone, che avrebbe praticamente potere di vita o di morte su istituti di credito in crisi o già decotti. Bruxelles insiste su un’authority unica per evitare pasticci come il caso dei pasticciati salvataggi di banche transfrontaliere come Dexia o Fortis.

Il problema è che per Berlino una simile authority centralizzata Ue è impossibile senza modificare il trattato Ue. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble lo ha ribadito anche nelle ultime ore all’Ecofin a Bruxelles: «Finché non possiamo emendare il trattato Ue – ha detto – dobbiamo rispettare l’attuale base legale, altrimenti falliremo. Per questo chiedo con forza alla Commissione di essere molto prudente nella sua proposta e di non discostarsi da un’interpretazione rigorosa del Trattato». La stessa cancelliera Angela Merkel al summit Ue del 26-27 giugno l’aveva detto con chiarezza: un’authority Ue per le risoluzioni bancarie non è possibile senza modifiche al trattato. 

L’idea di Berlino è quella di un «board» che riunisca i capi di tutte le autorità nazionali responsabili per le liquidazioni e le ristrutturazioni bancarie (in Italia è la stessa Banca d’Italia). Il problema è che secondo la maggior parte degli esperti, e la stessa Bce, una simile struttura sarebbe del tutto inadeguata di fronte a gravi e urgenti crisi che richiedono risposte velocissime. Né è chiaro come si agirebbe in caso di divergenze di opinioni: diritto di veto? Maggioranza? E come imporre una decisione maggioritaria a uno Stato contrario, ad esempio, a chiudere una sua banca? Non a caso oltre alla Bce, da ultimo anche il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto esplicitamente un’authority singola Ue. Oltretutto riaprire il Trattato per una modifica vuol dire fare i conti con la Gran Bretagna, che coglierebbe al volo l’occasione per chiedere in cambio chissà quanti altre modifiche per «rimpatriare» poteri da Bruxelles a Londra. Un vespaio infinito che durerebbe anni. Con buona pace degli appelli di Draghi.

Gli uffici di Barnier però tirano dritti, «vedrete che alla fine, passate le elezioni, convinceremo i tedeschi», si sente dire nei corridoi del Berlaymont, la sede della Commissione. Sarà, ma il problema è che Bruxelles vuole che siano coperte dall’authority di risoluzione tutte e 6.400 le banche europee, e non solo quelle medio-grandi coperte dal sistema di vilanza Ue. Tradotto: se ad esempio la Germania vuole chiudere anche una piccola banca, che non rientra nella vigilanza Ue, deve chiedere il permesso a Bruxelles. Non basta, la Commissione vuole andare avanti anche su un altro punto ancora più indigeribile per Berlino: l’idea di creare un fondo comune a livello Ue, alimentato dalle 6.400 banche europee, per affrontare crisi bancarie in qualsiasi parte dell’eurozona.

Vorrebbe dire che se va ristrutturata una banca spagnola, sarebbero usati anche fondi, ad esempio, italiani e tedeschi, senza che neppure i relativi Parlamenti nazionali siano chiamati a dare il loro avallo. Impossibile per la Germania, pena un ricorso alla Corte costituzionale di Karlsruhe con buone possibilità di spuntarla. Berlino chiede un insieme di fondi nazionali, con l’unica cosa in comune un insieme di regole per la loro creazione e il loro utilizzo. Ma ognuno per sé.

La questione sta attizzando forti tensioni tra Parigi e Berlino. I francesi non ci sentono sul fronte del cambiamento dei trattati, per loro si può andare avanti senza modificare alcunché. Lo ha detto nelle ore scorse anche il ministro delle Finanze Pierre Moscovici. «Ci vuole un accordo entro la fine dell’anno», ha tagliato corto all’Ecofin, parlando subito dopo Schäuble. Non è chiaro tuttavia, se Parigi accetterebbe l’idea di rafforzare tanto la Commissione, proprio la Francia ha creato grossi problemi – chiedendo (e parzialmente ottenendo) spazi di manovra nazionali per la direttiva sulla risoluzioni bancarie su cui è stato trovato un accordo politico a fine giugno. 

Secondo Le Monde, la Germania starebbe studiando una soluzione di compromesso meno complicata del cambiamento del Trattato Ue. E cioè modificare un altro trattato, quello che istituisce il fondo salva-stati permanente (Esm), in modo da assegnare a lui il ruolo di agenzia per le risoluzioni bancarie. Cruciale per i tedeschi: lo statuto dell’Esm prevede che prima di ogni operazione e decisione ci sia l’assenso del Bundestag. 

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