Poveri ricchi, Fassina sull’evasione non parlava di voi

Nessun compromesso coi “padroni”

Enrico Letta non ce lo voleva nel suo governo, e un giorno di fine aprile, mentre si compilava la lista dei ministri, tra tensioni e litigi, confusione e pressioni, di fronte a Pier Luigi Bersani che insisteva, il neo presidente del Consiglio, garbato e misurato com’è, ha vissuto uno di quei rari momenti in cui anche un Letta, un diplomatico nato, un architetto di volute più che di linee rette, parla improvvisamente chiaro: «Guarda Pier Luigi, Fassina è un bravo ragazzo ma è troppo comunista». Sempre spettinato, rigido ma gentile, esile e arruffato, un principio di stempiatura, maniche della giacca troppo lunghe (o troppo corte) su pantaloni sempre troppo larghi, a Stefano Fassina non è mai piaciuto il democristiano Enrico Letta, come a Enrico Letta non è mai piaciuto il rosso Stefano Fassina. Eppure alla fine, questo quarantesettenne del contado romano, di Nettuno, figlio di operai con una laurea borghese alla Bocconi, ce l’ha fatta a entrare nel governo: viceministro dell’Economia, anche se il suo sponsor infaticabile, il suo padrino politico, Bersani, lo avrebbe voluto in prima fila, ministro del Lavoro sulla poltrona che oggi è invece di Enrico Giovannini.

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Si muove per Roma, tra i ministeri e Palazzo Chigi, su una piccola utilitaria Fiat stipata di documenti e persone, viaggia accompagnato da una scorta di uomini costretti assieme a lui nelle spartane lamiere di un’automobile che è il contrario dell’autoblù, niente a che vedere con quel simbolo del potere, e dell’abuso del potere, che a Roma non si nega nemmeno all’ultimo dei sottosegretari, al più infimo dei collaboratori ministeriali, dei tirapiedi di Palazzo. E dunque niente Maserati e niente Audi, nemmeno una compassata Lancia o una rampante Alfa Romeo, il suo incedere anonimo nel traffico della capitale, come i suoi abiti acquistati a peso all’Oviesse, le sue scarpe tozze, la sua magrezza sacerdotale, comunicano rigore, un eccesso, un sospetto d’intransigenza morale, per qualcuno persino di fanatismo. E d’altra parte Stefano Fassina mangia poco, non beve, non fuma e persino alla festa dei suoi quarant’anni gli amici ricordano che non c’era granché.

E dunque se quest’uomo rigido e riservato che conserva i costumi delle sue umili origini come un manifesto politico, «sono vissuto in mezzo a quelli che tirano avanti con 1.000 euro al mese», all’improvviso e con grande scandalo di Susanna Camusso e della sinistra tutta, ammette che, sì, «c’è anche chi evade le tasse per necessità», ebbene, nel caso specialissimo di Stefano Fassina, di sicuro non si tratta di cedimento borghese al malcostume nazionale. Incorruttibile e dolente come un antico giacobino, non avverte le lusinghe del potere, che oggi si chiama grande coalizione, e dunque nessuna carezza, nessuna concessione a Silvio Berlusconi e nemmeno alla convivenza promiscua con il centrodestra del padronato. Fassina, keynesiano e socialisteggiante, non difende gli evasori in quanto tali, non è ai benestanti, agli imprenditori o ai professionisti, né ovviamente ai padroncini veneti e alla classe produttiva tutta che si rivolge, ma a modo suo crede di parlare a nome dei proletari evasori, quei disperati, miserabili, costretti a gabbare il fisco per sopravvivere, gli umiliati e offesi da Equitalia, una classe di oppressi che forse non esiste nemmeno, ma che pure popola la sua fantasia novecentesca. Non c’è traccia di compromesso in quest’uomo dallo sguardo fisso (c’è una logica nello sguardo dell’Uomo?), lui che non nasconde una punta d’odio sociale, «non dico che debbano andare all’inferno, ma ai ricchi un po’ di purgatorio non farebbe male», e che interpreta il suo ruolo nel governo come una missione, l’impegno a riequilibrare con la sua presenza le forze del capitale, dell’elité, dell’establishment borghese. Un giorno lo ha pure spiegato al Corriere della Sera, quando pensava d’essere stato definitivamente escluso dall’esecutivo di grande coalizione: «Non faccio parte del governo perché credo sia prevalso un principio di continuità con Monti che la mia figura non poteva garantire. Capisco bene la scelta di tenermi fuori».

È cresciuto alla corte di Bersani, è stato allievo di Vincenzo Visco con il quale collaborò al ministero del Tesoro ai tempi di Prodi. La sua carriera, con una lunga parentesi al Fondo Monetario Internazionale, è stata tutta interna all’apparato, alla nomenclatura del Pci-Pds-Ds-Pd, cui si iscrisse da studente universitario a Milano nel 1986; perché Fassina era un bocconiano, sì, ma un bocconiano anomalo, povero in canna tra i figli di papà, uno di quelli che studiano molto ma poi occupano pure le aule, un compromesso tra la Ciociaria e gli Stati Uniti. Nemico di Matteo Renzi, animatore e leader dei giovani turchi, i ragazzi ortodossi, quelli come Matteo Orfini e Andrea Orlando, il gruppo dei quarantenni del Pd che alla rottamazione del sindaco fiorentino hanno sempre contrapposto la disciplina, e forse persino, in fondo in fondo, anche la virtù del centralismo democratico, per quel poco che oggi ne rimane. «L’unica cosa certa di Renzi è la data di nascita. Ripete a pappagallo gli slogan della destra. È un ex portaborse diventato sindaco per miracolo». Il paradosso di Stefano Fassina è che ritrovandosi alla sinistra più sinistra dei banchi del governo, inesorabilmente, com’è già accaduto nella battaglia per bloccare l’aumento dell’Iva, finisce suo malgrado col trovarsi accanto agli uomini della destra, anche a quel Renato Brunetta che per origine e indole tagliente un po’ gli assomiglia pure, fino all’ultimo sberleffo: «Caro Fassina, benvenuto nel Pdl».

Twitter: @SalvatoreMerlo

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