Rock & Pol, al cinema il racconto della musica politica

Musica e settima arte

Rock ’n’ pol. Il cinema, soprattutto quello documentario, racconta sempre più spesso i personaggi della musica popolare di ogni parte del mondo, facendone i protagonisti di racconti pienamente politici. Scoprendo dietro l’aspetto spettacolare della loro produzione e della loro esistenza un modo per leggere meglio la storia sociale dell‘ultimo mezzo secolo. Tra le sale e le arene estive della nostra penisola passano in queste settimane alcuni film da non perdere per appassionati di musica, e non solo.

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Il primo consiglio è certamente non lasciarsi sfuggire “Sugar Man” di Malik Bendjelloul, autentica perla del recente cinema documentario (produzione anglo-svedese, premiata anche con l’Oscar), che racconta la incredibile storia di Sixto Rodriguez, americano di origini messicane, che nella Detroit degli anni Sessanta sogna di fare il cantante. Scrive da sé i pezzi, e sono grandiosi, al punto che un produttore gli fa realizzare in sequenza due album: “Cold Fact” e “Coming From Reality” escono nel ’70 e nel ’71, sono di ottima fattura. Purtroppo, non vendono una copia. E così la carriera di Sugar Man viene inghiottita nell‘anonimato da cui sembrava emersa con qualche speranza di gloria. Scompare, c’è chi lo crede morto. Ma a distanza di qualche decennio vien fuori l’altra faccia della storia, grazie a due fan che si mettono sulle tracce del loro eroe musicale. Sugar Man ha accompagnato il riscatto di un intero popolo al di là dell’Oceano Atlantico: le sue canzoni, senza che lui ne sapesse nulla, erano state scelte nel Sudafrica come colonna sonora della lotta all’Apartheid. Un’incredibile vicenda che dimostra una volta di più come le canzoni (e le voci), con la loro eccezionale capacità di penetrare nella vita quotidiana ad ogni latitudine, siano portatrici quasi naturali e magari inconsapevoli di un’ideologia della libertà, perfino della liberazione, del superamento della linea d’ombra della maturità, tanto per un individuo che per una società.

Non si capisce altrimenti per quale motivo in America una presidenza comunemente definita paranoica (per quanto oggetto di qualche recente revisionismo) come quella di Richard Nixon abbia dichiarato John Lennon come uno dei suoi nemici espliciti. La accanita attenzione da parte delle autorità di Washington verso il leader dei Beatles, e anche il suo rapporto verso New York che scelse come patria dopo lo scioglimento della band, sono ricostruiti in due ottimi documentari statunitensi: il primo, di recente riproposto in sala, intitolato “Usa contro John Lennon”, a firma di David Leaf e John Scheinfeld; l’altro distribuito da qualche settimana in home video dalla Feltrinelli Real Cinema, “LennoNyc” di Michael Epstein.

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Le due ricostruzioni speculari ci offrono il ritratto di un artista che avrebbe potuto godersi in totale pace la redditizia rendita derivante dall’essere uno dei cinque o sei massimi melodisti del Novecento, e invece cambia continente, si mette al centro del mondo, nel cuore della Grande Mela, e abbraccia incondizionatamente il vasto movimento di protesta che associa le Black Panthers e l’anti-Vietnam. Siamo in pieno scandalo Watergate ed è in seguito all’onda montante contro la Casa Bianca che Nixon, attraverso l’Fbi di Hoover, prova in tutti i modi ad espellere dal Paese il divo dagli occhialini tondi. Senza riuscirci. Anzi di lì a poco Nixon è costretto alle dimissioni da presidente. Quanto a Lennon, sappiamo purtroppo come finisce la storia: qualche anno dopo, con i mortali colpi di pistola sulla 72 esima strada.

In attesa che giunga in Italia il film folk-newyorkese dei fratelli Coen “Inside Llewyn Davis”, ispirato alla figura del musicista Dave van Ronk, cantautore amico di Bob Dylan con cui condivise gli inizi, dal Sudamerica arrivano due film che, più o meno apertamente, fanno del connubio musica-politica una loro caratteristica. Il primo è “Viramundo. Un viaggio musicale con Gilberto Gil” di Pierre-Yves Borgeaud ed è il pedinamento del grande musicista brasiliano, e primo uomo di colore nominato ministro della Cultura, nel suo tour per i Sud del mondo e le loro musiche originali per quanto sempre più globalizzate. La musica come veicolo di scoperta delle radici di un popolo (operazione altamente politica, oltre che culturale) è invece alla base del film biografico sull‘artista cilena Violetta Parra, “Violetta Parra went to heaven” di Andrés Wood: un viaggio attraverso i continenti e le molti passioni della donna, concluso con il suo tragico suicidio per amore.

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Per chiudere, è d‘obbligo volgere lo sguardo allo Stivale, con uno dei più forti e spiazzanti personaggi del nostro rock: Giovanni Lindo Ferretti. Della materia profondamente politica della sua musica era segno già il nome del gruppo che aveva fondato e guidato, gli CCCP (in seguito Csi, pur con diversa formazione, e poi ancora Pgr). Solidissima incarnazione del sovietismo emiliano battuto in quattro quarti, Ferretti è poi diventato un ratzigeriano fervente. Era filo-palestinese, oggi è per Israele; durissimo e purissimo comunista, ha dichiarato voto per la Lega Nord; cantore punk-agit-prop per la Falce&Martello, ha tenuto per un anno una rubrica sul giornale vescovile Avvenire e flirta culturalmente con Giuliano Ferrara. In linea col suo sperimentalismo musicale, che lo ha portato a seguire progetti solisti (centellinando sempre più le sue uscite pubbliche, cui preferisce la quasi totale solitudine in cima all’appennino reggiano), è spiazzante anche nei posizionamenti politici e ideologici. La sua storia è raccontata da Germano Maccioni in “Fedele alla Linea”. Da vedere.

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