Autostrade dei ministri, se la politica traccia la via

Storia d’Italia da casello a casello

Dietro alle lenti spesse, Cesare Zavattini, aveva occhi unici, curiosi, inquieti, in grado di scrutare come nessuno la realtà in divenire. Il 7 luglio del 1961 mentre percorreva il nuovo tratto appenninico Firenze-Bologna lo sceneggiatore di Ladri di biciclette annotava: «Stampato sull’asfalto viene avanti il grande nome della città che non si vede; è là, dietro il nero della campagna con una lettera che si salva tra gli alberi, e noi andiamo avanti non più tra gli sconnessi selciati dei paesi come una volta ma in un luogo astratto tra i palpiti dei fanali di coda, le isole gialle dell’Agip e le bianche della Purfina sfiorando infinite ringhiere coi catarifrangenti: mi sono voltato come Orfeo e dietro c’era la notte». Lo scrittore emiliano anticipa in qualche modo il concetto di nonluogo di Marc Augé, registrando un personale sgomento di fronte alle scritte che trasformavano il paesaggio da «silenzioso e luminoso» ad «astratto».

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Quel tratto percorso in un giorno d’estate da Zavattini, considerato il più difficile da costruire in tutta l’Autostrada del Sole, era stato inaugurato sette mesi prima. E mentre l’Italia, collegando Nord e Sud del Paese, cambiava volto, l’insegna bianca incorniciata nel verde, con stampate le lettere di una città prima sconosciuta, diventava presto mito, feticcio e orgoglio di molti ministri della Prima Repubblica. Non era difficile trovarli impegnati in lunghi bracci di ferro pur di portare uno svincolo vicino al proprio collegio elettorale, a costo di complicare il tracciato originale dell’infrastruttura. Così, il ministro dei Trasporti Fiorentino Sullo riuscì a imporre ai progettisti dell’A16 (l’Autostrada dei due mari) che il tracciato passasse da Avellino e non da Benevento come preventivato. Il tratto tra Baiano e il capoluogo irpino fu una vera sfida per gli ingegneri: si superarono pendenze limite secondo le norme del tempo. Quei chilometri d’asfalto, quarant’anni dopo, sono diventati drammaticamente noti il 28 luglio scorso, quando un pullman con a bordo 48 persone è precipitato da un viadotto.

Più a Sud, la Salerno-Reggio Calabria, un perenne cantiere, è considerata l’autostrada di Giacomo Mancini, potente politico socialista, già ministro dei Lavori pubblici, che di quest’opera andava fiero. Fu proprio il politico cosentino, supportato dal democristiano Riccardo Misasi, a costringere l’Anas a spostare il percorso verso le montagne, su viadotti imponenti e curve quasi a gomito, invece che scendere verso il Mar Tirreno. Il Viadotto Italia sul fiume Lao, realizzato tra il 1967 e il 1973, dove l’altezza dal fondovalle al piano stradale è di 261 metri, è stato fino 2004 il più alto d’Europa. Ma per quale motivo fu scelto un tracciato così innaturale? Fu deciso per inglobare nel percorso la città di Cosenza, feudo elettorale dei due parlamentari. Ancora una volta, le opere pubbliche venivano utilizzate a favore del consenso politico. L’autostrada A3 oggi racconta un passato e un presente di incidenti, morti e infiltrazioni ’ndranghetiste.

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Ma le autostrade dei ministri non sono confinate al Sud. Basta ripercorrere velocemente la penisola e risalire nel Triveneto, dove un’arteria, la piccola A31, fu soprannominata con l’acronimo di una potentissima triade democristiana: Pirubi. Flaminio Piccoli, Mariano Rumor (due volte presidente del consiglio tra il 1968 e il 1974) e Antonio Bisaglia, che già negli anni del boom avevano svelato il sogno di un’autostrada che congiungesse Trento, Vicenza e Rovigo, loro città d’origine (Piccoli nacque, in realtà, nel Tirolo austriaco, dove la sua famiglia, di origine trentina, era stata internata dopo l’inizio della prima guerra mondiale). Del sogno democristiano venne realizzato solo un breve tratto il «Ru», 40 chilometri, tra Vicenza e Piovene-Rocchetta, all’imbocco della Val d’Astico. Al tempo, fu forte la contestazione da parte degli ambientalisti, in particolare Wwf ed Italia Nostra, che la definirono «l’autostrada meno utile d’Italia» e «mostro ecologico».

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Dal Veneto al Piemonte. Gattico, poco più di 3 mila abitanti in provincia di Novara, a due passi dal lago Maggiore, è il paese natale di Franco Nicolazzi, partigiano, fondatore del Psdi e, poi, influente ministro negli anni del Pentapartito. All’Industria nel 1979 e poi ai Lavori pubblici fino al 1987. Se la Napoli-Bari è l’autostrada Sullo, la Salerno-Reggio Calabria è l’arteria Mancini, l’A31 è la Pirubi, a chiamarsi metaforicamente Nicolazzi è la Genova Voltri-Gravellona Toce, che sarebbe dovuta arrivare fino al passo del Sempione in Svizzera, ma si è fermata a Gravellona, passando però per Gattico, dove tra l’altro si inserisce la bretella che unisce l’A26 all’A8, l’Autostrada dei laghi. E così il nome del piccolo paese dell’ex ministro Nicolazzi si moltiplica infinitamente in quelle scritte «quasi simulacro» che Zavattini annotava nel suo viaggio d’inizio anni Sessanta. Pretese internazionali, l’ambizione di superare le frontiere, ce l’aveva anche l’A27 che doveva congiungere Venezia con Monaco in Baviera (ecco, perché si chiama Autostrada di Alemagna) sponsorizzata dal ministro democristiano Carlo Bernini, al vertice del dicastero dei Trasporti dal 1989 al 1992. Si è fermata a 82,5 chilometri dal primo casello.

Quelli citati sono solo alcuni dei casi più eclatanti di svincoli «pro domo sua». La Prima repubblica si concluse con Tangentopoli e le autostrade finirono più volte nei fascicoli dei magistrati. I tempi in cui si tagliavano nastri dopo nastri tra un guard rail e l’altro sembrano un passato lontano, ma i cantieri infiniti sono sempre un marchio di fabbrica. Al Sud e nelle isole (le autostrade della Sicilia eterne incompiute) come al Centro, vedi la galleria della Guinza: il traforo fantasma nell’Appennino umbro-marchigiano. Un punto nodale di un asse trasversale oggi mancante tra il versante adriatico e quello tirrenico. Nell’autunno del 2010 fu occupato per diversi giorni dai presidenti delle Province più direttamente coinvolte dall’infrastruttura. In Piemonte, l’Asti-Cuneo viene chiamata la Salerno Reggio Calabria del Nord: attesa da trent’anni, marcia a ritmo di 39 chilometri in dieci anni, e vanta un percorso piuttosto a zig zag. Le discese ardite e le risalite senza meta.