Apache, ecco a voi il più bel film dell’estate

Opera del regista còrso De Peretti

Eccolo finalmente Apache, il più bel film dell’estate. Firmato dal còrso Thierry de Peretti, esordiente nel lungometraggio, esce in contemporanea con la Francia il 14 agosto, distribuito dall’indipendente Kitchenfilm: bel coraggio, se si aggiunge pure che sarà in lingua originale con sottotitoli. Purtroppo è giunto un assurdo divieto ai minori di 14 anni deciso dalla nostra censura in vena di bestialità, divieto ancor più assurdo se si pensa che un paio di settimane fa il film è stato proiettato al festival del cinema per ragazzi di Giffoni. Ma così va il mondo, e noi solo questo possiamo dire: correte a vederlo.

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Siamo a ferragosto, ai giorni nostri, in Porto Vecchio, Corsica. Quattro ragazzi (François-Joseph, Aziz, Hamza e Joseph: hanno gli stessi nomi dei quattro straordinari attori) passano la notte in una villa di cui è custode il padre di uno di loro. Si tuffano nella piscina, sbevazzano, vomitano in giro, rubano: qualche dvd, dei dischi, uno stereo, e preziosi fucili da collezione. I proprietari se ne accorgono e lanciano l’allarme: non alla polizia, ma alla piccola criminalità del luogo. Comincia la ricerca, il cerchio si stringe intorno ai quattro. Basterà riconsegnare tutto, anche senza esporsi. Ma per la banda il punto è proprio questo: va bene la restituzione, ma nessuno deve parlare. Ecco perché un fucile, prima d’essere riportato in villa, sparerà a morte…

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Non riveliamo i passaggi della storia che conduce a un finale durissimo, con uno degli omicidi più spiazzanti e sgradevoli mai visti nel cinema contemporaneo. Anche perché è la ricostruzione di un reale fatto di sangue che ha ispirato la pellicola ed è accaduto nei posti in cui de Peretti ha scelto poi di girare. Porto Vecchio come moltissime altre località balneari vive coi ritmi dei palloncini: vuoto di vita in inverno, gonfio fino a 150mila abitanti in estate. E proprio nel pieno dell’estate si sviluppa ancora di più l’alienazione da riserva indiana di questi giovani apache, sostanzialmente avversi agli invasori vacanzieri “francesi di merda”, sospesi tra la contemporaneità degli stili di vita giovanili (c’è una terribile battuta autoassolutoria nel sottofinale, prima del sangue: «Siamo giovani, Jo, ne vedremo di peggiori. Dobbiamo approfittarne») e un arcaismo della violenza che si mischia a fattori etnici. Due dei quattro fanno parte della forte comunità marocchina dell’isola, installata lì tra gli anni Sessanta e Settanta e oggetto a lungo di sentimento di rifiuto. Un’emarginazione nell’emarginazione dell’isola napoleonica, storicamente problematica rispetto al continente: emarginazione superata nei rapporti interni ai gruppi di ragazzi, ma sopravvivente come elemento psicologico, tant’è che proprio tra due componenti di essa si consumerà il dramma.

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De Peretti ha scelto di raccontare la vicenda stringendo sui pochi giorni in cui essa si è sviluppata e dunque escludendo la questione giudiziaria che ne è seguita. E’ un racconto della realtà che adotta una stilizzazione della messinscena studiata ed efficace. Molti piani sequenza, uno stile di ripresa ieratico quando non immobile, molti movimenti all’interno dell’inquadratura dettati a partire dalla grande fisicità dei personaggi. Il regista è un cultore di Pasolini e il rimando ai «ragazzi di vita» e ai suoi accattoni di borgata è evidente. Ma, lungo questa traccia, tornano anche certe suggestioni dello Scorsese degli esordi, con il suo autobiografismo di atmosfere più che di esperienze, etnicamente connotato, energetico, partecipe senza furbizie. E poi la scelta di rispolverare il termine “apache”, che riporta a una leggenda del cinema francese, al Casco d’oro di Jacques Becker con Simone Signoret, nel quale “apache” erano chiamati i malavitosi d’un secolo fa, nella Belle Epoque, e sull’onda del successo del film il termine ritornò in voga nella Francia anni ’50.

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De Peretti mostra una personalità autoriale solida e consapevole: lo dimostra l’uso non così semplice del formato quattro terzi al posto dei sedici noni, che ci riporta al canone del ritratto e del cinema primitivo; lo dimostrano alcune strepitose soluzioni narrative: le dissolvenze incrociate lungo strade sempre più buie che staccano i protagonisti dalla città verso il luogo dove ci sarà l’uccisione; l’agghiacciante scena dell’omicidio, in cui un falso aiuto precede il colpo di grazia; l’enigmatica, geniale scena finale, con una panoramica sulla comunità di giovani villeggianti che guardano in macchina, con sguardi tra la tensione e lo scherno. Esordio folgorante, gran film.