Il sistema Merkel: ecco perché Angela vincerà ancora

Germania al voto il 22 settembre

Certo, c’è lo spettro di un terzo salvataggio greco evocato da Wolfgang Schäuble che fa rivoltare le budella a ogni birraio di Monaco raggirato da quegli imbroglioni di Atene e da tutte le incurabili cicale del Mediterraneo. Certo, c’è l’euro attaccato per la prima volta in modo razionale non dalla destra neonazista o dalla sinistra radicale e postcomunista, ma da un club di autorevoli personaggi moderati guidati da uno stimato economista come Bernd Lucke. C’è la corte costituzionale che rischia di bocciare il meccanismo salvaStati di Mario Draghi e c’è l’obiezione sulla incostituzionalità del fiscal compact che la Germania ha voluto come meccanismo ordinatore dell’Eurolandia, anzi dell’intera Unione. Il crogiolo teutonico bolle e ribolle di veleni, ma le elezioni del 22 settembre hanno un solo, vero protagonista: Angela Dorothea Kasner in Merkel. Due terzi dei tedeschi sono per lei, il 40% è per il suo partito, la Cdu, l’Unione cristiano-democratica; a un mese dal voto, il terzo mandato appare certo.

LEGGI ANCHE: Bernd Lucke: «Italia e Francia declinano, se ne vadano dall’euro»

E così la figlia di un pastore cresciuta all’Est, la ragazza trascinata dalla storia che aveva militato più o meno convinta nella gioventù della Sed (il partito comunista della Germania orientale) e che in quel fatidico giovedì 9 novembre 1989 era uscita dalla sauna per attraversare l’ex frontiera di Bornholm Strasse, travolta dal fiume della libertà, entra nel pantheon dei grandi cancellieri: il suo nome sarà accanto a quello di Bismarck, di Adenaur, del mentore (poi rinnegato) Helmut Kohl. In Germania le librerie sono piene di volumi a lei dedicati, da quello ipercritico della ex democristiana Gertrud Höhler (Die Patin, la padrina, pubblicato in Italia con il titolo Sistema Merkel da Castelvecchi) alla Prima vita di Angela M. dei giornalisti Ralf Reuth e Günter Lachmann. In Italia è uscito da poco Cuore tedesco, di Angelo Bolaffi (Donzelli) molto positivo sul modello renano e sulla politica della Kanzlerin.

LEGGI ANCHE: Cinque biografie per mettere a nudo Angela Merkel

Se la battaglia sulla leadership ha un esito scontato oggi come oggi, ben diverso è capire con chi dividerà il potere Angela III. I liberali hanno fatto naufragio, non hanno mai esercitato nessun ruolo nella crisi dell’euro e tanto meno in politica estera, nonostante la buona volontà del ministro Guido Westerwelle. La Germania oggi pensa a se stessa e al proprio Lebensraum (raggiunto grazie all’euro e non alle armate), si disinteressa di quel che accade nel Nord Africa e nel Mediterraneo, guarda alla Cina, ma con gli occhi del mercante, e alla Russia con il tradizionale rapporto di sfida e necessità. Si dice probabile una nuova Grosse Koalition con i socialdemocratici, o un’alleanza con i Verdi. La Spd è un partito del passato, così come il socialismo europeo, il suo leader Peer Steinbrück, un uomo politico senza idee né carisma. Ai Grünen manca l’intelligenza politica di Joschka Fischer. Dunque, sarà in ogni caso Angela a dettare l’agenda e a gestirla. Allo stato attuale non è chiaro che cosa vorrà fare, ma sembra di capire che la Merkel cercherà di sfidare il senso comune secondo il quale la Germania resta un gigante economico e un nano politico. La sua visita a Dachau (la prima assoluta di un cancelliere) e le sue parole coraggiose lo dimostrano.

Angela Merkel durante la visita al campo di concentramento di Dachau (Guenter Schiffmann/Afp)

Dachau fu il primo campo di concentramento hitleriano, costruito per i comunisti, i socialisti, i liberal-democratici, seguiti dagli zingari e dagli ebrei. Dachau non è solo l’orrore dell’Olocausto rispetto al quale la coscienza tedesca nel dopoguerra ha più volte fatto autocritica, è una dittatura simmetrica a quella comunista, non imposta dall’occupazione sovietica, ma nata in casa dal disfacimento del fragile sistema liberale. Forse proprio per questo è stato ancor più difficile compiere un pellegrinaggio sincero.

Angela Merkel ha tappato la bocca ai critici del fronte progressista. Quanto ai conservatori, sono con lei perinde ac cadaver. Gli anti-euro di Alternative für Deutschland entreranno a stento in Parlamento. Tornare al marco, alla fine della fiera, spaventa gli Otto e i Fritz che giorno e notte borbottano contro greci e italiani. Gli elettori chiedono ad “Angie” di non far pagare loro le difficoltà degli altri e di difendere in Europa l’ordine tedesco fatto di disciplina, stabilità, pace sociale. Del resto, il paradigma politico, economico, culturale del dopoguerra si chiama Ordoliberalismus. Riuscirà in questo compito? E avrà un effetto positivo sugli altri Paesi? Qui l’opinione si divide, anche e in modo particolare in Italia. Scevri da servo encomio e da codardo oltraggio, cerchiamo di guardare ai fatti.

LEGGI ANCHE: Come trovare lavoro in Germania: le occasioni e i siti

Dalla gestione della crisi finanziaria al salvataggio della Grecia, gli errori commessi sono molti, al punto da trasformare la Germania in un problema per l’Eurolandia, non viceversa. Volendo schematizzare, abbiamo messo in fila sette debolezze del Modell Deutschland che ricadono sugli altri Paesi:

1) Una domanda interna debole. Anche quando tra il 2010 e il 2011 la Germania ha approfittato alla grande della ripresa del commercio mondiale, ha trascinato Italia, Spagna e Francia verso la stagnazione e la recessione. Le imprese tedesche hanno aumentato i loro profitti attraverso una eccessiva compressione dei salari, una vera e propria deflazione retributiva, che ha effetti negativi anche fuori dalla zona euro (per esempio sul prodotto lordo della Svezia finito sotto zero). L’ossessione per la stabilità dei prezzi, la nevrosi anti-inflazionistica, è un boomerang pericoloso.

2) Il rigore spinge in alto l’euro e la Germania ha il culto della moneta forte. Ma ormai siamo a una sopravalutazione sistematica che prima ha penalizzato i paesi del sud e adesso torna indietro come un boomerang. Le imprese italiane e spagnole che hanno resistito alla “distruzione creatrice”, stanno esportando nei paesi extra euro a un ritmo superiore rispetto a quelle tedesche, mentre le loro vendite in Germania ristagnano. È una nuova asimmetria densa di incognite.

3) I Bund sono diventati beni rifugio, favorendo la fuga da Bonos e Btp. L’afflusso di moneta ha ridotto i costi di un debito pubblico che supera i duemila miliardi (come quello italiano). Ma la bonanza ha provocato una falsa euforia, perché i rendimenti sono inferiori all’inflazione, quindi chi acquista titoli tedeschi perde soldi. Passata la paura di un crollo dell’euro, i risparmiatori oggi guadagnano comprando Btp e Bonos non Bund.

4) Le banche sono una bomba a orologeria. Quelle locali hanno un patrimonio troppo esiguo (e la maggior parte di loro resta fuori dal mercato unico che partirà nel 2014), quelle grandi sono piene di derivati ad alto potenziale esplosivo (soprattutto Deutsche Bank). Commerzbank, la numero due in classifica, cerca capitali per evitare una completa nazionalizzazione. Che cosa succede se scendono ancora i prezzi delle case? Si discute di nuovo su una bad bank nella quale mettere crediti a rischio e titoli marci. Ma chi paga?

5) I servizi restano in mano a monopoli pubblici refrattari alla concorrenza. Colossi come Deutsche Post sono veri e propri casi di successo, ma nell’insieme il mercato interno tedesco resiste alla penetrazione dal resto dell’Unione europea. Anche l’Italia ne ha fatto le spese, ne sa qualcosa Unicredit.

6) Il rapporto consociativo con i sindacati. La difesa di chi ha il posto fisso è stata pagata da immigrati e precari, consolidando il dualismo nel mercato del lavoro. La riforma Hartz della quale si parla sempre risale ormai a dieci anni fa, le vere novità sono gli accordi neocorporativi nei grandi gruppi raggiunti dopo il 2008.

7) La politica del Nein in Europa. La Grecia, la Spagna, il meccanismo salva stati, gli interventi della Bce, l’unificazione bancaria: ogni volta la Germania ha puntato i piedi. Paradossalmente, è successo persino con il fiscal compact, la scelta più omogenea alla strategia ordinatrice tedesca.

C’è chi sostiene che l’astuta Angela abbia lanciato il sasso e nascosto la mano per tacitare (e raggirare) gli oppositori interni; un machiavellismo volpino che si addice più a Mazzarino o Talleyrand. È probabile che le euro-oscillazioni siano la conseguenza di un conflitto forte tra interessi divergenti. Da una parte le grandi banche e le industrie fortemente internazionalizzate (Deutsche Bank e Volkswagen per intenderci) che ormai realizzano buona parte dei loro profitti in Asia e in America e grazie alla moneta forte possono fare shopping nei paesi in via di sviluppo; per loro, un eventuale ritorno al marco non sarebbe una catastrofe, anzi. Dall’altra, il Mittelstand altamente integrato con i suoi vicini, Francia e Italia in primis, dal quale deriva la maggior parte del pil tedesco, quindi restio a tirare la corda della moneta unica fino alla rottura.

Angela Merkel si concede una birretta (Guenter Schiffmann/Afp) Clicca sulla foto per ingrandirla

Ci sono, naturalmente, molte carte che Angela III può giocare per mettere a tacere le critiche. E probabilmente lo farà non appena si sarà assicurata di nuovo il comando. Eccone alcune:

a) La (quasi) piena occupazione dovuta alla ripresa dello scorso biennio e a una politica attiva del lavoro che la Germania può davvero proporre come modello per l’intera Eurolandia.

b) Berlino può contare su un consenso sociale che rende il paese più compatto e meno esposto alle tensioni che un po’ ovunque sono connesse alla crisi e all’immigrazione. Anche se la difesa del welfare state sta diventando troppo costosa e non è riproducibile in Italia, in Spagna e nemmeno in Francia.

c) La governabilità e la tenuta del sistema politico, nonostante le sue pecche, invia un messaggio ai paesi europei intrinsecamente instabili come l’Italia, ma anche alla Francia che si trova periodicamente nella trappola del presidente debole (Sarkozy, Hollande) o di coabitazioni paralizzanti. L’intervento nella crisi italiana del 2011 e la pressione contro Silvio Berlusconi, sono fonte di avversione verso la Merkel di una destra italiana che prima l’aveva apprezzata. Ma le preoccupazioni sulla sovranità perduta e sulle intromissioni tedesche non sono né infondate né strumentali. I presidenti francesi che corrono a Berlino per baciare la pantofola, del resto, sollevano ondate di polemiche (spesso strumentali) a Parigi. Probabilmente vanno lette dentro questa funzione disciplinatrice che la Germania aspira a esercitare anche in politica.

d) Una economia solida, in grado di sacrificare alla stabilità una crescita più vivace (l’ultimo rapporto della Bundesbank si compiace del fatto che la ripresa avvenga a ritmi blandi, ma costanti), offre ai partner europei un’ancora contro fluttazioni troppo brusche della congiuntura, se la Germania non sceglie di isolarsi dalle turbolenze esterne. E qui veniamo all’Europa.
Angela III per compiere la sua missione, dovrà favorire una maggiore unificazione europea. Sono scelte che richiedono un cambiamento dei trattati, su questo i critici hanno ragione. E molti osservatori ritengono che la Germania si presenterà a fine anno al vertice europeo con proposte di ampio respiro. La filosofia sarà quella del fiscal compact: cedere altri pezzi di sovranità a favore di una politica comune, affidata a un ministro dell’economia che faccia da pendant (in modo più efficace) al ministro degli esteri, portando così un nuovo mattone alla costruzione del futuro governo europeo. Naturalmente, sulla scelta della figura e sulla linea da seguire, Berlino intende esercitare una influenza proprozionale al peso dell’azionista numero uno. Una figura del genere bilancerebbe il presidente della Bce che attualmente gestisce de facto la politica economica dell’Eurolandia. La Francia si dichiara contraria, ma il negoziato deve ancora cominciare. E potrebbe introdurre un nuovo criterio di flessibilità, una sorta di doppio regime monetario che condanna i paesi deboli a un rapporto di emarginazione e sudditanza più o meno temporaneo, ma nello stesso tempo isola gli altri da conseguenze tipo crisi greca. Sarebbe una Europa a geometrie variabili apprezzabile sulla carta persino dalla Gran Bretagna.

Sono ancora dibattiti da think tank. Secondo lo scrittore Peter Schneider, alla Merkel «manca il senso della Impresa Europa, per questo finora ha navigato a vista. Brava nel temporeggiare e nello scegliere tattiche sempre nuove, non ha il coraggio di sfidare l’impopolarità, come seppe fare Gerhard Schröder con le riforme della sua Agenda 2010 delle quali la Germania trae vantaggio ancor oggi». Ma se vuol davvero restare nella storia, Angela non potrà più attendere. Hic Rhodus hic salta.

Twitter: @scingolo

CLICCA QUI PER ALTRI ARTICOLI DI STEFANO CINGOLANI