Fra i pionieri del fracking, la nuova corsa al petrolio

Il North Dakota non è il Medio Oriente

Del North Dakota non si parla spesso, eppure sta cambiando il mondo. Grazie ai suoi giacimenti gli Stati Uniti stanno diventando la nuova potenza dell’export di gas e greggio. E secondo il McKinsey Global Institute entro il 2020 potrebbero raggiungere l’indipendenza energetica. Questo spiega almeno in parte perché Washington sia ormai meno propensa a giocare un ruolo più attivo in Medio Oriente.

Le esportazioni americane a giugno hanno raggiunto la cifra record di 191 miliardi di dollari. Complice la riduzione delle importazioni, il deficit della bilancia commericale Usa è sceso a 34.2 miliardi, il dato migliore dall’ottobre 2009. Per capire questi ottimi numeri, che profumano di boom petrolifero, bisogna prestare attenzione a quello che accade a Williston, un paesino del North Dakota occidentale. Qui negli ultimi anni la scoperta del gas e del petrolio nel terreno argilloso della zona estratti tramite il “fracking”, la tecnica della fratturazione idraulica, ha stravolto la vita di tutti. Nel bene e nel male. Ha creato milionari, fatto schizzare gli affitti alle stelle, favorito la costruzione di nuovi ospedali. Ha inquinato corsi d’acqua, distrutto campi, fatto salire i tassi di criminalità. E poi ha attirato un sacco di lavoratori. Gente che vuol fare tanti soldi, e subito. Certo, sono arrivati camionisti, gruisti, tubisti. Ma anche insegnanti, camerieri, e le immancabili spogliarelliste. Il boom ha persino ispirato uno sgangherato reality show senza bisogno di traduzione: “Boomtown girls”. E’ la storia di cinque sorelle che vivono il boom del petrolio a Williston, il nuovo centro della corsa all’oro nero, un tempo un sonnolento paesino in uno stato settentrionale al confine con il Canada noto solamente per le riserve indiane e i ventacci gelidi.

Estrazione dello shale gas negli Stati Uniti (Afp)
 

Negli ultimi dieci anni a Williston la popolazione è triplicata. Il traffico è micidiale. Le società che estraggono il petrolio hanno costruito in fretta centinaia di cubicoli prefabbricati per i lavoratori. I motel della zona sono tutti prenotati, con mesi d’anticipo. Affittare un normalissimo appartamento di 70 metri quadri può costare 2.400 dollari al mese (1.790 euro). Il che sembra assurdo considerando che Williston si trova nel mezzo del nulla più totale. Eppure diventa più comprensibile se si pensa che qui un semplice addetto informatico può guadagnare anche 10mila dollari al mese (7.470 euro). C’e’ anche chi, come Greg Hoeft, 31 anni, impiegato della Petroleum Services, non volendo sborsare cifre da capogiro dorme in macchina, nella sua Chevrolet Suburban. Così risparmia e salderà più velocemente il mutuo per un casolare in Wisconsin dove è cresciuto e conta di ritornare dopo questi anni pazzi consacrati alla corsa all’oro nero. D’altra parte la vita non è delle più agevoli, a Williston e dintorni. Ci bazzica gente ruvida. Risse e accoltellamenti fuori dai bar la sera sono frequenti. Per dirla con Owen Evens, 37 anni, che si è trasferito da Bend in Oregon un anno e mezzo fa e sgobba per Rocky Mountain Casing Crews, è pieno dei “classici energumeni da petrolio”.

Ma come si è materializzata questa silenziosa rivoluzione targata “fracking” che squassa gli equilibri mondiali? Per la verità tutto era cominciato con il gas in Texas, non con il petrolio in North Dakota. Nei primi anni ‘80, infatti, George Mitchell, titolare della società Mitchell Energy, aveva un problema: era a corto di gas naturale. In quegli anni, l’azienda di Mitchell era sotto contratto per immettere una notevole quantità di gas naturale in un gasdotto che rifornisce Chicago. Ma le riserve da cui Mitchell dipendeva scarseggiavano. Il cowboy texano, però, ebbe un’intuizione. Pensava che forse il gas che è bloccato nello “shale” – giacimenti di rocce calcaree, arenarie, quarzo e argilla – poteva essere estratto.

Operai al lavoro (Afp)
 

Mitchell era pronto a verificare l’intuizione con ingenti investimenti. Geologi e ingegneri, però, lo credevano totalmente fuori di testa. Per anni gli hanno ripetuto che stava buttando via soldi. Ma questo caparbio figlio d’immigrati greci ha tirato dritto. E per anni, alla chetichella, ha affinato la tecnica oggi nota come fratturazione idraulica. Quasi tre decenni dopo, i risultati del tentativo di Mitchell di risolvere un suo problema stanno trasformando le prospettive energetiche americane. Basti pensare che l’estrazione di questo gas chiamato familiarmente “shale” è passata da zero metri cubi nel 2000 a ben 100 miliardi di metri cubi nel 2010. Oggi gli Stati Uniti hanno il predominio mondiale nella produzione di gas.

Nel frattempo simili tecniche sono state applicate anche da altre compagnie petrolifere di medie dimensioni per vedere se da queste rocce argillose si poteva ricavare pure greggio. A un certo punto, nel 2007, la EOG Resources ci ha provato nel grande giacimento di Bakken in North Dakota, quello su cui sorge Williston. E i pionieri del nostro secolo ci hanno visto giusto, il petrolio scorreva eccome. Sicché, in pochi anni, il Dakota del Nord è diventato il terzo Stato americano produttore di oro nero. Come ha scritto “IL”, il magazine de il Sole-24Ore, in un numero dedicato alla rivoluzione dello “shale”, il giacimento di Bakken produce di più del più grande giacimento del Kuwait: oltre 700mila barili al giorno. Si calcola che entro il 2020 gli Stati Uniti potrebbero diventare il secondo Paese produttore al mondo di petrolio dopo l’Arabia Saudita.

Il petrolio degli sceicchi insomma interessa sempre meno a Washington, ma come spiega nel suo recente libro “Politica estera e sicurezza energetica”, Matteo Verda, collaboratore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano (ISPI), difficilmente gli Stati Uniti potranno perseguire l’indipendenza petrolifera. Scrive Verda:

“Fino a quando la produzione mediorientale sarà rilevante, ossia per diversi decenni, ogni evento nell’area influenzerà infatti il prezzo di tutto il petrolio mondiale, incluso quello prodotto negli Stati Uniti”.

Lavori per lo scavo dei pozzi negli Stati Uniti (Afp)
 

Fatto sta che l’intuizione di quel matto di Mitchell, che è mancato lo scorso 26 luglio, ha dato una bella mano alla ripresa economica americana. È vero, il “fracking” presenta anche controindicazioni, i suoi detrattori parlano di inquinamento delle falde acquifere, di eccessivo uso d’acqua, di produzione di grandi quantità di acque reflue nocive e persino di aumento dei rischi sismici. Ma benché questi elementi di criticità vadano accertati, in questa fase in America prevale la frenesia pionieristica.

Paradossalmente il presidente ambientalista Barack Obama può vantare un’economia sempre più solida grazie anche alla crescita dell’export trainata dal greggio e dal gas. E questi idrocarburi estratti in modo non convenzionale hanno svolto pure un ruolo importante nel creare lavoro per quella classe media, o aspirante tale, duramente colpita dalla crisi del 2008. Classe media cui Obama ha sempre strizzato l’occhio. Solo che forse pensava di aiutarla diversamente, magari con tanti “green jobs”, eco-lavori, non con il petrolio “shale”. Ma in fondo in America conta la “bottom line”, la somma in fondo alla colonna degli addendi. E in questo caso il segno è positivo.

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