Serve Renzi per battere Berlusconi senza giustizialismi

Parla Goffredo Bettini

«Se vedrò che nessun candidato in maniera schietta si impegnerà a difendere nel congresso il documento stesso, è evidente che la battaglia la dovrò fare in prima persona». Goffredo Bettini è uno di quei politici che non ha mai rinunciato ad animare il dibattito del Pd. Ex senatore dei Ds, coordinatore del Pd, consigliere politico di Veltroni, è sempre stato dietro le quinte. Ma in vista del congresso non esclude «di scalare il Pd con le idee», mentre per la premiership punta tutto su Matteo Renzi: «Penso sia assolutamente autolesionista l’esercizio di indebolire questa personalità, il quale credo sia l’unico che ci può mettere nelle condizioni di riuscire a battere Berlusconi non come qualcuno cerca di fare con le manette».

Bettini, lei ha presentato un documento, “Più idee meno correnti”. Anche perché, ha ripetuto in più di un’occasione, «questa potrebbe essere l’ultima chance per il Pd».
Noi abbiamo avuto un primo anno del Pd espansivo, positivo, creativo. Tant’è che in pochi mesi abbiamo raccolto la simpatia di molti elettori. Lo stesso voto del 2008, quel 33% che ha rappresentato un risultato storico per la sinistra italiana, fu un risultato importante peraltro in una situazione di espansione di Berlusconi. Da quel momento il Pd ha tradito le sue premesse. È stato balcanizzato da personalismi, da risorse varie verso il potere. Penso che tutto questo abbia molto pesato nel distacco che il Pd non è riuscito a fermare fra la repubblica, la democrazia e i cittadini. Noi siamo stati percepiti come un partito pienamente dentro questa classe dirigente.

Perché questa potrebbe essere «l’ultima chance» per il Pd?
Perché noi siamo arrivati al punto limite. Io sono stato critico verso una lettura edulcorata del risultato elettorale. Noi abbiamo subito una sonora sconfitta. Del resto nel momento di crisi strutturale della destra berlusconiana abbiamo perso 3 milioni di elettori, e gli elettori si sono rifiugiati nell’astensionismo o nel voto a Grillo. Insomma c’è un problema nostro.

Negli ultimi mesi fra l’elezione del Capo dello Stato e il voto sulla sospensione della seduta parlamentare il gruppo dirigente del Pd si è ancor più sfaldato, diviso in correnti…
Beh, sono arrivati i nodi al pettine. Il Pd è una fabbrica di correnti. Nel momento in cui ci sono passaggi politici le svariate anime tendono a marcare la loro visibilità. Ecco perché io immagino che il Pd ritrovi il suo modo di deliberare attraverso forme di democrazia deliberativa, chiamando i nostri iscritti attraverso il recupero della loro libertà singola per sciogliere i nodi politici fondamentali. Solo in questo modo si può trovare una coesione, e, come direbbe il mio amico Barca, attraverso le capacità cognitive dei territori si evitano queste contrapposizioni. La democrazia non è una perdita di tempo. Ad esempio, noi siamo stati fermi sul testamento biologico per sei mesi perché c’erano i veti incrociati delle oligarchie. In questo caso avremmo dovuto mobilitare i nostri circoli, trasformandoli in “agorà” per restituire al nostro popolo la voglia di essere partecipi. 

Torniamo al suo documento e al congresso che verrà. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, Matteo Renzi ha definito il suo documento «molto interessante». Però fra lei e Renzi ci sono delle differenze. Ad esempio, lei è per la separazione del ruolo di segretario da quello leader del centrosinistra. Renzi no…
Lo schema che caldeggia Renzi funzionava in un altro contesto. Nel 2008 ci si basava su uno schema bipartitico. Mentre oggi noi abbiamo bisogno di un leader per il Paese che sappia rappresentare al massimo le forze che convergono nel campo del centrosinistra, e dall’altra parte abbiamo bisogno di un segretario che si impegni in un progetto di ricostruzione del Pd.

D’accordo. Ma si riferisce a sé stesso quando evoca l’esigenza «di un segretario che si impegni in un progetto di ricostruzione del Pd»?
Guardi, io ho fatto un discorso molto chiaro. Ho contributo alla stesura di un documento, e parto dai contenuti. In questa fase sto cercando adesioni, faremo incontri, e parteciperemo alla feste dell’Unità. Per quanto riguarda le candidature siamo aperti ad un confronto a 360 gradi. I firmatari potranno sostenere il candidato che ritengono più in linea. Ma ora ognuno deve impegnarsi a fare due cose: accogliere i contenuti di questo documento e difendere nel congresso il documento stesso. Detto questo se io vedrò che nessun candidato in maniera schietta si impegnerà, è evidente che la battaglia la dovrò fare io in prima persona.

E per la leadership del centrosinistra guarda a Renzi?
Per la premiership penso sia assolutamente autolesionista l’esercizio di indebolire questa personalità, ovvero Renzi. Il quale credo sia l’unico che ci può mettere nelle condizioni di riuscire a battere Berlusconi, non come qualcuno cerca di fare con le manette. Io non faccio parte della corrente di Matteo Renzi, io non deve scegliere il premier che mi piace in tutto e per tutto…

Infatti fra lei e il sindaco di Firenze ci sono anche altre differenze. Lei è per un’alleanza larga che includa anche SeL, Renzi non la pensi affatto così…
Io penso che questa idea ce l’abbia anche Renzi. Penso che la sua concezione sia ampia, altrimenti non avrebbe mai espresso una posizione di interesse su ciò che è stato scritto nel documento.

Un’ultima domanda. In queste ore impazza il caso Shalabayeva. Massimo D’Alema dice: «Se non hanno avvertito Alfano, non è colpa sua non sapere». Mentre Epifani ritiene che ciò «che é accaduto è di straordinaria gravità». E ciò potrebbe influire sulla tenuta del governo. Il Pd come dovrebbe agire?
Dipende da come sono andate le cose. Evidentemente la vicenda è gravissima, ho visto che un alto dirigente si sarebbe già dimesso. Ma se non si conoscono i fatti a 360 gradi e si inizia una battaglia strumentale non è giusto. Trappole e trappoloni non mi sembra giusto enfatizzarle.

(Goffredo Bettini, classe ’52, discendente della famiglia marchigiana dei Rocchi Bettini camerata Passionei Mazzoleni. Fa tutta la trafila all’interno della sinistra romana, fino a diventare segretario cittadino della Fgci, e poi a sfondare nella politica che conta come segretario del Pci nella Capitale. È stato deputato e senatore della Repubblica. La sua carriera si  incrocia con  due personaggi politici che hanno segnato la storia della sinistra italiana negli ultimi trent’anni: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Agli inizi della carriera mostra simpatie “politiche” per il primo. Mentre è legato al secondo da un importante sodalizio culturale e politico.  Al punto da definirsi consigliere politico di Veltroni, e big sponsor dello stesso in occasione delle primarie del 2007 che hanno incoronato Veltroni primo segretario del Pd. Una settimana fa alla presentazione del documento congressuale al Caprinechetta, a pochi metri da Montecitorio, si è scagliato contro i capicorrente del Pd romano: «Se avessimo ascoltato loro, a metà campagna elettorale per le comunali di Roma avremmo dovuto abbandonare Marino perché secondo loro non lo votava nessuno». Durante l’intervista si lascia scappare l’espressione “Feste dell’Unità”. Nostalgico.

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