«Se fossi un disoccupato italiano andrei in Germania»

La Camera di Commercio tedesca

BERLINO – «Se fossi un giovane italiano disoccupato probabilmente la mia decisione dipenderebbe dalla mia età: molto giovane, 18 anni, alla fine delle superiori, o già tra 25 e 30. Nel primo caso, se mi interessassi già per la Germania mi chiederei se ho davvero voglia di andare a vivere in un Paese freddo e poco soleggiato (è uno dei principali ostacoli secondo i nostri studi). Mi domanderei inoltre se ho voglia di imparare il tedesco con impegno. Se entrambe le risposte fossero positive, ci sarebbero le basi per emigrare». Con queste parole il vice direttore dell’Associazione di Camere di Commercio e Industria tedesche (DIHK), Achim Dercks, ha risposto a Linkiesta.

Se quindi l’aspirante emigrante è pronto a superare gli ostacoli di lingua e clima, «lo aspettano qui una serie di possibilità di seguire la propria vocazione e realizzarsi. Molte aziende cercano attivamente apprendisti anche attraverso la DIHK. Ci sono numerosi progetti di sostegno per chi vuole venire e c’è un programma del governo che finanzia non solo i costi di viaggio ma anche i corsi di lingua. Quindi anche i giovanissimi non hanno bisogno di grandi mezzi per imbarcarsi nell’esperienza».

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«Se invece fossi un ragazzo che ha già terminato gli studi (professionali o universitari, ndr) mi chiederei piuttosto se il mio titolo è adeguato alle aziende tedesche e a quali. Ci sono tanti giovani stranieri di 23 o 24 anni, che hanno cioè già terminato gli studi e decidono di intraprendere un’esperienza di formazione duale sul modello tedesco (che combina la teoria con la pratica retribuita in azienda, ndr). La decisione dev’essere individuale». In questo secondo caso in particolare, una conoscenza minima del tedesco è indispensabile, anche se esistono eccezioni in alcuni ambiti.

All’indomani della decisione dei capi di Stato europei a Bruxelles di stanziare 6 miliardi di euro per l’occupazione giovanile in Europa, esperti del settore come Dercks avvertono del «rischio enorme di creare false aspettative», perché prima di tutto non si può combattere la disoccupazione giovanile con denaro, se non vengono parallelamente fatte riforma necessarie, e in secondo luogo perché comunque la lotta contro la disoccupazione giovanile non metterà fine alla crisi. «Creare false speranze sarebbe solo funzionale a una maggiore delusione che peggiorerebbe la reputazione dell’Unione europea tra i giovani».

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Parlare di “svolta”, per quanto riguarda l’atteggiamento della Germania nei confronti delle misure di stimolo all’economia è azzardato, secondo il rappresentante della DIHK: «La diagnosi che i problemi vadano risolti attraverso riforme strutturali rimane. Per combattere la crisi, inoltre, non si può parlare solo di lavoro». Ed è proprio a Berlino che il prossimo 3 di luglio si terrà il terzo vertice (dopo Madrid e Roma) sulla lotta alla disoccupazione giovanile a cui parteciperanno i ministri europei del Lavoro e questioni sociali, così come i rappresentanti degli uffici di collocamento. In agenda ci sono nuovamente programmi per il finanziamento, gli stimoli alla mobilità tra Paesi membri e la formazione linguistica per chi sceglie di emigrare.

Mentre in Paesi come Spagna, Grecia e anche Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli da record, in Germania le aziende denunciano la mancanza di personale qualificato e si muovono (lentamente) per reclutare all’estero. Secondo gli ultimi dati di questa settimana, la disoccupazione in Germania è tornata a scendere oltre i tre milioni di persone (come si è già detto in varie occasioni su Linkiesta anche grazie a contratti di lavoro del tipo minijob, il cui impiego è controverso) e si avvicina al suo limite strutturale.

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La Germania vuole attrarre a sé forza lavoro, ma secondo quanto ammette Dercks, c’è ancora molto da fare per  migliorare la «cultura dell’accoglienza» e questo dipende dal fatto che negli ultimi vent’anni la Germania stessa, cioè i suoi governanti, hanno ripetuto in varie occasioni che «questo non è un Paese di immigrazione» o anche che «la nave è piena». Lentamente le cose stanno cambiando, «è cambiato il mind-set» e ci sono esempi positivi come «l’ufficio immigrati di Monaco che offre servizi e consulenze anche in inglese», che però convivono con altre realtà che oppongono resistenza, come la città di Norimberga, che si nega all’utilizzo di un’altra lingua che non sia il tedesco.

Per questo il vertice europeo avrà la Germania al centro dell’interesse dei Paesi più colpiti dalla crisi come meta di immigrazione. Si cerca personale specializzato per la sanità e in particolare per la cura degli anziani («la mancanza di lavoratori nel settore sanitario è una priorità nell’agenda tedesca»),  tecnici, ingegneri, metalmeccanici, disegnatori tecnici. Ci sono poi altri impieghi più vari legati alle costruzioni come installatori di sanitari, tecnici del riscaldamento ma anche camionisti. In fine c’è grande bisogno di personale per la ristorazione e il turismo. Dercks ammette che nella maggior parte dei casi si tratta di impieghi che richiedono orari di lavoro duri e che in parte sono lavori che i tedeschi non vogliono più fare, ma ricorda che le condizioni spesso sono buone: «È vero che per esempio gli impieghi nel settore sanitario sono duri, ma è anche vero che sono molto ben pagati in Germania».

Twitter: @NenaDarling

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